Visualizzazione post con etichetta No war. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta No war. Mostra tutti i post

martedì 15 dicembre 2009

La lotta al terrorismo della cooperazione italiana e USA in Africa

di Antonio Mazzeo


Delegazione di altissimo livello quella giunta a Gaò, Mali, per la cerimonia conclusiva dell’inedita “missione umanitaria” Ridare la luce 2009, organizzata dall’Associazione Fatebenefratelli per i Malati Lontani (AFMAL) congiuntamente al Ministero Affari Esteri (MAE), all’Istituto Superiore di Sanità, all’Aeronautica militare e all’Esercito italiano, e la sponsorizzazione di Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), produttrice di cacciabombardieri e velivoli da trasporto militari. Tra i partecipanti ci sono infatti il Capo di Stato maggiore della difesa, generale Vincenzo Camporini, la responsabile della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina, dottoressa Elisabetta Belloni, il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, generale Daniele Tei e il Capo del Corpo sanitario dell’AMI, generale Ottavio Sarlo. Quasi una consacrazione del nuovo modello di “cooperazione allo sviluppo” che il governo italiano intende implementare nei prossimi anni: tagli sostanziali ai finanziamenti pubblici; utilizzo di contributi di aziende e industrie private; organizzazioni non governative ed associazioni di volontariato sostituite da università e istituti di ricerca; sempre meno progetti a medio-lungo termine e priorità agli interventi d’emergenza nelle aree geografiche d’interesse per l’economia nazionale. Il tutto possibilmente diretto, coordinato e realizzato da task-force di militari e civili, riproducendo in scala minore quanto gli Stati Uniti d’America stanno sviluppando in Africa grazie alla partnership tra AFRICOM (il comando delle forze armate per le operazioni nel continente africano) e USAID, l’Agenzia per gli aiuti allo sviluppo.

Generali e direttrice per la cooperazione hanno voluto incontrare nell’ospedale di Gaò i medici militari e il personale sanitario di cliniche e ospedali pubblici e privati italiani che “hanno eseguito circa 600 operazioni di cataratta ed altri interventi chirurgici”, effettuando altresì “corsi specifici per i medici locali sulle tecniche di rianimazione d’urgenza cardio-polmonare e sull’utilizzo di nuove tecniche operatorie in chirurgia addominale e laparoscopica”. Come spiegato dall’addetto stampa del Ministero della difesa, parte della formazione è “stata diretta in particolare ai giovani medici militari italiani, frequentatori del Corso di perfezionamento in medicina aeronautica e spaziale, sulle patologie tipiche delle zone altamente disagiate e tropicali”.

“C’è il progetto di rendere permanente questa attività equipaggiando l’ospedale di Gaò in modo da formare una leva di personale maliano”, ha annunciato la dottoressa Elisabetta Belloni. “La Cooperazione Italiana vuole investire su questa iniziativa e spero che attorno ad essa possano nascere altre attività di sviluppo, come centri per la fornitura di energia o acqua”. “Si tratta di una missione molto apprezzata, portata avanti con efficienza straordinaria e particolare gradimento della popolazione locale”, ha invece dichiarato il generale Vincenzo Camporini. L’alto ufficiale ha poi precisato le reali finalità della massiccia presenza militare nella missione Ridare la luce. “Considero questo genere di attività parte integrante dello scopo di una forza armata perchè ridurre il disagio sociale nelle zone dove può radicarsi il terrorismo è funzionale alla prevenzione di conflitti”. Vecchio assunto teorico-strategico quello di Camporini, al centro dei manuali anti-guerriglia delle truppe francesi in Algeria, dei berretti verdi in Vietnam, degli agenti CIA e dei “consiglieri militari” statunitensi presenti in America latina negli anni ’60, ’70 e ’80. Oggi è tema di approfondimento dei corsi destinati agli ufficiali africani che il Comando AFRICOM organizza con sempre più frequenza in tutto il continente.

“L’obiettivo comune della collaborazione tra le nostre forze armate e quelle degli Stati Uniti d’America è di combattere il terrorismo”, ha dichiarato il generale Gabriel Poudiougou, Capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare del Mali, in occasione della recente visita a Bamako di Mike Callan, vice-comandante di US Air Force Africa. “Relazioni più strette ci permetteranno di costruire un migliore quadro operativo nella lotta al terrorismo a tutti i livelli, locali e internazionali”, ha poi aggiunto Poudiougou. Due mesi fa il Dipartimento della Difesa ed AFRICOM hanno donato alle forze armate maliane velivoli tattici, fuoristrada, attrezzature di comunicazione e armamenti vari. “Hanno un valore di 5 milioni di dollari e permetteranno alle forze di sicurezza del Mali di spostarsi, eseguire trasporti e comunicare nelle aree più impervie e desertiche”, ha precisato il portavoce dell’ambasciata USA a Bamako. "Washington è sempre pronta a rispondere alle necessità dei nostri amici maliani e di tutti i nostri alleati in Africa occidentale nella lotta contro le milizie armate, inclusa al Qaeda, che sono attive nelle regioni settentrionali”.

Dopo l’attacco armato dell’organizzazione Al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) al confine tra Mali e Niger nel luglio scorso, in cui sarebbero morti 28 militari maliani, il governo locale ha dichiarato “guerra totale” alle organizzazioni islamiche radicali. In chiave “anti-terrorista” è stato tentato pure il riavvicinamento con i gruppi ribelli Tuareg che lottano per il riconoscimento dell’autonomia e dell’identità culturale. In questo sforzo di riconquista del territorio e del consenso popolare nelle regioni sub-sahariane, Bamako conta sull’assistenza incondizionata di Washington. È stato dato il via, in particolare, ad un piano infrastrutturale finanziato e coordinato da USAID e dal Comando AFRICOM di Stoccarda e che vede operare sul campo gli uomini dell’US Army Engineers. Attualmente sono in via di esecuzione 44 progetti nelle regioni più remote del Mali e del Niger: si tratta della costruzione di 32 pozzi d’acqua, 7 scuole, 2 piccoli presidi sanitari e 2 “banche di sementi”, costo totale 1,7 milioni di dollari. “Questi progetti beneficeranno gli abitanti, i nomadi Tuareg e i Wodaabe”, ha affermato Darrell Cullins, responsabile progetti in Africa dell’Europe District del Corpo d’ingegneria dell’esercito USA. Per “promuovere la libertà economica ed investire sul capitale umano”, il Mali è stato inserito dal Dipartimento di Stato tra i paesi del cosiddetto “Millennium Challenge Account”, il piano di “riduzione della povertà e di promozione della crescita economica” avviato nel 2004. Sono previsti interventi per 461 milioni di dollari, finalizzati in particolare all’irrigazione di un’area di 15.000 ettari per la produzione di riso e all’installazione di attrezzature nell’aeroporto internazionale di Bamako per il trasferimento dei prodotti ai mercati esteri. Accanto allo sviluppo delle monoculture per l’esportazione, USAID sta incoraggiando le “politiche di alleggerimento dello Stato nell’economia”, promuovendo i programmi di privatizzazione dei servizi e lo smantellamento di molte grandi imprese statali.

L’intervento di Washington non si fermerà tuttavia alle regioni sub-sahariane. “Per il futuro lavoro nel continente - ha aggiunto Darrell Cullin - l’US Army Enginners ha firmato un Multiple Award Task Order Contract (MATOC) che prevede il design e i lavori di realizzazione e manutenzione d’infrastrutture e di servizi destinati alla popolazione africana, per cui è prevista una spesa di 14,8 milioni di dollari entro il settembre del 2011. Il MATOC opererà principalmente in Niger, Ciad, Mali, Senegal, Marocco, Mauritania, Tunisia, Gabon, Ghana, Nigeria e Liberia, con la collaborazione dei militari presenti in Corno d’Africa e dell’US Navy”. Cooperazione, dunque, sempre più armata e militarizzata.

sabato 28 novembre 2009

In Mali il volto armato della cooperazione italiana

di Antonio Mazzeo

La Farnesina
scimmiotta Africom, il comando militare USA per l’Africa che rende digeribile la politica di penetrazione strategica nel continente alternando le operazioni di guerra e la fornitura di sistemi d’arma con microinterventi sanitari a favore delle popolazioni locali. Il 20 novembre 2009, una sessantina tra operatori sanitari di cliniche pubbliche e private romane, piloti e personale logistico dell’Aeronautica militare e dirigenti di Alenia (Finmeccanica), società leader nella produzione di cacciabombardieri e aerei da trasporto truppe, sono partiti da Pratica di Mare alla volta dell’Africa occidentale. Destinazione il Mali, un paese partner degli Stati Uniti nella campagna regionale contro il “terrorismo” e le organizzazioni islamiche radicali.

L’inedita pattuglia di mercanti d’armi, volontari e militari italiani partecipa alla missione “Ridare la luce 2009” che, secondo il capitano Erminio Englearo (addetto stampa dello Stato maggiore dell’Aeronautica), ha come obiettivi “la cura delle popolazioni del deserto del Sahel dalle malattie della vista, lo svolgimento di operazioni di chirurgia generale e lo scambio di conoscenze su nuove tecniche operatorie tra medici e infermieri italiani e maliani”. “Durante le due settimane di permanenza in Africa”, aggiunge Englearo, “medici militari specializzati, frequentatori del Corso di perfezionamento in medicina aeronautica e spaziale, seguiranno un corso sulle patologie tipiche delle zone altamente disagiate e tropicali. La missione è svolta in coordinamento e collaborazione con l’ONG “Associazione Fatebenefratelli per i Malati Lontani” (AFMAL), Alenia Aeronautica, Esercito Italiano, Ministero degli Esteri, Istituto Superiore di Sanità”.

L’AFMAL opera in Mali dal 2003 e sempre con la “collaborazione logistica” dell’AMI. Quest’anno però l’intervento è molto più esteso: il personale che vi partecipa comprende dottori e infermieri degli Ospedali Fatebenefratelli San Pietro di Roma, Isola Tiberina e San Camillo e chirurghi ed anestesisti delle strutture mediche dell’Aeronautica e dell’Esercito, dell’Istituto Superiore di Sanità, della clinica Nuova Itor di Roma, delle università La Sapienza e Tor Vergata e perfino di due strutture estere, l’ospedale San Giovanni di Dio di Siviglia (Spagna) e l’Università di Vanderbildt del Tenensee (USA).

Un aereo C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa si è fatto carico del trasporto delle attrezzature, dei presidi sanitari e del personale della missione. Per l’occasione è stato trasferito in Mali pure il nuovo prototipo di velivolo da trasporto tattico C-27J “Spartan” prodotto da Alenia Aeronautica in joint venture con alcune aziende del complesso militare industriale statunitense. “È con grande piacere che, anche quest’anno, Alenia Aeronautica mette a disposizione la propria tecnologia e le proprie persone per fornire supporto ad un’iniziativa che rappresenta non solo un grande esempio di solidarietà e collaborazione internazionale, ma che rispecchia i valori di fondo della nostra azienda”, ha dichiarato in una nota l’amministratore delegato di Alenia, Giovanni Bertolone. “Valori” che puntano “di fondo” a promuovere nel continente nero l’ultimo gioiello di guerra “made in Italy”, già ordinato da Grecia, Bulgaria, Lituania, Marocco dal Dipartimento della Difesa USA per rinnovare la flotta aerea del trasporto truppe. Sullo “Spartan” esiste anche un’opzione per l’acquisto di quattro unità da parte delle forze armate del Ghana, altro paese dell’Africa occidentale.

Madrina di “Ridare la luce”, la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri (MAE) che a Gaò, città maliana sul fiume Niger, è impegnata con l’Istituto Superiore di Sanità nella realizzazione di un reparto di oftalmologia e di un laboratorio d’analisi presso l’ospedale in cui opererà il personale civile e militare della missione AFMAL-Alenia. Per mera coincidenza, proprio il giorno in cui i due velivoli C-130J e C-27J decollavano dallo scalo militare di Pratica di Mare per il Mali, a Roma si teneva una riunione del Comitato direzionale del MAE che ratificava le nuove linee guida della cooperazione allo sviluppo. Dopo i pesantissimi tagli della finanziaria proprio alla voce “cooperazione” con il dirottamento dei fondi a favore delle missioni delle forze armate all’estero, si è deciso di congelare sine die qualsiasi finanziamento a favore dei progetti promossi dalle organizzazioni non governative. I fondi 2010, per un ammontare di 41,5 milioni di euro, saranno destinati solo ad iniziative della Banca Mondiale e delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. “Per il futuro si prevede di ricorrere al contributo dei privati”, ha annunciato la responsabile per la cooperazione della Farnesina, Elisabetta Belloni. “Si punterà altresì al potenziamento della cooperazione universitaria rafforzando, contestualmente il sistema universitario italiano”. Proprio cioè come si sta facendo in Mali: forze armate, Finmeccanica, cliniche e università, tutte insieme, al posto delle ONG che hanno fatto la storia della cooperazione dal basso rafforzando la società civile del Sud del mondo.

Al fine della “razionalizzazione” delle risorse, il Comitato direzionale ha pure deciso la chiusura di quattro Unità tecniche locali (Utl): a Luanda (Angola), Sarajevo (Bosnia), Buenos Aires (Argentina) e Nuova Delhi (India). Di contro è stata decisa l’apertura di un ufficio tecnico in Siria, a conferma del sempre maggiore interesse del governo italiano a giocare un ruolo da protagonista nello scacchiere mediorientale. C’è poi l’Africa all’orizzonte della “nuova” cooperazione italiana. È stato dato parere favorevole a un credito di aiuto alla Tunisia per un controvalore di 45 milioni di euro, “al fine di sostenere la bilancia statale dei pagamenti”. Altre iniziative saranno avviate in Burundi, Etiopia, Niger e Sudan nel “settore della sanità, della lotta alla desertificazione e dello sviluppo di politiche di genere”.

La parte del leone sarà interpretata però da Afghanistan e Pakistan, sicuramente sulla scia del rafforzamento a breve termine della presenza militare italiana e NATO in quest’area di guerra. Per l’Afghanistan sono stati approvati un contributo di quattro milioni di euro che sarà gestito dal Fondo di ricostruzione della Banca Mondiale, più un finanziamento di 667 mila euro per il programma di “formazione a distanza tramite la televisione Radio education”. Per il Pakistan si è approvato un credito d’aiuto di 20 milioni di euro per “l’inclusione sociale e l’occupazione nella provincia nord-occidentale di frontiera”, un’iniziativa a cui il Comitato del MAE aveva già concesso un credito di 40 milioni lo scorso mese di luglio. Un milione e 350 mila euro saranno impiegati per “l’assistenza tecnica dei piccoli produttori ortofrutticoli della valle di Swat”. A eseguire il progetto sarà l’Istituto agronomico d’oltremare (Iao), organo tecnico-scientifico della Direzione generale della cooperazione allo sviluppo. Infine è stato dato parere favorevole a due contributi a favore degli uffici di Unicef ed Unifem in Pakistan. Finché c’è guerra c’è speranza, anche per gli aiuti.


giovedì 26 novembre 2009

L’esercito afgano alla guerra con gli aerei dell’Alenia

di Antonio Mazzeo


In attesa dell’annuncio da parte dell’amministrazione Obama del nuovo piano di escalation militare USA e NATO nello scacchiere afgano, giunge notizia di una più che sospetta triangolazione di sistemi d’arma tra Italia, Stati Uniti ed Afghanistan. Il comandante della coalizione alleata nel paese mediorientale, generale Stanley McChrystal ha confermato all’agenzia Reuters la consegna alle forze armate afgane di due aerei da trasporto C-27A “Spartan” in dotazione dell’US Air Force, mentre altri 18 velivoli dello stesso modello saranno consegnati entro il 2011. Come dichiarato dall’alto ufficiale statunitense, “questo programma consentirà all’aviazione militare afgana di raddoppiare le proprie dimensioni per operare con efficacia dopo essere rapidamente caduta in disgrazia con l’avvento dei talebani”.

I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia dall’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G.222 ex AMI sono stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti italiani Alenia.

Grazie a chissà quale ennesimo segreto accordo nel nome della “lotta al terrorismo” e della difesa degli oleodotti petroliferi sulla rotta Asia-Occidente, aerei militari italiani giungeranno via Stati Uniti ad un paese in guerra da otto anni e con un governo delegittimato dalla recente farsa elettorale. E ciò, bypassando i controlli e le autorizzazioni previste dalla legge n. 185 del 1990, che disciplina il commercio delle armi italiane, vietando le esportazioni a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di “accertate gravi violazioni delle convenzioni sui diritti umani”. La triangolazione potrebbe però aprire scenari interessanti per il complesso militare industriale, specie in vista della coproduzione di una versione più aggiornata del velivolo da trasporto C-27. Si tratta dello “J Spartan”, in grado di superare i 500 Km/h di velocità e di volare con un’autonomia di 5.930 Km a 500 Km/h.

Nel 2005, Alenia-Finmeccanica, congiuntamente ai colossi statunitensi L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce, Honeywell e Dowty, ha costituito la joint venture Gmas - Global Military Aircraft Systems, candidandosi come principale contractor del programma “Joint Cargo Aircraft” per l’ammodernamento dei mezzi di trasporto militare USA. Il modello offerto al Pentagono, appunto il C-27J, stando alle industrie produttrici, consentirà “molteplici missioni tra le quali il trasporto di truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il pattugliamento marittimo, la ricerca e il soccorso (Sar)”. Con il velivolo, inoltre, verrebbe assicurata “un’elevata efficienza operativa, un’estrema flessibilità d’impiego, le migliori prestazioni per i velivoli della sua categoria in tutte le condizioni operative e caratteristiche uniche d’interoperatività con gli aerei da trasporto di classe superiore in servizio con le forze aeree della NATO”.

La trattativa tra il consorzio italo-statunitense e il Dipartimento della difesa è stata seguita passo dopo passo dall’allora governo Prodi e si è sbloccata positivamente proprio nei mesi in cui si è concretizzata l’offerta del vecchio scalo “Dal Molin” di Vicenza quale base avanzata delle truppe d’élite aviotrasportate dell’US Army. Nel giugno 2007, in occasione della visita in Italia del presidente Gorge Bush, l’esercito e l’aeronautica militare USA hanno annunciato di volere acquistare sino a 145 velivoli C-27J, con un’opzione per altri 62 velivoli entro dieci anni. Nei piani delle aziende, l’assemblaggio dei C-27J si realizzerebbe negli stabilimenti L-3/Boeing di Waco (Texas) e in quelli di Alenia Aeronautica di Pomigliano (Napoli) e Torino-Caselle. Valore stimato della commessa, tra i sei e i sette miliardi di dollari.

A raffreddare gli entusiasmi è arrivata però poi la decisione dell’amministrazione USA di ridurre il programma a soli 38 aerei da trasporto; sino ad oggi, però, gli ordini veri e propri da parte de Joint Cargo Aircraft Program Office ammontano a 13 C-27J, per una spesa di “appena” 400 milioni di dollari. A rendere meno cupo l’orizzonte per la joint venture, l’interesse espresso dal Comando per le Operazioni Speciali dell’aeronautica militare USA per una versione modificata del velivolo da usare come “cannoniera volante” (nome in codice, AC-27J Stinger II). Fonti USA riferiscono inoltre che le triangolazioni degli C-27 potrebbero avere un seguito in Ghana. Quattro velivoli starebbero per essere acquistati dal Pentagono alla L-3 Communications Integrated Systems per poi essere rivenduti alle forze aeree del paese dell’Africa occidentale. Sembra poi che la produzione dei C-27J “ghanesi” verrebbe sub-appaltata all’Alenia Aeronautica. Chissà che commesse e fatturati non crescano allora secondo le stime auspicate dai manager Finmeccanica al tempo in cui il governo di Roma si piegava agli scellerati programmi USA di militarizzazione del territorio italiano: oltre al “Dal Molin” di Vicenza, il potenziamento delle infrastrutture di Aviano, Camp Darby, Napoli, Sigonella e Niscemi.

martedì 17 novembre 2009

Africom contro i pirati grazie agli aerei senza pilota

di Antonio Mazzeo

AFRICOM, il comando delle forze armate USA per le operazioni nel continente africano, interverrà direttamente contro la pirateria navale nel Golfo di Aden. Lo farà grazie all’uso dei nuovi velivoli senza pilota UAV “MQ-9 Reaper”, dislocati da qualche giorno nell’aeroporto internazionale Mahé delle isole Seychelles. “Gli aerei senza pilota saranno utilizzati per condurre missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento in un’area che si estende dalle coste somale sino all’Oceano Indiano occidentale”, ha dichiarato il ministro del trasporto e l’ambiente delle Seychelles, Joel Morgan, in occasione del primo volo operativo del “Reaper”. “Grazie agli Stati Uniti che hanno risposto rapidamente alle nostre richieste di assistenza, le Seychelles sono diventate il centro hub per la lotta alla pirateria”. A supporto della missione degli UAV sono stati trasferiti nell’arcipelago 75 militari in forza al Comando navale statunitense per l’Europa e l’Africa NAVEUR NAVAF, con sede nella città di Napoli. NAVEUR NAVAF ha pure ordinato il rischiaramento nelle Seychelles, “a tempo indeterminato”, di due aerei per il pattugliamento marittimo P-3 Orion.

Con una lunghezza di 20 metri, gli “MQ-9 Reaper” possono volare per 30 ore consecutive ad una velocità di oltre 440 chilometri all’ora e un raggio operativo di 4.800 chilometri. Dotati di sofisticate telecamere e sensori per captare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano, i velivoli sono guidati a distanza da stazioni terrestri e satellitari. Non si tratta però solo di sofisticati aerei-spia. Nel teatro afgano, i “Reaper” dell’US Air Force vengono utilizzati per missioni di attacco con missili “Wingspan” e bombe a caduta libera. Il Pentagono nega però che gli UAV trasferiti alle Seychelles abbiano vocazioni offensive. “Gli Stati Uniti non utilizzano armi a bordo degli aerei e non si pensa di farlo in futuro”, ha dichiarato il portavoce di AFRICOM, Vince Crawley. “Il trasferimento dei Reaper risponde a obiettivi anti-pirateria, di sicurezza marittima e delle frontiere, di deterrenza del terrorismo internazionale e di protezione degli abitanti delle Seychelles e di altri paesi vicini”. “Le Seychelles – ha aggiunto Crawley - hanno un ruolo importante per assicurare la libertà di navigazione a beneficio di tutte le nazioni. Sono una piattaforma ideale per osservare i vasti corridoi marittimi dell’Oceano Indiano. AFRICOM sosterrà le missioni contro la pirateria perchè la Marina USA vuole vedere come possono operare questi velivoli senza pilota in vaste aree marittime”. L’agguerrita forza navale statunitense che pattuglia le acque del Golfo di Aden ha utilizzato sino ad oggi per intercettare le imbarcazioni utilizzate dai pirati per gli assalti, un UAV molto più piccolo del “Reaper”, lo “ScanEagle”, operativo dalle navi e con un’autonomia di 20 ore e una velocità di crociera non superiore ai 140 km/h. Con il debutto di AFRICOM nella crociata per la “libertà dei mari africani”, le forze armate USA possono dunque estendere il loro bacino operativo, assicurandosi una proiezione maggiore e dispositivi di guerra con tecnologia più avanzata.

L’arrivo dei Reaper a Mahé fa parte di un accordo di mutua cooperazione militare sottoscritto recentemente da Washington e dalle autorità a capo delle 115 isole che compongono l’arcipelago. Ai militari delle Seychelles sono stati affiancati “consiglieri” e personale specializzato del Combined Joint Task Force – Horn of Africa (CJTF-HOA), il reparto interforze USA di stanza a Gibuti. Per il triennio 2008-2010, il Dipartimento della Difesa ha pure stanziato a favore delle isole la somma di 300.000 dollari nell’ambito del programma di addestramento “IMET International Military Educations and Training”. Alle Seychelles è stato assicurato pure il supporto militare da parte degli europei. La scorsa settimana, il diplomatico britannico Matthew Forbes, a nome dell’Unione europea, ha firmato un accordo con il governo locale che autorizza il dislocamento nell’arcipelago di militari e unità navali EU, in funzione anti-pirateria e a difesa del turismo d’elite internazionale e delle marine che controllano la pesca del tonno. Francia e Gran Bretagna lo avevano già fatto singolarmente qualche tempo prima, trasferendo alcune unità da guerra per pattugliare la Zona Economica Esclusiva delle Seychelles (1,4 milioni di chilometri quadrati).

La scelta di Washington di puntare all’utilizzo dei velivoli senza pilota è stata interpretata come una presa d’atto del fallimento delle operazioni navali anti-pirateria lanciate lo scorso anno a largo della Somalia, i cui costi, tra l’altro, non sono più sostenibili a medio-lungo termine (oltre 450 milioni di dollari già spesi solo dalla flotta navale dell’Unione europea nell’ambito della cosiddetta “Operazione Atalanta” nel Golfo di Aden). Secondo i dati pubblicati nell’ultimo rapporto sulla pirateria dall’International Marittime Bureau, nei primi nove mesi del 2009 si sono verificati nelle acque dell’Africa orientale 147 incursioni pirata (100 nel Golfo di Aden e 47 nell’Oceano Indiano occidentale), più del doppio di quanto verificatosi l’anno precedente (63). Le imbarcazioni degli assalitori hanno poi accresciuto progressivamente il loro raggio di azione. Meno di una quindicina di giorni fa, due motoscafi partiti probabilmente da una “nave madre” di maggiori dimensioni, hanno abbordato la petroliera “BW Lion” di Hong Kong, sequestrandone l’equipaggio. Si è trattato dell’assalto più distante dalla Somalia mai verificatosi sino ad oggi, a 400 miglia nautiche a nord est delle Seychelles e ad oltre un migliaio di miglia di distanza da Mogadiscio. Secondo il portavoce di una delle maggiori compagnie di navigazione internazionali, ciò indicherebbe che “i pirati si sono insediati alle Seychelles, da dove starebbero seguendo il traffico navale utilizzando i Sistemi d’identificazione automatica AIS”. Da ciò l’occupazione manu militari dell’arcipelago da parte USA e dell’Unione europea e la sperimentazione di nuovi sistemi d’intercettazione aerea.

L’installazione degli UAV alle Seychelles apre tuttavia inquietanti scenari per ciò che riguarda la lotta scatenata dal Pentagono contro le organizzazioni islamiche radicali che controllano buona parte del territorio somalo. Secondo quanto rivelato dal EastAfrican, che ha citato “fonti ufficiali del Comando AFRICOM di Stoccarda”, gli aerei senza pilota potrebbero essere utilizzati infatti “per cacciare e attaccare i militanti islamici all’interno della Somalia”, sfruttando il mandato delle Nazioni Unite che autorizza le operazioni “anti-pirateria” anche a terra. Il portavoce del Comando USA, con una e-mail inviata al periodico, ha tentato di ridimensionare l’effetto delle incaute dichiarazioni dei colleghi AFRICOM. “Le operazioni di sorveglianza degli MQ-9 Reaper – scrive Vince Crawley - si svolgeranno principalmente sull’acqua”. Solo “principalmente” però.

Appena due mesi fa, il 14 settembre 2009, le forze armate USA hanno effettuato un raid nei pressi del villaggio di Barawe, 155 miglia a sud di Mogadiscio, uccidendo un imprecisato numero di militanti del gruppo islamico al-Shabab, tra cui Saleh Ali Saleh Nabhan, sospettato della partecipazione agli attentati del 1998 contro l’ambasciata statunitense di Nairobi (Kenya), quando morirono 212 persone. Un’operazione ancora “top secret” che ha comunque rappresentato un punto si svolta nell’intervento politico-militare USA nell’odierno conflitto somalo. Secondo quanto rivelato dal New York Times, l’attacco sarebbe stato sferrato utilizzando alcuni elicotteri dell’US Army dotati da cannoni di 50 mm, congiuntamente all’intervento degli uomini dell’US Joint Special Operations Command e dei reparti d’assalto del Navy SEAL. Al blitz avrebbero pure collaborato due unità da guerra della Marina militare USA operanti con la task force internazionale anti-pirati. Sempre secondo il New York Times, l’operazione avrebbe preso il via dopo un ordine firmato direttamente dal presidente Barack Obama. “La decisione di utilizzare i commandos e no i missili Cruise a lungo raggio può aver risposto all’intenzione dell’amministrazione USA d’intervenire più in profondità risparmiando vittime civili”, aggiunge il quotidiano statunitense. In quest’ottica strategica, armi come gli aerei “Reaper” potrebbero rendersi utilissime in Somalia.

Sulle intenzioni di Washington di voler ridurre gli “effetti collaterali” degli attacchi c’è però poco da credere. In Pakistan, ad esempio, l’uso di un altro modello UAV, il Predator, si è fatto sempre più frequente con l’insediamento di Obama alla Casa Bianca. Secondo uno studio della New America Foundation, negli ultimi dieci mesi l’amministrazione USA ha ordinato 41 incursioni aeree con i “Predator”, contro le 34 registrate nell’ultimo anno di presidenza di Gorge Bush. E dal 2006 sino ad oggi, sempre secondo la fondazione, le operazioni dei “Predator” avrebbero causato in Pakistan un migliaio di morti.


lunedì 9 novembre 2009

Le forze armate USA tornano ad occupare le basi di Panama

di Antonio Mazzeo




Procede senza sosta la controffensiva del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in America latina. Dopo aver firmato un accordo con il governo colombiano per l’utilizzo di sette basi aeree, Washington ha ottenuto dalle autorità panamensi l’autorizzazione a reinstallare proprie unità militari in quattro stazioni navali di fondamentale importanza per il controllo del Canale di Panama e dei Carabi. Lo ha denunciato il diplomatico Julio Yao, presidente del Servicio de Paz y Justicia, durante il discorso ufficiale pronunciato il 3 novembre scorso in occasione dell’annuale festa di commemorazione del “padre dell’indipendenza” panamense, Manuel Amador Guerrero. Alla presenza del presidente Ricardo Martinelli e delle maggiori autorità civili e militari del paese, Julio Yao ha lanciato parole durissime nei confronti del governo, stigmatizzando la decisione che “viola apertamente la sovranità nazionale”. “Le basi aereonavali e della polizia panamensi messe segretamente a disposizione degli Stati Uniti per lanciare possibili operazioni in tutta la regione – ha dichiarato il diplomatico - accentuano la militarizzazione di un ampio spazio territoriale e sono una franca cospirazione contro la pacifica convivenza tra i popoli e la soluzione pacifica dei conflitti”.
La cessione di infrastrutture militari alle forze armate USA era trapelata già a fine settembre, dopo la visita a Panama della Segretaria di Stato, Hillary Clinton. Allora, il ministro alla Giustizia, Jose Raúl Mulino, aveva però ammesso solo la firma di un accordo di cooperazione bilaterale per rafforzare la presenza delle forze di sicurezza panamensi in due basi navali, a Bahía de Piña nella provincia del Darién, al confine con la Colombia, e a Punta Coca (Veraguas), nella parte sud-occidentale del paese. “Si tratterà esclusivamente di stazioni interforze panamensi, a disposizione dei Servizi di Frontiera e Aeronavali e della Polizia Nazionale, per rispondere all’esigenza di maggiori controlli delle coste panamensi contro il traffico di stupefacenti”, dichiarava il rappresentante dell’esecutivo. Un mese dopo le basi militari sono divenute quattro e il loro uso è stato concesso alle forze armate statunitensi. “Si sono pure moltiplicate le finalità di queste installazioni militari”, commenta Marco Gandásegui, docente dell’Università di Panama e ricercatore del Centro di Studi Latinoamericani (CELA) “Justo Arosemena”. “Accanto alla “lotta al traffico di droga”, compare il riferimento all’obiettivo di “frenare il traffico di persone illegali” e il “terrorismo”, eufemismo che i funzionari nordamericani possono interpretare come vogliono”. Oltre alle due basi navali di Bahía de Piña e Punta Coca, le forze armate USA potranno contare sull’utilizzo di un’infrastruttura aeronavale che sorge nell’isola di Chapera, nell’arcipelago de “Las Perlas”, e della base di Rambala, nella provincia di Bocas del Toro.
Con l’accordo sottoscritto con il governo panamense, le forze armate statunitensi tornano ad assumere il controllo di Panama, dieci anni dopo aver abbandonato le 14 basi e stazioni radar che detenevano nel paese da tempo immemorabile. L’articolo V del Trattato di Neutralità firmato nel 1977 dagli allora presidenti Omar Torrijos (Panama) e Jimmy Carter (USA) aveva stabilito che Panama avrebbe riacquisito il pieno controllo del Canale a partire dell’1 gennaio 2000 e che solo le autorità di questo paese avrebbero potuto mantenere forze e installazioni militari di difesa all’interno del territorio nazionale. Nel 2002, però, un accordo tra il governo di Panama e l’ambasciatore James Becker, aveva disposto che i porti e gli aeroporti del paese centroamericano potessero essere utilizzati dalle forze armate statunitensi per esercitazioni militari o trasferimenti transitori di truppe e armamenti. “Un accordo senza alcun fondamento costituzionale che consente pure agli Stati Uniti d’America d’invitare paesi terzi a fare ingresso nel nostro territorio con il proposito di cooperare nella guerra contro il terrorismo, il narcotraffico e altri delitti internazionali”, spiega il diplomatico Julio Yao. “Secondo questo accordo, Panama è pure costretta a non poter esercitare alcuna giurisdizione sui funzionari civili e militari USA accusati di crimini di guerra, né può sottometterli a giudizio del Tribunale Penale Internazionale”.
Nell’ultimo triennio, la presenza di unità navali USA si è fatta sempre più frequente nelle acque territoriali e nei porti panamensi, in particolare quello di Vasco Nuñez de Balboa, all’interno del Canale, confinante con una (ex) stazione di trasmissione dell’US Navy utilizzata per le comunicazioni con i sottomarini in transito negli oceani. Panama, in particolare, è sede fissa delle operazioni della IV Flotta USA e della “Southern Partnership Station”, la missione navale attivata periodicamente nei Carabi e in America latina dall’US Southern Command (il Comando Sud delle forze armate USA) con finalità di addestramento e cooperazione militare per la “sicurezza di teatro” e l’interdizione del narcotraffico e delle migrazioni. Dall’11 al 22 settembre scorso, il Canale di Panama ha ospitato una delle più grandi esercitazioni aeree e navali mai realizzate a livello internazionale, Panamax 2009, a cui hanno partecipato 4,500 militari, 30 navi da guerra e decine di cacciabombardieri di 20 nazioni straniere. “Con l’esercitazione sono state sperimentate tutta una serie di risposte alla richiesta di protezione e assicurazione della libertà di transito attraverso il Canale”, si legge in una nota diffusa dall’US Southern Command, che ha pure enfatizzato l’importanza strategica di questo corridoio interoceanico per l’economia e il commercio USA e mondiale.
Gli Stai Uniti rappresentano oggi il maggior partner economico di Panama; si tratta però di un rapporto fortemente sbilanciato a favore di Washington. Nel 2008 il surplus degli scambi con il paese centroamericano è stato infatti di 4,3 miliardi di dollari, l’ottavo in ordine di grandezza a livello mondiale degli Stati Uniti. La concessione delle quattro basi panamensi alle forze armate USA viene considerata proprio in funzione del rafforzamento del controllo economico di Washington sul paese e sul Canale. Parallelamente al nuovo patto militare, la nuova amministrazione Obama e il governo di Panama hanno concluso un importante accordo di libero commercio (Free Trade agreement - FTA). “Il nuovo trattato di libero commercio incoraggerà l’espansione e la diversificazione del commercio USA con Panama eliminando le barriere doganali e facilitando la movimentazione di beni e servizi a favore delle imprese statunitensi”, ha commentato James M. Roberts, ricercatore in “Libertà economiche e Sviluppo” del Centro per il Commercio Internazionale della ultraconservatrice Heritage Foundation. “L’FTA USA-Panama offrirà un insieme di regole chiare e vincolanti che favoriranno stabilità e prevedibilità. Le regole dell’accordo di libero commercio per servizi, attività, investimenti, commesse governative, diritti di proprietà intellettuale e risoluzione di dispute saranno maggiori di quelle previste dagli standard dell’Organizzazione per il Commercio Mondiale. L’FTA garantisce un trattamento non discriminatorio per i capitali stranieri e legittima la preparazione di ulteriori trasferimenti di tecnologie e migliori pratiche tra i paesi partner”.
Sempre secondo il ricercatore dell’Heritage Foundation, il nuovo accordo di libero commercio dovrebbe permettere alle imprese USA di recuperare lo “svantaggio competitivo” nella gestione del traffico attraverso il Canale, dopo che “la società cinese con sede a Hong Kong, Hutchison Whampoa, Ltd., ha firmato accordi di affitto a lungo termine con il governo panamense per operare nei porti commerciali strategici di Cristobal sull’Atlantico e Balboa sul Pacifico”. Washington punta inoltre a spostare a proprio favore l’esito negativo della gara per i lavori di ampliamento del Canale di Panama (costo stimato 5,25 miliardi di dollari), gara appena aggiudicata ad un consorzio europeo che vede capofila l’italiana Impregilo. “Assicurato l’FTA, le compagnie USA potrebbero posizionarsi meglio per i lucrativi appalti di costruzione”, scrive ancora James M. Roberts. “La maggior parte delle attrezzature che saranno utilizzate per costruire il nuovo sistema di chiuse, ad esempio, potrebbero essere prodotte negli Stati Uniti”.
Immancabili, infine, le considerazioni di ordine geo-strategico, finalizzate all’isolamento e alla sconfitta dei nuovi “nemici” di Washington negli scenari latinoamericani. “L’accordo di libero commercio con Panama – conclude il ricercatore – aiuterà a contrarrestare la crescente corrente rappresentata dal Chavismo che ha fortemente circondato la Colombia e provocato l’odierna crisi in Honduras, e che minaccia di minare gli interessi emisferici USA”.

sabato 7 novembre 2009

Il MUOS a Niscemi, una bomba ecologica

di Antonio Mazzeo

“Incompleta e di scarsa attendibilità” con una documentazione allegata “discordante, insufficiente e inadeguata”. È quanto emerge dalla relazione tecnica che analizza lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale presentata nell’estate del 2008 dalla Marina militare statunitense in vista dell’installazione della stazione del sistema di telecomunicazione satellitare MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta di Niscemi”, in provincia di Caltanissetta.
La presentazione della valutazione d’incidenza si era resa necessaria in quanto le infrastrutture MUOS occuperanno un’area di circa 2.500 m2 ricadente in zona B della riserva di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), identificato dal codice “ITA050007” e rientrante - secondo il manuale delle linee guida per la gestione dei Siti Natura 2000 del Ministero dell’Ambiente - nella tipologia “a dominanza di querceti mediterranei”. Parere favorevole sullo “studio ambientale” predisposto dall’US Navy era stato rilasciato l’8 settembre del 2008 da tutti i partecipanti alla conferenza dei servizi indetta dall’Assessorato regionale al Territorio ed Ambiente. Alla conferenza, oltre all’ente gestore della riserva naturale, erano presenti anche due tecnici del Comune di Niscemi. Successivamente, sulla spinta delle mobilitazioni “No MUOS” sviluppatesi nelle province di Caltanissetta e Catania, l’amministrazione comunale di Niscemi aveva incaricato tre professionisti a riverificare i possibili impatti dell’impianto satellitare sulla flora e la fauna della “Sughereta”. Consegnata il 10 ottobre 2009, la relazione a firma dei dottori Donato La Mela Veca (cartografo), Tommaso La Mantia (agronomo presso la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo) e Salvatore Pasta (botanico), individua un impressionante numero di lacune ed omissioni nella valutazione ambientale del progetto, rilevando la scarsissima attenzione prestata dai militari statunitensi allo straordinario patrimonio ospitato in una delle più importanti riserve ecologiche siciliane.
“Dal contenuto della valutazione d’incidenza”, scrivono i tre professionisti, “emerge un resoconto incompleto o spesso poco dettagliato di tutti gli impatti diretti ed indiretti dell’intervento. Si forniscono indicazioni sulla superficie coinvolta nella messa in posto di case pre-fabbricate e delle antenne (circa 900 m2), delle strade e dei marciapiedi (circa 1.500 m2), ma non è stato possibile trovare alcuna informazione quantitativa sui volumi e sull’estensione areale delle opere di rimodellamento della morfologia e di regimazione idraulica”. Mentre due delle tavole presentate risultano “sfalsate di pochi metri e riguardano esclusivamente l’area in cui è prevista la messa in posto delle nuove antenne e dei capannoni pre-fabbricati”, viene invece del “tutto trascurato il resto dell’area influenzata dal progetto”. Gli esperti sottolineano poi un’“apparente discordanza tra il perimetro dell’area d’intervento riportato sulla cartografia messa a disposizione e l’ambito d’intervento così come delimitato sul campo e indicatoci dai responsabili progettuali ed esecutivi del progetto”. Nello specifico, lo studio per la valutazione d’incidenza non aveva preso in considerazione l’area pianeggiante che sovrasta quella in cui è prevista l’installazione di tre grandi antenne circolari con un diametro di 18,4 metri e due torri radio alte 149 metri, “già occupata da materiali e mezzi” del cantiere MUOS.
“Manca una benché minima valutazione degli impatti che l’infrastruttura avrà sulla fauna in fase d’esercizio e le considerazioni sugli impatti su flora e vegetazione in fase di cantiere sono a dir poco scorrette e inconsistenti”, aggiungono i professionisti, lamentando la mancata consegna di “documenti fondamentali” nel procedimento, come ad esempio le relazioni paesaggistica e faunistica e la Carta dei vincoli della riserva. Nella documentazione “non compare neppure un singolo riferimento alla denominazione né ai codici numerici relativi ad eventuali habitat presenti nell’area d’indagine”.
Relativamente allo studio della vegetazione, sono stati “sottostimati” e “del tutto trascurati” gli elementi di maggiore pregio. Avendo essi una fenologia tardo-vernale e primaverile, l’epoca d’indagine dei tecnici incaricati dall’US Navy è stata del tutto inappropriata. “Invece di considerare l’area di “scarso interesse””, spiegano i professionisti, “sarebbe stato più corretto rifiutarsi di compiere il sopralluogo in una stagione del tutto inidonea ad individuare le principali emergenze botaniche (flora, vegetazione e habitat del comprensorio)”. Contrariamente al giudizio dei fautori del progetto MUOS, la riserva di Niscemi “costituisce un biotopo di notevole interesse naturalistico e scientifico, ed è stato, designato per la presenza di quattro habitat, di cui uno prioritario”. L’habitat più esteso è costituito dalla Foresta a Quercus suber (Sughera) che presenta “spiccati caratteri di xericità se confrontata con altre sugherete della Sicilia”. La “Sughereta di Niscemi”, spiegano gli esperti incaricati dal Comune, è “certamente un’area di grande interesse perché sebbene le unità di vegetazione naturale e semi-naturale, sugherete innanzitutto, appaiano frammentate sono uno degli ultimi esempi di questa tipologia di habitat nella Sicilia meridionale”.
Ricca e di amplia distribuzione la flora esistente nell’area interessata dal dissennato programma militare. Si tratta di circa 200-250 specie diverse, il 40% delle quali esclusive del bacino del Mediterraneo, con alcune già sottoposte a tutela internazionale (fior di legna, serapide lingua, lino delle fate minore, melica piramidale, quercia spinosa, pungitopo). La relazione tecnica segnala la “presenza di due specie incluse nelle liste rosse regionali, ovvero l’eliotropio (indicato come “vulnerabile”) e la laurea, mentre “riveste un certo interesse fitogeografico la presenza di Helichrysum scandens (endemico della Sicilia sud-orientale), radicchio virgato, crespino spinoso, calicotome infesta e alkanna tintoria, quest’ultima piuttosto rara a livello regionale”. Sui pendii a est dell’area in cui sorgeranno le antenne sono state osservate inoltre “importanti praterie a barboncino mediterraneo, garighe frammiste a prateria ad erba della pampa, piccoli nuclei di macchia sclerofilla termofila con lentisco, ilatro, ulivo silvestre, ed esigui popolamenti di sughere”.
“Sebbene l’area di intervento sia minima rispetto alla superficie della riserva nel suo complesso, le interazioni con l’avifauna possono essere significative dato il contesto territoriale”, si legge ancora nella relazione predisposta dal Comune di Niscemi. “L’area è di grande interesse per la presenza di un elevato numero di specie di uccelli (122), dovuto al fatto che il Sito Natura 2000 si trova lungo le linee di migrazione dell’ornitofauna, per l’eterogeneità del paesaggio vegetale e perché la sua posizione all’estremo sud dell’Isola determina nel periodo invernale condizioni ambientali idonee allo svernamento di molti uccelli”. In particolare nella riserva è stata riscontrata l’esistenza di due specie che in Europa svernano solamente in Sicilia, l’upupa e il biancone, e di altre due che svernano irregolarmente, il grillaio e l’aquila minore. La rilevanza del sito è però data dalla presenza di 8 specie di uccelli tutelate da direttive e convenzioni internazionali, tre delle quali classificate come “vulnerabili” e due “minacciate”: coturnici, gruccioni, beccacce, succiacapre, ghiandaie marine, tottaville, magnanine comuni, averle capirossa. Nell’area dei cantieri sono stati pure osservati gheppi, poiane, colombacci, tortore, civette, rondoni, cappellacce, calandrelle, balestrucci, saltimpalo, merli, beccamoschini, sterpazzoline, occhiocotti, gazze, cornacchie grigie, storni neri, passere sarde. Rilevante la comunità di uccelli rapaci diurni come nibbi reali, nibbi bruni, sparvieri e biancone, “indici di elevata qualità ecologico-funzionale delle zoocenosi locali”. Irregolarmente sono stati osservati pure l’aquila del Bonelli e il capovaccaio.
Lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale delle forze armate USA sorvola inoltre sul fatto che il Sito d’Importanza Comunitaria di Niscemi si qualifica per l’elevata diversità degli anfibi e rettili esistenti. Delle 11 specie di anfibi e 27 di rettili che vivono in Sicilia, sono infatti presenti nell’area rispettivamente 4 e 14 specie. Alcune di esse risultano protette dalle normative internazionali: tra gli anfibi, il discoglosso dipinto, il rospo comune, il rospo verde, la raganella italiana; tra i rettili, la testuggine comune, il ramarro, la lucertola campestre, la lucertola siciliana, il gongilo ocellato, il biacco maggiore, il colubro liscio, il saettone, il colubro leopardiano, la biscia dal collare. “Anche per i mammiferi va rimarcata la grande ricchezza locale”, sottolineano gli estensori della relazione tecnica. All’interno del SIC sono presenti complessivamente 16 specie di mammiferi, 5 delle quali “protette” perché in rischio di estinzione (pipistrelli albolimbati, pipistrelli di Savi, serotini comuni, istrici, gatti selvatici). La riserva è popolata inoltre da ricci, mustioli, crocidure sicule, conigli selvatici, lepri, topi quercini, arvicole del Savi, moscardini, volpi, donnole, martore.
Ma non sono solo i lavori d’installazione delle grandi antenne del MUOS a mettere fortemente a rischio la vita di queste importanti specie vegetali e animali. Su di esse incombe infatti il pericolo delle intense radiazioni elettromagnetiche che saranno emesse quando gli impianti di teletrasmissione entreranno in funzione.
“Gli studi pregressi sulle emissioni elettromagnetiche prefigurano un quadro allarmante sulle possibili ricadute negative delle antenne sulla fauna del SIC”, avvertono gli estensori della relazione tecnica. “Gli studi sugli effetti delle onde utilizzate in telefonia (equiparabili alle microonde del MUOS, nda) hanno dimostrato inequivocabilmente gli effetti negativi”. Con riferimento alla flora e alla fauna, in particolare, in una sua recente review sugli effetti della meno intensa “radiofrequency radiation from wireless telecommunications”, il direttore generale per l’Ambiente della Junta de Castilla y León (Spagna), Alfonso Balmori, afferma che “le microonde e l’inquinamento da radiofrequenze rappresentano una possibile causa del declino della popolazione animale e del deterioramento dello stato di salute delle piante che vivono nei pressi delle torri telefoniche”. Per lo studioso iberico, le radiazioni provenienti dagli impianti della telefonia cellulare possono produrre effetti sui sistemi nervoso, cardiovascolare, immunitario e riproduttivo. “Esse danneggiano il sistema nervoso alterando l’elettroencefalogramma, modificando la risposta dei neuroni o la cosiddetta “blood-brain barrier”, la barriera che separa il sangue dal fluido cerebrospinale. Alterano i ritmi circadiani (sleep-wake), interferiscono sulla ghiandola pineale e sbilanciano la produzione ormonale. Modificano il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna. Interferiscono negativamente sulla salute e sul sistema immunitario, causando abulia, stanchezza, deterioramento del piumaggio e problemi di accrescimento. Causano difficoltà nella costruzione dei nidi o diminuzione della fertilità, del numero delle uova, dello sviluppo degli embrioni, della percentuale di cova o di sopravvivenza dei pulcini. Generano problemi genetici, locomotori, parziale albinismo e melanismo e promuovono l’insorgenza di tumori”. “Per questa ragione – conclude Alfonso Balmori – dovrebbero essere assunte misure in via precauzionale, e accertate la gravità degli effetti ambientali di queste infrastrutture, se ne deve vietare l’installazione in aree naturali protette ed in luoghi dove sono presenti specie in pericolo”. A Niscemi, però, i lavori di costruzione delle infrastrutture che ospiteranno il MUOS sono iniziati, segretamente, il 19 febbraio 2008 (ben prima dunque dello studio d’incidenza ambientale dell’US Navy) e oggi procedono speditamente anche all’interno dell’area sottoposta a riserva.
“Assai grave mi sembra il particolare che, prima ancora di iniziare i lavori, aree escluse dagli elaborati risultino già occupate, il che fa pensare a un impatto dei cantieri e delle opere accessorie certamente maggiore rispetto a quello prospettato”, dichiara l’ambientalista siciliano Giuseppe Palermo. “Se le risultanze di questa relazione dovessero essere confermate al termine della valutazione d’incidenza, secondo la direttiva CEE 92/43 (“Habitat”) e alla luce del principio di precauzione, la sola eventualità degli effetti negativi di cui si parla nel testo dovrebbe portare a respingere il progetto. L’articolo 6 di questa direttiva è esplicito: le autorità nazionali competenti possono dare il loro assenso “soltanto dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l’integrità del sito in causa”. Qualora poi un progetto debba essere realizzato per motivi “imperativi” di rilevante interesse pubblico - nonostante le conclusioni negative della valutazione d’incidenza e in mancanza di soluzioni alternative - le autorità dovranno comunque adottare le misure compensative necessarie a tutelare la coerenza globale di Natura 2000”. “Nel caso di un sito in cui si trovano un tipo di habitat naturale e/o una specie prioritari, come nel caso del SIC di Niscemi”, precisa però Giuseppe Palermo, “possono essere addotte solo considerazioni connesse con la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica o di primaria importanza per l’ambiente o, previo parere della Commissione europea, altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”.
Anche senza il MUOS, le emissioni elettromagnetiche generate dalle antenne della base di telecomunicazione dell’US Navy esistente in contrada Ulmo a Niscemi, hanno raggiunto livelli pericolosissimi per la salute della popolazione. Il monitoraggio effettuato dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, in un periodo compreso tra il 10 dicembre 2008 e il 9 marzo 2009 (quando erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base) ha evidenziato valori superiori ai “limiti di attenzione” fissati dalle normative in materia per l’esposizione ai campi elettromagnetici. In Italia, il decreto n. 381 del 10 settembre 1998 e il DPCM dell’8 luglio 2003, relativamente all’intensità della componente elettrica delle emissioni, la cui unità di misura è il volt per metro (V/m), stabiliscono un limite massimo di esposizione di 6 V/m. Ebbene, in contrada Ulmo, una centralina ha registrato una “media di esposizione di circa 6 V/mt con dei picchi settimanali di superamento”; la seconda centralina, sita sempre nei paraggi dell’installazione militare statunitense, ha registrato i “valori medi di 4 V/mt con picchi di superamento occasionali”, che in un caso (il 20 dicembre 2008), hanno raggiunto i 9 V/m. Le altre due centraline hanno invece registrato dei “valori medi di 1-2 V/mt con picchi preoccupanti”, specie in contrada Martelluzzo, dove nella giornata del 10 gennaio 2009 si è sfiorata l’intensità soglia dei 6 volt per metro. A Niscemi, dunque, siamo già oltre i valori di rischio e le emissioni elettromagnetiche sono notevolmente superiori a quanto si registra normalmente nei pressi dei più potenti ripetitori televisivi o delle stazioni di trasmissione della telefonia cellulare GSM (le più simili ai sistemi satellitari del tipo MUOS), dove l’intensità oscilla tra i 0,3 e i 10 volt per metro.
Nella stazione di telecomunicazione dell’US Navy di Niscemi si sono registrati inoltre diversi gravi incidenti ambientali rigorosamente tenuti segreti agli amministratori e alle popolazioni locali. Dal sito internet del “The OK Design Group” di Roma, la società che ha progettato la realizzazione dell’impianto MUOS nel SIC di Niscemi, si apprende che nel 2004 essa fu chiamata dalla Marina USA per effettuare un’“ispezione delle condizioni esistenti della rete di media e bassa tensione della stazione di telecomunicazione militare”, onde “misurare e registrare le anomalie dei parametri elettrici della rete” e “analizzare i rimedi necessari”. Qualche tempo dopo l’azienda catanese Lageco (oggi impegnata nei lavori d’installazione del MUOS accanto alla Gemmo Spa di Vicenza), eseguiva nella base USA di contrada Ulmo, “lavori di bonifica ambientale del terreno contaminato a causa di un versamento di gasolio sullo stesso”.

venerdì 16 ottobre 2009

Budget 2010 plurimiliardario per le forze armate USA



di Antonio Mazzeo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America avrà a disposizione quasi due miliardi di dollari al giorno per finanziare le proprie missioni di guerra a livello planetario ed acquisire nuovi sistemi d’arma dal complesso militare industriale nazionale. Il Congresso, a stragrande maggioranza, ha approvato il National Defense Authorization Bill che assegna alle forze armate un budget da 680,2 miliardi di dollari per il prossimo anno. Il piano finanziario diventerà operativo subito dopo la firma del presidente Barack Obama, ma alcuni emendamenti approvati potrebbero creare qualche frizione all’interno dell’Amministrazione USA.
Una parte consistente degli investimenti sarà destinata allo sviluppo del nuovo cacciabombardiere F-22 “Raptor”, destinato ai reparti di volo dell’US Air Force. Si tratta senza dubbio del cacciabombardiere più costoso mai prodotto al mondo. Il suo prezzo si aggira intorno ai 361 milioni di dollari per unità e proprio per questo Washington ha dovuto abbandonare i vecchi programmi che puntavano all’acquisizione di 750 caccia, ridimensionando le commesse ai “soli” 187 approvati con il piano finanziario 2010. Ciononostante i nuovi aerei comporteranno una spesa finale superiore ai 63 miliardi di dollari.
Prodotti da Lochkeed Martin e Boeing, gli F-22 vengono classificati dal Dipartimento della Difesa come velivoli tattici per la supremazia aerea (Advanced Tactical Fighter - ATF) e l’attacco al suolo, le cui “prestazioni non sono comparabili a nessun aereo attualmente operativo o in fase di progettazione”. Dotati di caratteristiche stealth che li rendono invisibili ai radar nemici, i bombardieri potranno volare ad una velocità massima compresa tra l’1,82 e i 2 Mach. Funzioneranno pure come “mini aerei radar AWACS”, grazie ai sofisticati sistemi di bordo che consentono l’identificazione e la designazione dei possibili bersagli. Tra essi, in particolare, i sistemi di ricezione AN/ALR-94 capaci di localizzare i segnali radar nemici sino a 250 miglia di distanza ed il radar “Northrop Grumman AN/APG-77” che può seguire bersagli multipli a lunga distanza e con ogni condizione atmosferica.
La versatilità nelle operazioni di attacco e di distruzione dei “Raptor” è assicurata dall’ampio ventaglio dei sistemi che lo armano: le munizioni aria-terra teleguidate
JDAM (Joint Direct Attack Munition) come le bombe LMTAS/Boeing GBU-32 e le Small Diameter Bomb (SDB) con guida GPS; il cannone rotante M61A2 Vulcan da 20 mm con 480 colpi scaricabili in soli 5 secondi di fuoco; i missili a medio e corto raggio “MBDA Meteor”, AIM-120D AMRAAM e Raytheon AIM-9X. L’F-22 è dunque un velivolo di incomparabile valore strategico per le odierne e future operazioni di “guerra globale”, al punto che nel settembre 2006, con voto unanime, il Congresso ha vietato la possibilità di esportarne la tecnologia anche ai più fedeli paesi alleati USA.
Per il 2010 si prevede inoltre una spesa di 512 milioni di dollari per consentire all’US Navy di acquistare altri 9 caccia F/A-18E/F “Super Hornet” e 22 nuovi velivoli per la guerra elettronica EA-18G “Growler”. Sempre a favore della Marina militare è stato pienamente finanziato il programma di trasformazione e potenziamento delle portaerei e di altre importanti unità da combattimento; inoltre è stata approvata la prima tranche di spesa per 19 miliardi di dollari per l’acquisto entro il 2014 di 8 sottomarini a propulsione nucleare della classe “Virginia”, che si aggiungeranno agli 8 già operativi. Dotati ognuno di 4 lanciatori di siluri Mk-48 e di 12 missili da crociera a lancio verticale BGM- 109 “Tomahawk (di cui esistono versioni convenzionali e nucleari), i sottomarini della classe “Virginia” sono prodotti da General Electric Dynamic Boat e Northrop Grumman.
Grosse acquisizioni anche per le forze terrestri. Il Congresso USA ha infatti autorizzato la spesa di 6,7 miliardi di dollari per lo sviluppo e la produzione del nuovo veicolo blindato anti-mine “M-ATV”, prodotto dal consorzio Northrop Grumman - Oshkosh Defense Corporation. I primi prototipi dell’“M-ATV” sono stati testati l’estate scorsa dagli uomini della 173^ Brigata Aviotrasportata dell’US Army di Vicenza, in occasione di un’esercitazione tenutasi nelle colline di Hohenfels (Germania). Complessivamente il Pentagono prevede l’acquisizione di 4.296 blindati, 2.244 già commissionati nel giugno 2009 e che dovrebbero essere in buona parte realizzati entro il marzo 2010 per operare nei teatri di guerra di Iraq, Afghanistan e Pakistan. Il budget della Difesa per il 2010 assicura inoltre altre importanti acquisizioni da parte dell’US Army, in particolare elicotteri da guerra AH-64 “Apache, UH-60 “Blackhawk”, UH-72 “Lakota”, OH-58 “Kiowa Warrior” e CH-47 “Chinook”.560 milioni di dollari sono invece previsti per nuovi programmi di sviluppo del cacciabombardiere multiruolo F-35 “Lightning II”, finalizzati in particolare alla realizzazione di un nuovo motore del velivolo. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una spesa di 420 milioni non prevista originariamente dal Pentagono e la cui approvazione è all’origine del conflitto tra il Congresso e il Segretario della Difesa, Robert Gates. “Non esiste assolutamente la necessità di modificare il motore esistente”, ha dichiarato Gates, che ha pure minacciato di chiedere al Presidente Obama di porre il veto all’emendamento approvato.
Prodotto dal consorzio statunitense Lockeed Martin – Northrop Grumman e dalla britannica BAE Systems, l’F-35 è dotato di capacità stealth e viene utilizzato per il supporto aereo ravvicinato e il bombardamento tattico. I sistemi di morte ospitati a bordo comprendono un cannone GAU-22/A da 25 mm, munizioni a grappolo WCMS, bombe GBU-39 e missili aria-aria ed aria-terra AIM-120 AMRAAM, AIM-132 ASRAAM, “Brimstone” e MBDA “Meteor”. A differenza però del cacciabombardiere F-22, l’F-35 è destinato in buona parte all’esportazione ai paesi partner. Nove di essi (Australia, Canada, Danimarca, Gran Bretagna, Israele, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Turchia) hanno già dato la loro disponibilità a concorrere al finanziamento delle prime fasi di sviluppo del nuovo caccia, per cui è prevista una spesa di 4,37 miliardi di dollari. L’Italia, in particolare, è pronta a fare la sua parte, impegnandosi con un contributo di un miliardo di dollari, per consentire ad Alenia (gruppo Finmeccanica) di concorrere all’assemblaggio di una parte delle componenti di volo. Il governo italiano punta inoltre a dotare l’Aeronautica e la Marina Militare di 131 velivoli F-35, buona parte nella versione a decollo corto e atterraggio verticale.
Il National Defense Authorization Bill autorizza pure lo stanziamento di 7,5 miliardi di dollari per “l’addestramento e l’equipaggiamento dell’esercito e della polizia nazionale afgana” e 700 milioni di dollari a favore di militari e poliziotti del Pakistan per rafforzare i presidi e i pattugliamenti delle frontiere con l’Afghanistan. Il Congresso ha infine autorizzato il trasferimento di attrezzature e mezzi USA presenti attualmente in Iraq alle forze di sicurezza nazionali e a quelle dell’Afghanistan.

giovedì 8 ottobre 2009

US Air Force: “Difettosa la manutenzione degli F-16 di Aviano”

di Antonio Mazzeo



Gravi gli errori commessi durante i lavori di manutenzione dei motori dei cacciabombardieri F-16 di stanza nella base aerea di Aviano (Pordenone). È il giudizio della commissione nominata dal Comando dell’US Air Force in Europa per indagare sulle cause dell’incidente avvenuto il 24 marzo scorso, quando il pilota di un F-16 del 31st Fighter Wing sganciò volontariamente due serbatoi sul villaggio di Tamai di Brugnera, prima di effettuare un atterraggio d’emergenza ad Aviano. Un atto che poteva benissimo generare una tragedia: uno dei due serbatoi, del peso di circa mezza tonnellata, finì infatti su una casa colonica sfondando il tetto e distruggendo un’utilitaria. Il secondo serbatoio cadde invece tra due abitazioni, a pochi metri dal cortile dove stavano giocando dei bambini. Fortunatamente i serbatoi riuscirono pure a reggere l’urto con il suolo e a non incendiarsi.
Secondo quanto ammesso dal Comando dell’aeronautica militare USA, il motore del cacciabombardiere avrebbe ceduto a causa di una “grossa perdita di carburante dal punto di connessione tra il tubo di scarico esterno e quello principale”. “Il sigillo di questa connessione – prosegue l’US Air Force - ha ceduto per cause di ordine tecnico, poiché la connessione non era stata correttamente controllata dal personale che deve eseguire e verificare le attività di manutenzione dei motori”. Nonostante le gravi responsabilità attribuite al personale del 31st Maintenance Group (lo specifico gruppo addetto alla manutenzione dei caccia di stanza ad Aviano), nel rapporto stilato dalla commissione d’inchiesta non si fa però riferimento ad eventuali azioni disciplinari. L’US Air Force fa sapere che il colonnello David B. Coomer, comandante del reparto al tempo dell’incidente, non è più in forza alla base italiana. Encomio invece per il pilota del cacciabombardiere che ha “eseguito in modo appropriato le procedure e ha sganciato i serbatoi nell’area relativamente meno popolata”. In caso contrario, il pilota “avrebbe perso il controllo dell’aereo e non sarebbe potuto rientrare ad Aviano”.
Quello di Tamai di Brugnera è stato solo l’ultimo di una lunga serie di incidenti che hanno visto protagonisti i velivoli USA che operano dalla grande base aerea friulana. Solo negli ultimi due anni, due di essi si sono schiantati al suolo in zone prossime ai centri abitati. Il 18 settembre 2007, un caccia F-16 del 510º Squadrone aereo precipitò sulla montagna che sovrasta la frazione di Soramae, nel comune di Zolto Alto (Belluno), con il pilota che riuscì a salvarsi lanciandosi dal velivolo qualche attimo prima dell’impatto. I risultati dell’inchiesta, resi pubblici il 19 gennaio 2008, individuarono in un’impressionante serie di fattori, le possibili cause dell’incidente. “Le pessime condizioni atmosferiche, una parte mal funzionante del velivolo e un errore del pilota sono alla base dell’evento”, si legge nel rapporto pubblicato dal Comando dell’US Air Force. In particolare, “l’anello del dispositivo che segnala all’aereo la sua traiettoria si è gelato quando il velivolo è transitato dentro il temporale che stava investendo l’area prossima alla base di Aviano”. Di conseguenza i computer di bordo “continuarono a ricevere la stessa informazione, nonostante l’aereo viaggiasse ad un’altitudine maggiore e avesse perduto velocità”, e il pilota non fu in grado di correggere la rotta in tempo. Sempre secondo il rapporto, il problema all’anello era stato individuato prima dall’US Air Force in altri tre incidenti accaduti agli F-16, al punto che fu deciso di contrattare una società aerea privata per avviare il ridisegno dello strumento di bordo.
Sotto accusa per l’incidente di Soramae di Zolto Alto anche la cattiva gestione delle informazioni sulle condizioni del tempo da parte dei meteorologi statunitensi. Essi avrebbero informato il pilota solo della presenza di “vuoti d’aria alla navigazione”, mentre l’aereo avrebbe incontrato invece “forti temporali ed un muro di nuvole che rendeva inutilizzabile lo spazio aereo”. Secondo quanto ricostruito dalla commissione d’inchiesta, i meteorologi italiani avevano previsto con largo anticipo le reali condizioni climatiche, ma “l’informazione non fu condivisa con i piloti”. Anche il comportamento del conduttore del cacciabombardiere è stato fortemente censurato. Egli, infatti, avrebbe “subito una distorsione spaziale perdendo il suo orientamento rispetto al terreno”; non si sarebbe “allontanato dal temporale in corso” e non avrebbe “preso alcuna misura quando si era reso conto che il velivolo stava volando troppo alto e a velocità ridotta”.
Una missione nata certamente sotto una cattiva stella quella del caccia F-16 del 510th Fighter Squadron di Aviano. L’aereo doveva partecipare ad una simulazione di combattimento aria-aria con altri cacciabombardieri di Aviano. Il pilota era stato destinato ad un altro caccia che però era stato fatto rientrare alla base a causa del cattivo funzionamento del pannello regolatore dell’ossigeno. Dopo il suo trasferimento su un altro jet, furono individuati problemi con il radar e al suo sistema di navigazione inerziale, che “furono rapidamente risolti dal personale di terra addetto alla manutenzione dei velivoli”, secondo quanto affermato dai commissari dell’US Air Force.
Il 9 novembre 2007 era un elicottero UH–60 “Black Hawk” a precipitare ed incendiarsi sulle rive del fiume Piave, tra le città di Treviso e Conegliano, causando la morte di sei membri dell’equipaggio e il ferimento di altri dieci militari statunitensi. L’elicottero apparteneva al 1º Battaglione del 214º Reggimento Aereo dell’US Army con sede a Mannheim, Germania, ma era stato assegnato alla “Compagnia G” del 52º Reggimento, una piccola unità dell’esercito di stanza ad Aviano a cui è affidata il trasporto d’alti ufficiali e dei loro familiari, il supporto generale all’aviazione e l’addestramento dei piloti d’elicotteri da guerra.
In questo caso l’inchiesta delle forze armate USA non riuscì ad accertare le cause dell’incidente, anche perché, inspiegabilmente, “non c’era un flight-data recorder a bordo del velivolo”. “L’errore del pilota e fattori ambientali potrebbero aver giocato un ruolo tra le cause dell’incidente”, si legge nella nota emessa dal Comando dell’US Army in Europa. “L’evidenza suggerisce l’interferenza di un oggetto esterno che ha inceppato i controlli o che non funzionarono una parte dei controlli di volo”. Gli investigatori si sarebbero pure soffermati su un congegno posto all’interno della cabina di volo, che avrebbe evidenziato un deterioramento avvenuto probabilmente prima dell’incidente. Il congegno, noto come bell crank, era responsabile del controllo del cosiddetto “pedale di sinistra”. In precedenza alcuni piloti avevano reclamato per “l’esplosione” di questi particolari pedali del Black Hawk, ma i meccanici credevano di aver risolto il problema durante la manutenzione di routine effettuata all’inizio del 2007. “Gli investigatori e il personale addetto alla manutenzione hanno cercato di riprodurre le condizioni che potrebbero aver causato il deterioramento del congegno, ma non sono riusciti a farlo, e problemi similari non sono stati mai notati in nessuno dei Black Hawk schierati in Europa”.

domenica 27 settembre 2009

Al via l’AGS, il nuovo sistema di spionaggio NATO


di Antonio Mazzeo


Lo sviluppo dell’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre della NATO, ha generato divisioni insanabili all’interno dell’Alleanza Atlantica. Alla firma del Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che segna i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati infatti solo 15 dei paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Si tratta di Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti d’America. Per la gestione e il coordinamento delle attività di sviluppo e implementazione dell’AGS, le nazioni aderenti al PMOU hanno dato vita a due nuove agenzie, la NATO AGS Management Organisation (NAGSMO) e la NATO AGS Management Agency (NAGSMA). Il Comando Supremo Atlantico di Bruxelles ha inoltre comunicato che la piena capacità del sistema di sorveglianza terrestre sarà raggiunta entro il 2012, anticipando di un anno i tempi previsti.
Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio 2009, è stata formalizzata la scelta della stazione aeronavale di Sigonella quale “principale base operativa” dell’AGS. “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. Nella grande infrastruttura militare siciliana saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo del’AGS, centralizzando le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere. Sigonella si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, un “Grande Orecchio”, della NATO capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico.
La stazione aeronavale ospiterà inoltre la componente di volo del sistema di sorveglianza, costituita da sei sofisticati velivoli senza pilota (UAV). In un comunicato stampa del 25 settembre scorso, gli alti comandi NATO hanno spiegato che “il segmento aereo dell’AGS Core sarà basato sulla versione Block 40 dell’aereo “RQ-4B Global Hawk” di produzione statunitense, dotato di un’autonomia di volo superiore alle 30 ore ed in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica”. Gli UAV saranno equipaggiati con un sensore radar di sorveglianza del suolo multi-piattaforma (MPRIP Multi-Platform Radar Insertion Program) e con un sistema di trasmissione dati a banda larga. Mediante l’impiego di questi sensori tecnologicamente avanzati, l’AGS Core scoprirà e “traccerà” oggetti in movimento nell’area osservata e fornirà immagini radar di oggetti stazionari. Il segmento terrestre, che sarà sviluppato dalle industrie militari canadesi ed europee, distribuirà i dati ad i molteplici utenti operativi all’interno e fuori dal teatro delle operazioni belliche, e funzionerà come un’interfaccia tra l’AGS Core ed un’ampia gamma di sistemi d’Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento (IRS), nazionali e NATO. Il segmento di terra dell’AGS includerà i sistemi dedicati al supporto della missione, dislocati presso la Main Operating Base di Sigonella, e le stazioni terrestri, anche in configurazione trasportabile e mobile, per la pianificazione ed il controllo delle operazioni di volo degli UAV.
“Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative”, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale per gli Investimenti alla difesa dell’Alleanza Atlantica. “L’AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze NATO per tutta le loro possibili future operazioni. L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari”. Il nuovo sistema non è però un mero mezzo di intercettazione e di spionaggio. Come è stato riconosciuto dal Capo di Stato Maggiore italiano, generale Camporini, nella base di Sigonella sarà allestito un “più avanzato sistema SIGINT”. Il SIGINT, acronimo di Signals Intelligence, è lo strumento d’eccellenza di ogni “guerra preventiva” e ha una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.
Nonostante l’accelerazione inferta al piano di sviluppo dell’AGS, il Comando NATO di Bruxelles ha chiesto un maggiore impegno collettivo ai paesi membri. “La partecipazione al programma resta aperto agli altri Alleati interessati”, ha dichiarato il vicesegretario Peter C. W. Flory, invitando apertamente i partner dell’Europa occidentale e la Polonia a rientrare nell’AGS. Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni. Il 16 aprile 2004, la NATO attribuì al consorzio “Trans-Atlantic Industrial Proposed Solution” (TIPS) la ricerca e la progettazione delle apparecchiature terrestri e aeree. Al consorzio partecipavano le statunitensi Northrop Grumman e General Dynamics, la European Aeronautic Defense and Space Company – EADS (gruppo aerospaziale a cui aderiscono società tedesche, francesi ed olandesi), la francese Thales, la spagnola Indra e l’italiana Galileo Avionica. L’accordo prevedeva la realizzazione di una flotta di aerei senza pilota a composizione “mista” (i Global Hawk USA e gli europei Airbus A321). Nel novembre 2007, Washington annunciò però l’abbandono di questa soluzione e la milionaria commessa dei velivoli spia fu affidata in esclusiva alla Northrop Grumman. La delusione e la rabbia degli alleati europei fu incontenibile e, uno dopo l’altro, Belgio, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Grecia e Spagna ritirarono il proprio appoggio finanziario ed industriale all’AGS. La diserzione alleata ebbe come prima conseguenza l’aumento dell’onere finanziario a carico dell’Italia per la realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture del sistema di sorveglianza, circa 150 milioni di euro, pari al 10% del piano finanziario del programma.
Le autorità spagnole, che in un primo tempo avevano candidato lo scalo di Zaragoza come “principale base operativa” dell’AGS, hanno deciso di ritirarsi non solo per motivi di ordine economico-industriale. “L’installazione a Zaragoza dei velivoli senza pilota presentava molti inconvenienti al normale funzionamento del vicino aeroporto della città”, ha dichiarato il portavoce del governo Zapatero. “Dato che le aeronavi della NATO voleranno continuamente per catturare le informazioni, si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli”. Una valutazione dei rischi per la sicurezza dei sei milioni di passeggeri in transito dallo scalo di Catania-Fontanarossa (ad una decina di chilometri da Sigonella), che né il governo Prodi né quello Berlusconi si sono sentiti di fare. Eppure durante l’ispezione compiuta il 31 marzo 2008 nella base siciliana dal parlamentare di Sinistra Critica-PRC, Salvatore Cannavò, l’allora comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica militare, colonnello Antonio Di Fiore, aveva negato l’ipotesi d’insediamento a Sigonella dei Global Hawk in quanto “la gestione di quel tipo di aerei senza pilota non è compatibile col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa”.
Con l’AGS, inevitabilmente, sarà dato nuovo impulso ai processi di militarizzazione del territorio siciliano. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha annunciato l’arrivo nell’isola di un “NATO Force Command di 800 uomini, con le rispettive famiglie”. È prevedibile che saranno presto avviati i lavori per realizzare nuovi complessi abitativi per il personale in forza alla stazione aeronavale. I consigli comunali di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) hanno già adottato quattro progetti di variante ai piani regolatori per l’insediamento di residence e villaggi ad uso esclusivo dei militari statunitensi e NATO.
Dovrebbe essere ormai questione di giorni l’arrivo a Sigonella del plotone di 4-5 velivoli RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force, destinati ad operare in Europa, Medio oriente e nel continente africano. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota. Il progetto, da finanziare con il budget 2010 dell’Air Force Military Construction, Family Hosusing and base Realignment and Closure Programs, è stato definito di “alto valore strategico” da Kathleen Ferguson, vicesegretaria della Difesa, in occasione della sua audizione davanti al Congresso, il 3 giugno 2009. Il programma dell’US Air Force ha però lasciato perplessi i congressisti che hanno chiesto di posticipare l’installazione del nuovo hangar di supporto ai Global Hawk. “La marina USA possiede a Sigonella facilities di volo che attualmente sono sotto-utilizzate e possono pertanto ospitare a breve termine le necessità che deriveranno dall’arrivo dei primi Global Hawk nell’ottobre 2009”, ha dichiarato il portavoce del Comitato per le installazioni militari del Congresso. “Raccomandiamo pertanto di deferire l’investimento in facilities di volo aggiuntive a NAS Sigonella sino a quando il Rapporto Quadriennale della Difesa non informi sul futuro dei programmi del velivolo di pattugliamento marittimo P-8 e dei sistemi senza pilota UAV dell’US Navy, nonché su quanto verrà deciso relativamente all’installazione di questi programmi a Sigonella”.
Lo scorso anno, il Pentagono ha assegnato alla Northrop Grumman il piano di sviluppo dei nuovi velivoli senza pilota che saranno utilizzati dalle forze navali. Con la prima tranche del programma, a partire del 2015 saranno forniti 68 “Global Hawk” in versione modificata rispetto a quelli già operativi con l’US Air Force. Spesa prevista 1,16 miliardi di dollari. “Una quarantina di questi velivoli UAV saranno dislocati in cinque siti: Kaneohe, Hawaii; Jacksonville, Florida; Sigonella, Italia; Diego Garcia, Oceano Indiano, e Kadena, Okinawa”, hanno dichiarato i portavoce del Dipartimento della Difesa. “Ad essi, nelle differenti missioni navali in tutte le aree del mondo, si affiancheranno i velivoli con pilota P-8 Multi-Mission Maritime Aircraft (MMA), che stanno sostituendo i P-3 Orion in servizio dal 1962”. L’US Navy ha già preannunciato che le “front lines” per la dislocazione dei nuovi P-8 saranno le stazioni aeronavali di Diego Garcia, Souda Bay (Grecia); Masirah (Oman); Keflavik (Islanda), Roosevelt Roads (Porto Rico) e l’immancabile Sigonella.
Intanto, in vista del rilancio delle iniziative contro i nuovi programmi di guerra USA e NATO in Sicilia, il movimento “no war” si è dato appuntamento per mercoledì 30 settembre, ore 16,30, nella facoltà di Lingue dell’Università di Catania (Monastero dei Benedettini) per un incontro-dibattito dal titolo: “Dal potenziamento di Sigonella alla costruzione del MUOS a Niscemi. I pericoli della militarizzazione e della guerra”. Parteciperanno, tra gli altri, Alfonso Di Stefano (Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella), Valerio Marletta (consigliere provinciale del Prc), Gianni Piazza (docente della facoltà di Scienze Politiche) e Santi Terranova (legale dell’Associazione bambini leucemici “Manuele e Michele” di Lentini).