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lunedì 11 gennaio 2010

Rosarno, dove nasce la rivolta. Memoria corta e filiera mafiosa

di Antonello Mangano

Gli africani sono l’ultimo anello di un sistema malato, una filiera mafiosa in cui i criminali impongono il proprio basso prezzo. A questo si aggiunge una violenza endemica fatta di ragazzini uccisi, razzi anticarro negli appartamenti, omicidi a qualunque ora ed in pieno centro. Tutte vicende che non hanno suscitato indignazione, moti di piazza, cortei spontanei. Gli italiani a queste cose ci sono abituati. Non sono africani.
Rosarno, dove nasce la rivolta. Memoria corta e filiera mafiosa

Nel maggio 2009, la Direzione investigativa antimafia avviava un`inchiesta sul lavoro agricolo nella Piana di Gioia Tauro, culminata con gli arresti di tre imprenditori del luogo e due "mediatori" bulgari. Le accuse erano estorsione e riduzione in schiavitù. L`indagine, partita grazie alla denuncia di una cittadina bulgara, era un utile spaccato delle condizioni di lavoro nella Piana. «I proprietari volevano sfruttare il lavoro sotto costo di cittadini privi di permesso di soggiorno, destinandoli al lavoro agricolo con ogni clima per nove - dieci ore al giorno», scrivono i magistrati.

«Venivano picchiati in caso di rallentamento nel ritmo di raccolta degli agrumi e obbligati ad accettare un salario giornaliero molto inferiore rispetto alla normale retribuzione giornaliera». Chi protestava era ricattato («ti denunciamo alle autorità come clandestino»), oppure picchiato. Ad un lavoratore marocchino venivano negati i 500 euro della sua paga, quasi un mese di lavoro. Ad un altro, invece che i soldi per 44 giorni nei campi venivano dati pugni e calci.

Non tutti si comportano così. Ma sono tante le testimonianze che parlano di violenza diffusa, e non ci sono dubbi sui bassi salari. I produttori si giustificano: ci pagano le arance pochi centesimi al chilo. Ma non spiegano perché ci sono così tanti passaggi dal piccolo proprietario all`industria di trasformazione, oppure al supermercato. Non parlano mai di quello che uno di loro definisce il "freno a mano" dell`economia locale, ovvero il monopolio dei materiali, quello delle ditte di trasporto, in pratica tutto l`indotto del sistema. Una sorta di pizzo indiretto. «Non puoi comprare gli agrumi dove vuoi», ammette un produttore, «per ogni zona, devi prima rivolgerti a personaggi strani, i cosiddetti guardiani. Fino a poco tempo fa, arrivavano tanti compratori esterni, sono stati cacciati via a pistolettate o con attentati. In quel periodo, un chilo di clementine si vendeva a mille lire. Potevi comprarti una casa all`anno. Oggi te la devi vendere, la casa».

L`analisi più lucida è quella di Peppino Lavorato, ex sindaco di Rosarno fino al 2003, compagno di partito di Giuseppe Valarioti, martire dell`antimafia calabrese: «Gli agricoltori devono aprire gli occhi e riconoscere che il loro reddito è falcidiato e decurtato dall`imperio mafioso, che parte dalle campagne e arriva nei mercati. Negli anni `70, la `ndrangheta ha allontanato dai nostri paesi i commercianti che pagavano il prodotto ad un prezzo remunerativo, per rimanere sola acquirente ed imporre il proprio basso prezzo». «Si è poi impadronita di tutti i passaggi intermedi, fino ad arrivare nei mercati e controllare anche il prezzo al consumo», continua Lavorato. «Questa è la filiera perversa che deruba agricoltori, lavoratori e consumatori. La filiera che bisogna combattere ed abbattere per assicurare il giusto reddito all`agricoltore, il legittimo salario al bracciante italiano o straniero, un equo prezzo al cittadino consumatore».

La storia di Rosarno è comunque complessa e paradossale, non riducibile all`«inferno» descritto da quasi tutti gli inviati. Oggi i migranti schiavizzati lavorano nelle stesse terre dove pochi decenni fa gli abitanti del luogo condussero lotte sindacali di massa per vedere riconosciuti diritti elementari. Non c`è più memoria di quelle vicende, così come del recente passato fatto di emigrazione. Quello che resta è una lugubre sequenza di atti violenti. L`omicidio del sessantaduenne Palmiro Macrì, ucciso il 7 luglio 2008 da diverse sventagliate di kalashnikov - oltre cinquanta colpi esplosi, un crepitio che rimarrà per sempre nelle orecchie dei passanti - per punire il figlio, colpevole di aver litigato per un parcheggio con un pezzo grosso delle `ndrine. Un anno dopo, uno dei delitti più atroci. Vincenzo La Torre, 22 anni, e Francesco Amato, 15 anni, rom, residenti a Rosarno sono uccisi di fronte al cancello dell`acquedotto di Scilla con due colpi alla nuca. Qualche settimana prima, il 18 maggio, un`automobile utilizzata dalle suore di Santa Maria Ausiliatrice era stata incendiata.

Lo scorso due novembre la polizia irrompeva in un normale appartamento e trovava un arsenale da guerra, in cui spiccava un lanciarazzi controcarro modello M-80, di fabbricazione jugoslava. Una potente arma da guerra pensata per distruggere mezzi corazzati. Sempre a novembre, è ucciso il meccanico Biagio Vecchio, ancora una vendetta trasversale per punire il nipote. Si tratta solo di una selezione di episodi della "normale" cronaca locale. Tutte vicende che non hanno suscitato indignazione, moti di piazza, cortei spontanei. Gli italiani a queste cose ci sono abituati. Non sono africani.
V

domenica 13 dicembre 2009

Ponte. Non è più il movimento del No

di Antonello Mangano

Tanti sì, un solo no. La prossima manifestazione nazionale sarà contro la grande opera, ma anche per le infrastrutture di prossimità, la bonifica delle zone inquinate, la messa in sicurezza dei territori, opere utili per tutti i cittadini, un sistema di trasporti pubblico ed efficiente nello Stretto. I fautori del Ponte insistono con la favola del turismo. Ma chi di voi ha voglia di visitare Kobe-Awaji, Barton-upon-Humber, Halsskov-Sprogø?

Kobe-Awaji in Giappone, l’arcipelago delle Zhoushan in Cina, Halsskov-Sprogø in Danimarca, le rive cinesi del Fiume Azzurro o Barton-upon-Humber – novemila abitanti nel Licolnshire - sono forse mete del turismo di massa? Si tratta dei luoghi dove sorgono i cinque ponti più lunghi al mondo. Dovrebbero essere invase dai gitanti in base alla teoria oggi dominante tra i favorevoli al Ponte, secondo cui l`attraversamento stabile attirerà folle di curiosi sullo Stretto. In effetti esiste turismo a New York e San Francisco, ma non certo perché ospitano l’ottavo ed il nono ponte più lungo. Per il resto il Ponte è un atto di fede. Il calcolo costi-benefici è semplicemente imbarazzante: “È legittimo pensare che il Ponte sia uno spreco di denaro e che le previsioni elaborate dalla società dello Stretto per il rientro dei capitali investiti (il 40% dallo stato e il 60 dai privati, a dire il vero finora piuttosto timidi) siano troppo ottimistiche”, ammette sul Sole 24 Ore nientemeno che Giuseppe Cruciani, autore del libro “Questo Ponte s’ha da fare”. “C’è chi sostiene, dati alla mano, che alla fine sarà un flop economico e un salasso per le casse statali. Può darsi”.

Il libro “Ponte sullo Stretto e mucche da mungere” nasce nell’estate del 2009, quando quasi tutti erano convinti che il Ponte non si sarebbe mai fatto e che agli annunci non sarebbe seguito nulla di concreto. Comunemente si pensa che il Ponte siano i piloni che collegherebbero le due sponde dello Stretto. Il Ponte non è quello, assolutamente. E’ un modello politico ed economico, che può riguardare la guerra in Afghanistan oppure un hotel 5 stelle nel poverissimo Sudan. O ancora, per restare in Italia, il Tav o la Salerno – Reggio Calabria.

L’elemento comune è il trasferimento di denaro pubblico dalla collettività a pochi soggetti privati. Negli esempi citati non esiste area ricca o povera, non esistono esigenze reali (le cause di un conflitto armato o la necessità di una infrastruttura). Fino a pochi anni fa chiunque parlava di intervento dello Stato in economia era una specie di dinosauro. Era obsoleto. Oggi lo Stato interviene pesantemente in economia, ma non lo fa secondo i classici canoni keynesiani. Lo fa intervenendo male. Ivan Cicconi, probabilmente il massimo esperto italiano di lavori pubblici, ha parlato di keynesismo al contrario, di un processo senza redistribuzione. Pochi soggetti privati (i contractors) beneficiano di questo sistema.

In Italia non tutti pagano le tasse, e quasi nessuno lo fa in proporzione al reddito effettivamente percepito. Solo i lavoratori lo fanno, perché le imposte sono trattenute alla fonte. Dovrebbe suscitare un grave allarme il fatto che le risorse dei lavoratori vengano drenate a favore di soggetti già ricchi, cioè che i poveri contribuiscano – con la scusa delle Grandi Opere – ad arricchire ulteriormente chi è già ampiamente privilegiato.

Per mesi abbiamo ascoltato una serie di considerazioni (“E’ tutto un bluff”, “non esiste il progetto”, “non ci sono i soldi”) che partivano da un presupposto sbagliato: insegnare alla società Stretto di Messina a lavorare meglio e non contestare alla radice un modello che dall’inefficienza, dalle lungaggini, dai giochi finanziari (project financing) trae linfa per realizzare il suo obiettivo primario, cioè il drenaggio di ulteriore denaro pubblico. La BIIS – un istituto del gruppo San Paolo – si occupa solo di questo: finanziare le infrastrutture. Sul debito possono essere emesse obbligazioni a carattere speculativo. Le imprese private interverranno sul Ponte solo a patto che ogni centesimo sia in ultima istanza garantito dallo Stato. I soldi ottenuti con la “finanza di progetto” rimangono formalmente privati, e quindi non sono debito pubblico, per cui non ci creano problemi con l’Unione Europea.

Dalle guerre alle opere infrastrutturali inutili, il problema è quello di un riequilibrio. La scuola, la ricerca, la sanità, i trasporti, il welfare in genere ed ogni altro servizio essenziale vengono smantellati proprio per finanziare le Partnership Pubblico - Privato. Il movimento contro il Ponte non può limitarsi – e di fatto non lo fa più, si veda la locandina della manifestazione del 19 dicembre – ad essere un comitato tecnico che si oppone ad un’infrastruttura che rovina il paesaggio ma si pone l’obiettivo di rendere meno squilibrata la situazione attuale.

"Non una difesa conservativa e museale dei luoghi", dice Luigi Sturniolo della Rete No Ponte, "ma un progetto di vivibilità, una dimensione sociale della battaglia. Il movimento, nel diventare questo, sfugge alle accuse di essere espressione del NIMBY, interviene sulla gestione delle risorse economiche, sulle modalità attraverso le quali vengono prese le decisioni che riguardano i territori e la vita degli abitanti, sperimenta forme nuove di pratica politica".

Il paradosso è evidente nello Stretto: quello stesso Stato che sta per sprecare cifre folli per un collegamento palesemente inutile non riesce a trovare i soldi per un traghetto pubblico che va avanti e indietro con una cadenza accettabile. I traghetti sono di fatto smantellati. Non hanno più orario. In estate il vettore privato, ormai assoluto monopolista, si è trovato a rifiutare i clienti in eccesso - per motivi di sicurezza una nave può ospitare un certo numero di passeggeri - ribadendo che spetta allo Stato assicurare la continuità territoriale. Nessuna risposta.

martedì 27 ottobre 2009

“Il Ponte sullo Stretto? Keynes alla rovescia”

di Antonello Mangano – http://www.terrelibere.org/
ha collaborato Claudio Metallo

Ivan Cicconi, massimo esperto italiano di lavori pubblici, svela la vera essenza del modello Ponte: “E’ keynesismo al contrario, si usa la ricchezza sociale per trasferirla a pochi soggetti privati”. Mucche da mungere per portare profitti ai grandi contractor, dunque, secondo lo schema già sperimentato con il TAV. Il famoso ‘project financing’, inventato da Cirino Pomicino, ha già prodotto cantieri eterni e danni erariali. Ora viene riproposto, senza pudore, per il Ponte…

“Sono politiche keynesiane alla rovescia. In precedenza si prendeva la ricchezza prodotta per redistribuirla, oggi si danno soldi a chi è già ricco. Sono costi che pagheremo per diversi decenni”. Lo dice a terrelibere Ivan Cicconi, uno dei maggiori esperti di infrastrutture e lavori pubblici, commentando l’annuncio del governo della prima pietra del Ponte sullo Stretto. “La varianti come quella di Cannitello sono ad hoc per il Ponte, si tratta di opere funzionali al progetto”. Cicconi, ha denunciato già molti anni fa le storture dell’Alta velocità. Profitti privati, costi per tutta la collettività, cantieri lumaca. Oggi ravvisa nel Ponte lo stesso modello. Il keynesimo alla rovescia, Robin Hood al contrario: la ricchezza sociale che finisce nella tasche dei soliti noti: i grandi contractors, con Impregilo sempre in testa.Esattamente quanto sostenuto nel libro “Ponte sullo Stretto e mucche da mungere”: è “l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che mungono attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici. E’ l’economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al territorio. E’ l’economia dei disastri e delle guerre”.
Diventa dunque sterile disquisire di particolari tecnici, problemi ingegneristici, balle mediatiche o bluff elettorali. La “mucca da mungere” è un modello che esiste di per sé, è il cuore del problema. Il Ponte non è realizzabile? Un’ottima occasione per nuovi studi e revisioni di progetto. Le opere collaterali vanno fatte prima? Intanto si muove la solita economia para-mafiosa fatta di movimento terra, sub-appalti, cantieri eterni, lavoratori ricattati ed umiliati. L’esperienza dell’A3 ci racconta di continue revisioni dei conti, infiltrati mafiosi in pianta stabile, operai coinvolti loro malgrado in scene da Far West oppure morti in incidenti sul lavoro che non meritano neppure poche righe in cronaca.
Già nel maggio 2003, terrelibere scriveva: “Attenzione. Quando leggete Ponte, non pensate al manufatto da modellino, agli esempi virtuali dei computer. Meno che mai alla fattibilità, all’utilità effettiva dell’Opera. […] Quando si dice Ponte si pensa a: cantieri, studi di fattibilità, commesse, ingegneri, parcelle, movimento terra, tangenti sugli appalti, pizzo sul movimento terra, ricorsi, avvocati, parcelle, interventi ulteriori, subappalti”. A distanza di pochi anni, la facile profezia si avvera in un paese senza memoria.
Lo schema proposto per il Ponte, infatti, è identico a quello del Tav. Si tratta di un “metodo” datato 1991, durante l’ultimo nefasto governo Andreotti. Spiega ancora Cicconi, questa volta in una intervista del 2002: “Il sistema fu inventato dal fantasioso ministro Paolo Cirino Pomicino. Si crea una società dalla costola delle ferrovie, il Tav, che assegna i lavori alle solite grandi imprese. Il secondo passo e’ il project-financing, che consente di attivare finanziamenti privati. Che sono i prestiti per Tav Spa, garantiti dallo Stato”. Sostituendo al TAV la “Stretto di Messina” il risultato non cambia…
A proposito del Tav, d’altronde, c’è una storia illuminante. Negli anni ’96-’97, il conflitto tra i piccoli imprenditori e i grandi che lavorano per i cantieri dell’Alta velocità era al culmine. L’associazione delle imprese medio-piccole produsse un “documento bomba” dove si diceva che, rifacendo quei contratti, e pur pagando le penali, lo Stato avrebbe comunque risparmiato circa 5 mila miliardi di vecchie lire. Dopo lunghissima riflessione, arriviamo al 2000: il ministro Bersani annulla i contratti. Il governo successivo li ha ripristinati. Tali e quali. Qual è il movente di questo modo di operare? Intanto reperire fondi che non ci sono e poter avviare i cantieri promessi. Secondo: spostare su una società privata un rilevante deficit pubblico che all’Unione Europea non risulterà e ci consentirà di non sforare sugli impegni comunitari.
Per quanto riguarda la data di consegna dei lavori, il ministro Matteoli ha indicato che nel tempo record di 6 anni Sicilia e Calabria saranno collegate. Perché non ci crede nessuno? “Il general contractor tende a far durare i lavori più a lungo possibile e a farli costare di più”, dice ancora Cicconi. “Perché questo è il suo interesse d’impresa e senza rischio di gestione viene meno la volontà di ridurre tempi e costi”.

lunedì 12 ottobre 2009

La politica dei disastri

Il sistema economico basato sul cemento porta ai disastri naturali, che nella “shock economy” possono essere una straordinaria opportunità per realizzare profitti fuori dai controlli ordinari e creare consenso intorno alla figura del “premier che risolve i problemi”. Un modello realizzato in Campania, replicato in Abruzzo e riproposto, senza pudore, anche a Messina.

Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale, non solo le case” Naomi Klein, Shock Economy


“I morti saranno più di 50”. Silvio Berlusconi ha appena assistito alla prima assoluta di “Barbarossa”, la celebrazione padana voluta da Bossi, girata (per risparmiare) in Romania, raccomandata a Rai Fiction dal premier in persona. E’ la sera del 3 ottobre. La politica comincia a comprendere le dimensioni della tragedia, l’Italia rimane colpita dalle immagini della periferia sud di Messina invasa da un mare di fango. La dichiarazione è diversa dalle solite frasi ottimiste. In quel momento i morti accertati erano una appena una ventina.


Arriva o non arriva?
Come in un copione ben congegnato Berlusconi è arrivato sul luogo del disastro solo due giorni dopo, il 4 ottobre, preceduto dalle bordate della Ministra dell’Ambiente Prestigiacomo nei confronti dell’incapacità da parte della politica regionale di spendere le risorse economiche a disposizione per la messa in sicurezza del territorio e dagli strali del capo della Protezione Civile Bertolaso contro l’abusivismo edilizio e le sue coperture politiche. La visita era stata annunciata, poi smentita (“sarei solo d’intralcio”, dice Berlusconi), poi confermata. Sul campo la strada è stata aperta dagli specialisti del disaster management ai quali in queste occasioni viene delegata la gestione del territorio al di sopra di qualsiasi altra autorità locale.


L’apparizione del premier è carica delle speranze di chi è stato colpito dalla crudeltà della natura e la gestione del rapporto è diretta. Tra leader e popolo nessun elemento intermedio. Prima l’incontro diretto con gli sfollati, poi neanche il contraddittorio con i giornalisti, solo un “punto informazione”, non una conferenza stampa.
Più tardi, il presidente del Consiglio va in Prefettura, preferendo l’ingresso dall’entrata laterale per evitare i contestatori: non devono esserci registrazioni che associno nella stessa inquadratura manifestanti e Presidente del Consiglio, meno che mai devono andare in onda. Molto significativo il video registrato dagli attivisti No Ponte, che discutono animatamente con la troupe del Tg2 che spegne le telecamere per non riprendere la contestazione. La notizia, ben nascosta da quasi tutti i media, passerà brevemente su alcuni giornali e media e sarà affidata al circuito alternativo di YouTube.


Shock
Nessuna strategia della prevenzione del rischio (semmai il contrario), presa di possesso del territorio dopo il disastro, esautoramento di ogni filtro democratico, rapporto diretto con la gente, nessun contraddittorio, gestione personale ed emergenziale delle risorse per la ricostruzione. Questa è la politica della shock economy. Il modello è quello già sperimentato in Campania nella vicenda dei rifiuti ed a L’Aquila nel dopo terremoto.


Cos’è il “modello L’Aquila”? Ce lo dice il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, intervistato da “Il Mattino”: “È quello già sperimentato con successo sia per risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli sia per fare fronte al dramma del terremoto in Abruzzo. In entrambi i casi c’è stata una verticalizzazione delle decisioni su Berlusconi, il coinvolgimento dell’intero governo, un’agenzia operativa diretta da Bertolaso e la messa in campo di tutte le risorse e gli strumenti necessari per realizzare il piano”.


Insomma, un rivolgimento del sistema politico. Il “modello L’Aquila” uccide la democrazia. Il “modello L’Aquila” spiana i territori. La ricostruzione dei luoghi, con i loro sistemi di relazione, vita, economia, affetti, passa in secondo piano. L’obiettivo sono le New Town fatte di abitazioni “di tre soli piani con giardini, piante e fiori, totalmente attrezzate, tanto da poterci stare una settimana solo con quello che ci si trova dentro”, a detta del premier. Il sito? Dove c’è spazio.


In Abruzzo è prevalsa la visione “edilizia”, immobiliarista, del presidente Berlusconi, attuata “militarmente” dalla Protezione Civile. E’ quanto sostiene il “Comitatus Aquilanus”, un gruppo di architetti, urbanisti e tecnici del settore che riscontra la sparizione, dopo quella di “ricostruzione”, della parola “pianificazione”. Rimangono solo le “casette”. Per tutti? No, per 13.000/15.000 su 60.000 sfollati, a quanto pare.


Per Antonello Ciccozzi (docente di antropologia culturale presso l’Università degli Studi dell`Aquila) il progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) si configura come una vera e propria operazione da Shock Economy. L’emergenza viene, cioè, sfruttata per attivare dei meccanismi economici finalizzati a favorire le aziende legate al Governo. Il progetto C.A.S.E non tiene conto della varietà degli habitat culturali in cui si vuole calare (porterà – in molti tra i venti siti scelti per l’allocazione – una tipologia abitativa condominiale in contesti rurali) e, comunque, non basterà a dare una casa a tutti gli sfollati. Il sito www.laquilanuova.it descrive il progetto C.A.S.E. come totalmente fallimentare. I nuovi insediamenti sono costituti da appartamenti del valore di 2600/3000 euro al metro quadrato che hanno le dimensioni di 33 metri per le coppie, 41 per le famiglie composte da 3 persone e 55/84 per le più numerose e, nel loro complesso, si configurano come quartieri dormitori senza alcuna ricettività.


Augustus
La politica dei disastri si era manifestata in precedenza nella vicenda dei rifiuti in Campania. Un film-documentario, Una montagna di balle, con la regia di Nicola Angrisano e la voce narrante di Ascanio Celestini, frutto delle lotte contro le discariche e gli inceneritori, descrive, storicizzandolo, il meccanismo da Shock Economy che regge tutta la gestione dei rifiuti in Campania. Dal film appare evidente la scelta di alimentare il disagio causato dalla “monnezza” fino ad arrivare a situazioni di estrema emergenza, utili a determinare scelte che favoriscono solo alcuni gruppi imprenditoriali (l’Impregilo da una parte, la camorra dall’altra).


Si tratta, insomma, di schemi collaudati che vengono applicati in situazioni differenti ma che si basano su direttive ben articolate. Il “Metodo Augustus” e le sue integrazioni successive, ad esempio, definiscono le linee guida del funzionamento della macchina della Protezione Civile, impartiscono anche gli insegnamenti utili ai fini del governo del territorio e della popolazione in tempo di crisi. “La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi)… Se la controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite… E’ inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta”.
Diventa fondamentale il ruolo dei media. I giornalisti sono “embedded” come quelli impegnati in zone di guerra. Gli altri devono essere isolati.
E’ forse per questo motivo che le contestazioni di Onna e di Messina hanno trovato poco spazio sugli schermi delle tv. E’ forse per questo che un imponente cordone di polizia isolava i giornalisti in occasione dei funerali di Stato delle vittime di Messina. Un muro di divise per proteggere lo show.
Luigi Sturniolo/Antonello Mangano