lunedì 9 novembre 2009

Presentazione di Ponte sullo Stretto e mucche da mungere a De-scritto 2009, festival dell'editoria indipendente, Catania 7.11.2009











Presentazione del libro "Come i problemi globali diventano locali" davanti al CPO Experia







PONTE: AFFARE A PERDERE PER LE FERROVIE. ECCO PERCHE’ L’Or.S.A. NAVIGAZIONE SOSTIENE LA RETE NO PONTE

Il CIPE (il comitato interministeriale per la programmazione economica) ha dato il via libera alla costruzione del ponte sullo stretto, il governo ha sbloccato 8,7 miliardi per le opere infrastrutturali dei quali 1,3 miliardi di soldi pubblici sono destinati al “tentativo” di realizzazione dell’attraversamento stabile fra la Calabria e la Sicilia ma dei decantati investimenti privati non si ha notizia.
La realtà sfiora il ridicolo ma nessuno ne parla: la fattibilità economica resta sulle spalle delle Ferrovie dello Stato, la società più sussidiata d’Italia che non ha neppure i soldi per l’ammodernamento dei vagoni e da anni persegue l’attivo in bilancio puntando solo sui tagli al costo del lavoro e della sicurezza e compromettendo di fatto la qualità e la quantità del servizio soprattutto al sud.
L’effetto annuncio del governo può servire a mietere consensi elettorali ma non cancella i molti dubbi che gravano sull’operazione, se la possibilità che tutto il sistema possa risultare economicamente sostenibile poggia sulle Ferrovie dello Stato, il progetto ponte assume i connotati dell’utopia organizzata per distribuire denaro pubblico al ciclo dell’acciaio e del cemento ampiamente descritto da Giovanni Falcone .
F.S. è la società pubblica più sovvenzionata d’Italia, quella che ha prodotto l’allungamento anomalo dei tempi di realizzazione della TAV ed ha moltiplicato i costi scaricandoli sul bilancio dello Stato, l’azienda che nonostante tutti i proclami non riesce a far circolare scorrevolmente i treni, soprattutto quelli da e per la Sicilia, e a dispetto delle reiterate promesse non è in grado neanche di assicurare la pulizia delle carrozze.
Eppure senza l’apporto economico delle Fs niente Ponte; tanto basta per affermare che il ponte parte con il piede sbagliato ed appare un azzardo prima ancora della posa della prima pietra prevista per l’inizio di dicembre. È come se qualcuno volesse correre i cento metri con le gambe ingessate, la condizione che siano proprio le Ferrovie il pilastro di tutta la struttura finanziaria appare così avventata agli stessi propugnatori dell’opera, che di fatto hanno finito per nasconderla nelle comunicazioni ufficiali; nei siti governativi non è più neanche rintracciabile.
Analizziamo i dettagli: il costo dell’operazione è previsto in 6,3 miliardi di euro da ammortizzarsi al 50% in 30 anni attraverso rate costanti. Queste rate devono essere pagate, appunto, dalle Fs con la controllata Rete Ferroviaria Italiana che si impegna a sborsare un canone minimo annuo per l’utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria di 100,6 milioni di euro, più di 8 milioni al mese; in buona sostanza RFI investe sulla costruzione del ponte e finita l’opera dovrà pagare un pedaggio salatissimo per far transitare i propri convogli; non è finita, le Ferrovie dovranno girare al gestore del Ponte anche il contributo che oggi ricevono dal ministero dei Trasporti a compensazione degli oneri sostenuti per il traghettamento dello stretto a garanzia della “continuità territoriale”, si tratta di un’altra trentina di milioni che sommati alla quota precedente fanno circa 130 milioni, 11 milioni al mese. In più Rfi si impegna “ad effettuare a suo carico la manutenzione ordinaria e straordinaria”.
Rfi diventa gestore del collegamento ferroviario dell’opera ma nel contempo attiva la dismissione degli impianti ferroviari siciliani e calabresi, un paradosso tutto italiano, miliardi di euro investiti per il ponte ferroviario più lungo del mondo recuperati attraverso lo smantellamento delle infrastrutture ferroviarie che insistono sulla terraferma.
Finito il ponte dovremo aspettare altri 20 anni per riattivare ciò che F.S. sta smantellando in questi giorni?
Quanto tempo ci vorrà per dotare la Sicilia del doppio binario e realizzare la completa elettrificazione della rete regionale che ancora oggi si serve di obsoleti locomotori diesel?
L’incomprensibile dismissione di F.S. al sud ha prodotto un drastico calo del traffico ferroviario che si pone in totale antitesi con i proclami di sviluppo, modernizzazione e velocizzazione del trasporto su rotaia attraverso il ponte.
In sintesi il maggiore garante finanziario del ponte sta facendo di tutto per rendere ulteriormente inutile un’opera di per sé dannosa di cui nessuno sentirebbe il bisogno se il normale, ecologico ed economico collegamento ferroviario via mare funzionasse con i canoni minimi di qualità che F.S. non riesce o non vuole garantire. Secondo l’edizione 2008 del Conto nazionale dei trasporti, a partire dal 1990, il totale delle carrozze transitate sullo Stretto è calato del 46,4%, la diminuzione è stata repentina soprattutto negli ultimi 8 anni: meno 17,8 % con punte del 37% per i treni viaggiatori e con un decremento per le merci del 3,5%. Mentre diminuisce il traffico dei treni, si registra un boom del numero dei viaggiatori negli aeroporti siciliani, più 200% in totale a Catania, Palermo e Trapani (fonte Assaeroporti ed Enac). Sullo Stretto transitavano circa 15 milioni di passeggeri all’anno tra traghetti privati, Fs e treni, mentre i viaggiatori fuori dello Stretto erano appena 4 milioni, nel 2008 il rapporto si è invertito: i passeggeri passati dallo Stretto sono in minoranza, 10,7 milioni, in prevalenza trasportati dalle compagnie private tipo Caronte & Tourist delle famiglie Franza e Matacena, mentre quelli fuori dallo Stretto sono più che raddoppiati e in totale ora sono un milione in più degli altri, e per di più quasi tutti clienti delle compagnie aeree.
Tra una sponda e l’altra, oggi transitano appena 8 coppie di treni passeggeri e 8 merci al giorno, cioè 32 convogli tra andata e ritorno. Quindi ogni anno sullo Stretto passano soltanto 11.680 treni (pochini per giustificare le risorse pubbliche destinate al ponte ferroviario), tanti quanti ne viaggiano in un solo giorno su tutta la rete ferroviaria nazionale, e una volta costruito il Ponte ogni treno tramite il canone elargito da Fs pagherà, di fatto, un pedaggio stratosferico, 11.130 euro in media per percorrere 3 chilometri e 300 metri.
A questo punto sfidiamo chiunque a descrivere ancora il ponte come volano di sviluppo economico per il sud. Numeri alla mano, la faccenda del canone è tutt’altro che un affare per le Ferrovie e per le casse pubbliche, mentre lo è, e parecchio, per il futuro gestore dell’opera, la società Impregilo, a cui nel 2005 il precedente governo Berlusconi affidò la realizzazione della struttura, e i cui soci di maggioranza, sono anche i famosi “patrioti” del business Cai-Alitalia, da Marcellino Gavio ai Benetton a Ligresti. Ma perché le Fs avendo poca o nessuna convenienza ad infilarsi nell’affare del Ponte sullo Stretto non si sottraggono al patto leonino a favore di Impregilo? Perché non possono! Essendo un’azienda pubblica dipendente dalle decisioni della politica e dai finanziamenti del governo non possono mettersi di traverso ad un affare che per l’esecutivo Berlusconi è diventato una specie di punto d’onore, un gigantesco monumento alla mitologia del fare.
Le banche chiamate a prestare il 60 per cento dei fondi necessari per l’infrastruttura fanno capire che senza adeguate garanzie faranno dietro front; quali garanzie? Che arrivino i soldi per l’ammortamento di almeno metà dell’opera tramite il pagamento certo di un canone che sarà a totale carico di RFI. Le Ferrovie, in sostanza, agiscono come sostituti finanziatori:
la finzione è che paghino per un servizio, la realtà è che strapagano in cambio di nulla su ordine del Governo. Ma tanto, gira e rigira, quei soldi Fs sono soldi pubblici, frutto della fiscalità generale, cioè sborsati dai cittadini onesti con le tasse, mentre la precarietà del lavoro marittimo in ferrovia ha raggiunto percentuali altissime senza precedenti, la flotta navale è vecchia di 40 anni ed i continui tagli al trasporto meridionale costringono l’utenza ad inenarrabili avventure per spostarsi da una sponda all’altra e per raggiungere il continente.
Il diritto universale alla mobilità e la continuità territoriale sono stati sacrificati con largo anticipo a favore di un’opera di dubbia fattibilità, dettata dalla megalomania e dall’esigenza di trasferire risorse pubbliche nelle casse private di imprese e “patrioti” della finanza che troppo spesso figurano come usufruttuari dello storno di denaro pubblico elargito dallo Stato.
L’OrSA Navigazione si schiera senza mezzi termini contro la realizzazione del ponte che anche se fosse realizzato nei tempi e nei modi proclamati dal governo, non favorirebbe certo lavoratori e cittadini nel bilancio costi/benefici, i ferrovieri da oltre 10 anni pagano lo scotto del ponte con continue compressioni dei livelli occupazionali; 1800 marittimi si sono ridotti in poco tempo a meno di 600 di cui almeno il 30% con contratto precario e migliaia di posti di lavoro si perderanno nel settore ferroviario per effetto dei tagli, previsti già per il 2010, di treni merci e viaggiatori da e per la Sicilia; mentre i continui disagi procurati all’utenza vengono mitigati con la promessa di un ponte che con ogni probabilità non vedremo mai ultimato, sia per l’onere dei costi che per l’inedita tecnologia foriera di incertezze se riferita alla struttura a campata unica più lunga del mondo.
L’OrSA Navigazione invita tutti i ferrovieri a sostenere e partecipare attivamente a tutte le iniziative di resistenza civile periodicamente organizzate dalla Rete No Ponte siciliana e calabrese a difesa del territorio e contro la dispersione di risorse pubbliche che sono indispensabili per il raggiungimento di obiettivi concreti e prioritari nell’interesse della collettività e per il vero sviluppo del meridione d’Italia.


OrSA Trasporti
Segretario Nazionale Settore Navigazione
Enrico Pisciotta

sabato 7 novembre 2009

Messina. Città laboratorio del Ponte - mucca da mungere

di Antonello Mangano – Luigi Sturniolo

“No alle opere faraoniche, sì alla messa in sicurezza del territorio”. Lo dice, dopo l’alluvione del 2 ottobre, persino il presidente della Repubblica. Lo sostiene, da sempre, il movimento che si oppone al Ponte. Eppure da dicembre partiranno gli annunciati cantieri collaterali: una ulteriore devastazione del territorio, con opere insensate e sbancamenti delle colline. Uno spreco di denaro, perché saranno inutili fino al teorico completamento della grande opera. Un’offesa ai morti dell’alluvione, perché quei soldi devono servire alla messa in sicurezza del territorio.

Subito dopo l’alluvione del primo ottobre 2009, il presidente della Repubblica parlava come un militante “No Ponte”. Più esattamente, diceva “no ad opere faraoniche, si alla messa in sicurezza del territorio”. Sono stati necessari 30 cadaveri innocenti, trascinati in mare dai torrenti in piena, sepolti vivi nel fango, portati via dall’acqua o annegati nelle cantine delle loro stesse case per arrivare a questa conclusione. Per poche ore.

Dopo decine di morti, una quarantina di dispersi, centinaia di sfollati ed una tragedia di proporzioni inattese molti rividero le proprie posizioni. Non tutti. Chi se la prese col destino: precipitazioni fuori dalla norma; chi con i pochi soldi attribuiti alla prevenzione: non bastano mai; chi si limitava ad inscenare l’ormai consueto teleshow dei soccorsi a base di politici sorridenti e funzionari decisionisti.

In estate, il governo minacciava l’uso dell’esercito contro le minoranze che si opponevano all’avvio dei cantieri. Il presidente dell’Anas Ciucci veniva investito della carica surreale di “Commissario alla rimozione degli ostacoli” frapposti alla grande opera. Il tutto nel silenzio delle istituzioni nazionali e locali. Parlare di “riqualificazione del territorio”, evidentemente, colpiva meno l’immaginario rispetto alla retorica dell’isola da “unire al continente”. Proposte come le infrastrutture di prossimità, il traghettamento pubblico tra le due sponde, la messa in sicurezza antisismica degli edifici venivano bollati come risposte insufficienti, soluzioni limitate.

“Non lo faranno mai”

Non si è mai vista tanta incredulità intorno alle parole di un ministro della Repubblica e dell’amministratore delegato di una delle maggiori società di costruzioni del mondo. “Stiamo per aprire i cantieri”, dicono con ammirevole costanza da mesi. “Tanto il Ponte non lo faranno mai”, ribatte sia la gente comune sia l’esperto che la sa lunga. Eppure Matteoli e Rubegni (a.d. di Impregilo) lo hanno ripetuto più volte, anche a 24 ore dal fango di Giampilieri: a dicembre partiranno le opere a terra. I cantieri sono stati divisi in quattro categorie: opere ferroviarie, stradali, collegamenti marittimi ed opere compensative. Le prime due sono connesse al Ponte. La terza sezione sembra addirittura sostitutiva rispetto all’attraversamento stabile. La quarta è il classico assegno staccato ad un territorio in cambio della devastazione procurata.

Per prima cosa la nuova stazione, ipotizzata prima in pieno centro e poi nella zona semi-periferica di Gazzi. Sicuramente ci sarà l’interramento dei binari e nuove gallerie da realizzare in area urbana. Poi arrivano le opere stradali: la “variante necessaria a preservare l’integrità della Cittadella universitaria dell’Annunziata”, il raccordo Panoramica-Litoranea; il minisvincolo di Ganzirri, in corrispondenza del casello dove si pagherebbe il pedaggio prima di immettersi sul Ponte. In secondo luogo, la strada “Curcuraci- Panoramica dello Stretto - Svincolo di Marotta” e il raddoppio autostradale Giostra-Annunziata.

Un delirio di strade. Inutili

Poi le “opere stradali connesse”, che servono ad evitare interferenze tra mezzi di cantiere e traffico ordinario e – ad opera compiuta – a sostenere un aumentato flusso veicolare del tutto ipotetico: la “seconda tangenziale” (Tremestieri-Giostra), il “secondo tratto” della via del mare, il bypass Annunziata-Pace, il completamento della copertura del torrente Papardo. Prevedendo l’intasamento della città a causa del mega-cantiere, si ipotizzano sei “nodi di approdo” (Torre Faro, Papardo, Annunziata, Messina-porto, Gazzi, Tremestieri-porto) per integrare il sistema di trasporto pubblico e favorire gli spostamenti da una parte all’altra dell’area urbana.

Infine, le opere compensative: interventi di salvaguardia della riserva di Capo Peloro; interventi attuativi del Piano particolareggiato-Porto di Tremestieri; la variante-bypass di Faro Superiore; la rinaturalizzazione e il ripascimento dei litorali; misure per l’area integrata dello Stretto; aree di protezione civile.

Si tratterebbe di una delle più grandi follie mai realizzate in Italia. Per prima cosa, le strade e le ferrovie risulteranno perfettamente inutili fino al completamento finale del Ponte, e probabilmente anche dopo. Nello stand allestito lo scorso agosto alla fiera cittadina, la società “Stretto di Messina” mostrava senza pudore i plastici del “progetto preliminare 2002”. Da allora non è stata fatta molta strada: la successiva ipotesi, quella contestata dall’allora capo dei progettisti Remo Calzona, è del 2004.

Si procederebbe dunque al dissesto ulteriore di un territorio fragile, fatto di colline che fronteggiano il mare e già abbondantemente cementificate. Raddoppiare la tangenziale, interrare i binari, spostare la stazione, tanto per fare qualche esempio, sarebbe solo un regalo ad Impregilo. Una nuova ferita per un territorio sanguinante. Un’offesa ai martiri di quella politica che oggi tutti rinnegano. A parole.

La questione Ponte. Non lo faranno mai? Lo stanno già facendo

Non è abbastanza chiaro che il Ponte lo stanno già facendo, da anni. Prima con la progettazione, ancora non completata. Da dicembre con le prime opere collaterali. Il Ponte è questo. Una gigantesca opera di trasferimento di risorse pubbliche a pochi soggetti privati. E’ questo non è un bluff, né una farsa, ma una realtà. L’alluvione di Messina ha dimostrato che la vera emergenza è la messa in sicurezza del territorio.

Cinquecentottanta milioni di euro già spesi senza che una sola pietra sia stata mossa e senza progetto definitivo ci danno la misura anche economica dell’operazione Ponte. E dimostra che la frase “tanto non lo faranno mai” è destituita di ogni significato. Lo stanno già facendo. Da tempo. Lo stanno facendo spendendo risorse pubbliche e lo stanno usando come ipoteca sul territorio per replicare un modello che è proprio dei regimi populisti, secondo un diktat che dice: “o questo, o niente”.

Il Ponte è il cammino che conduce al Ponte ed è contro questo percorso che noi dobbiamo scontrarci. Dobbiamo farlo perché il Ponte, come in genere le grandi opere e tutti quegli interventi giustificati dalla politica dell’emergenza, è ad un tempo collettore di risorse pubbliche verso tasche private e strumento per la raccolta del consenso.

I tragici eventi che hanno colpito la riviera jonica del messinese nelle scorse settimane hanno messo in evidenza la fragilità del nostro territorio. Ciò che è accaduto a Giampilieri e Scaletta potrebbe, purtroppo, ripetersi in altre parti, e anche più popolose, della città di Messina. Questo allarme era stato lanciati per tempo e rispetto ad esso le autorità politiche, centrali e locali, avevano manifestato una colpevole indifferenza, lasciando di contro che si aggravassero le situazioni di rischio. Dal giorno del disastro tutti a Messina si sentono in pericolo e tutti chiedono che il territorio venga messo in sicurezza. A fronte di ciò l’annuncio dei cantieri è apparso a molti come un’assurdità, ai limiti della provocazione, dell’arroganza. E’ questo il motivo per cui tanta gente che era indecisa o, addirittura, favorevole alla costruzione dell’infrastruttura oggi ritiene il Ponte un’opera da non prendere assolutamente in considerazione.

Il Governo ha dichiarato di avere previsto 1.3 miliardi di euro pubblici da affiancare ai soldi da recuperare col project financing per la costruzione del manufatto. Ciucci ha rincarato la dose dicendo che con la ricapitalizzazione entro novembre arriveranno ai 2.5 miliardi di euro lasciati dal Governo Prodi. Glissiamo sul project financing (i famosi soldi dei privati) di cui bisognerà chiarire le caratteristiche speculative. Il resto, però, è pubblico. Quei soldi sono nostri e devono essere riconvertiti per la messa in sicurezza del territorio. Questa è, oggi, la partita. Qualcuno sostiene che quei soldi non esistono, in realtà. E’ possibile. Sia allora il Governo a dirlo e dichiari che da un anno prende in giro gli italiani sbandierando un finanziamento che non esiste.

Per tutti questi motivi quel chilometro e sette riveste un’incredibile importanza. Per questi motivi per noi le tappe sono obbligate. Bisognerà contrastare la posa della prima pietra perché quella verrà giocata come l’inizio dei lavori e tutti la percepiranno così.


Il MUOS a Niscemi, una bomba ecologica

di Antonio Mazzeo

“Incompleta e di scarsa attendibilità” con una documentazione allegata “discordante, insufficiente e inadeguata”. È quanto emerge dalla relazione tecnica che analizza lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale presentata nell’estate del 2008 dalla Marina militare statunitense in vista dell’installazione della stazione del sistema di telecomunicazione satellitare MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta di Niscemi”, in provincia di Caltanissetta.
La presentazione della valutazione d’incidenza si era resa necessaria in quanto le infrastrutture MUOS occuperanno un’area di circa 2.500 m2 ricadente in zona B della riserva di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), identificato dal codice “ITA050007” e rientrante - secondo il manuale delle linee guida per la gestione dei Siti Natura 2000 del Ministero dell’Ambiente - nella tipologia “a dominanza di querceti mediterranei”. Parere favorevole sullo “studio ambientale” predisposto dall’US Navy era stato rilasciato l’8 settembre del 2008 da tutti i partecipanti alla conferenza dei servizi indetta dall’Assessorato regionale al Territorio ed Ambiente. Alla conferenza, oltre all’ente gestore della riserva naturale, erano presenti anche due tecnici del Comune di Niscemi. Successivamente, sulla spinta delle mobilitazioni “No MUOS” sviluppatesi nelle province di Caltanissetta e Catania, l’amministrazione comunale di Niscemi aveva incaricato tre professionisti a riverificare i possibili impatti dell’impianto satellitare sulla flora e la fauna della “Sughereta”. Consegnata il 10 ottobre 2009, la relazione a firma dei dottori Donato La Mela Veca (cartografo), Tommaso La Mantia (agronomo presso la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo) e Salvatore Pasta (botanico), individua un impressionante numero di lacune ed omissioni nella valutazione ambientale del progetto, rilevando la scarsissima attenzione prestata dai militari statunitensi allo straordinario patrimonio ospitato in una delle più importanti riserve ecologiche siciliane.
“Dal contenuto della valutazione d’incidenza”, scrivono i tre professionisti, “emerge un resoconto incompleto o spesso poco dettagliato di tutti gli impatti diretti ed indiretti dell’intervento. Si forniscono indicazioni sulla superficie coinvolta nella messa in posto di case pre-fabbricate e delle antenne (circa 900 m2), delle strade e dei marciapiedi (circa 1.500 m2), ma non è stato possibile trovare alcuna informazione quantitativa sui volumi e sull’estensione areale delle opere di rimodellamento della morfologia e di regimazione idraulica”. Mentre due delle tavole presentate risultano “sfalsate di pochi metri e riguardano esclusivamente l’area in cui è prevista la messa in posto delle nuove antenne e dei capannoni pre-fabbricati”, viene invece del “tutto trascurato il resto dell’area influenzata dal progetto”. Gli esperti sottolineano poi un’“apparente discordanza tra il perimetro dell’area d’intervento riportato sulla cartografia messa a disposizione e l’ambito d’intervento così come delimitato sul campo e indicatoci dai responsabili progettuali ed esecutivi del progetto”. Nello specifico, lo studio per la valutazione d’incidenza non aveva preso in considerazione l’area pianeggiante che sovrasta quella in cui è prevista l’installazione di tre grandi antenne circolari con un diametro di 18,4 metri e due torri radio alte 149 metri, “già occupata da materiali e mezzi” del cantiere MUOS.
“Manca una benché minima valutazione degli impatti che l’infrastruttura avrà sulla fauna in fase d’esercizio e le considerazioni sugli impatti su flora e vegetazione in fase di cantiere sono a dir poco scorrette e inconsistenti”, aggiungono i professionisti, lamentando la mancata consegna di “documenti fondamentali” nel procedimento, come ad esempio le relazioni paesaggistica e faunistica e la Carta dei vincoli della riserva. Nella documentazione “non compare neppure un singolo riferimento alla denominazione né ai codici numerici relativi ad eventuali habitat presenti nell’area d’indagine”.
Relativamente allo studio della vegetazione, sono stati “sottostimati” e “del tutto trascurati” gli elementi di maggiore pregio. Avendo essi una fenologia tardo-vernale e primaverile, l’epoca d’indagine dei tecnici incaricati dall’US Navy è stata del tutto inappropriata. “Invece di considerare l’area di “scarso interesse””, spiegano i professionisti, “sarebbe stato più corretto rifiutarsi di compiere il sopralluogo in una stagione del tutto inidonea ad individuare le principali emergenze botaniche (flora, vegetazione e habitat del comprensorio)”. Contrariamente al giudizio dei fautori del progetto MUOS, la riserva di Niscemi “costituisce un biotopo di notevole interesse naturalistico e scientifico, ed è stato, designato per la presenza di quattro habitat, di cui uno prioritario”. L’habitat più esteso è costituito dalla Foresta a Quercus suber (Sughera) che presenta “spiccati caratteri di xericità se confrontata con altre sugherete della Sicilia”. La “Sughereta di Niscemi”, spiegano gli esperti incaricati dal Comune, è “certamente un’area di grande interesse perché sebbene le unità di vegetazione naturale e semi-naturale, sugherete innanzitutto, appaiano frammentate sono uno degli ultimi esempi di questa tipologia di habitat nella Sicilia meridionale”.
Ricca e di amplia distribuzione la flora esistente nell’area interessata dal dissennato programma militare. Si tratta di circa 200-250 specie diverse, il 40% delle quali esclusive del bacino del Mediterraneo, con alcune già sottoposte a tutela internazionale (fior di legna, serapide lingua, lino delle fate minore, melica piramidale, quercia spinosa, pungitopo). La relazione tecnica segnala la “presenza di due specie incluse nelle liste rosse regionali, ovvero l’eliotropio (indicato come “vulnerabile”) e la laurea, mentre “riveste un certo interesse fitogeografico la presenza di Helichrysum scandens (endemico della Sicilia sud-orientale), radicchio virgato, crespino spinoso, calicotome infesta e alkanna tintoria, quest’ultima piuttosto rara a livello regionale”. Sui pendii a est dell’area in cui sorgeranno le antenne sono state osservate inoltre “importanti praterie a barboncino mediterraneo, garighe frammiste a prateria ad erba della pampa, piccoli nuclei di macchia sclerofilla termofila con lentisco, ilatro, ulivo silvestre, ed esigui popolamenti di sughere”.
“Sebbene l’area di intervento sia minima rispetto alla superficie della riserva nel suo complesso, le interazioni con l’avifauna possono essere significative dato il contesto territoriale”, si legge ancora nella relazione predisposta dal Comune di Niscemi. “L’area è di grande interesse per la presenza di un elevato numero di specie di uccelli (122), dovuto al fatto che il Sito Natura 2000 si trova lungo le linee di migrazione dell’ornitofauna, per l’eterogeneità del paesaggio vegetale e perché la sua posizione all’estremo sud dell’Isola determina nel periodo invernale condizioni ambientali idonee allo svernamento di molti uccelli”. In particolare nella riserva è stata riscontrata l’esistenza di due specie che in Europa svernano solamente in Sicilia, l’upupa e il biancone, e di altre due che svernano irregolarmente, il grillaio e l’aquila minore. La rilevanza del sito è però data dalla presenza di 8 specie di uccelli tutelate da direttive e convenzioni internazionali, tre delle quali classificate come “vulnerabili” e due “minacciate”: coturnici, gruccioni, beccacce, succiacapre, ghiandaie marine, tottaville, magnanine comuni, averle capirossa. Nell’area dei cantieri sono stati pure osservati gheppi, poiane, colombacci, tortore, civette, rondoni, cappellacce, calandrelle, balestrucci, saltimpalo, merli, beccamoschini, sterpazzoline, occhiocotti, gazze, cornacchie grigie, storni neri, passere sarde. Rilevante la comunità di uccelli rapaci diurni come nibbi reali, nibbi bruni, sparvieri e biancone, “indici di elevata qualità ecologico-funzionale delle zoocenosi locali”. Irregolarmente sono stati osservati pure l’aquila del Bonelli e il capovaccaio.
Lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale delle forze armate USA sorvola inoltre sul fatto che il Sito d’Importanza Comunitaria di Niscemi si qualifica per l’elevata diversità degli anfibi e rettili esistenti. Delle 11 specie di anfibi e 27 di rettili che vivono in Sicilia, sono infatti presenti nell’area rispettivamente 4 e 14 specie. Alcune di esse risultano protette dalle normative internazionali: tra gli anfibi, il discoglosso dipinto, il rospo comune, il rospo verde, la raganella italiana; tra i rettili, la testuggine comune, il ramarro, la lucertola campestre, la lucertola siciliana, il gongilo ocellato, il biacco maggiore, il colubro liscio, il saettone, il colubro leopardiano, la biscia dal collare. “Anche per i mammiferi va rimarcata la grande ricchezza locale”, sottolineano gli estensori della relazione tecnica. All’interno del SIC sono presenti complessivamente 16 specie di mammiferi, 5 delle quali “protette” perché in rischio di estinzione (pipistrelli albolimbati, pipistrelli di Savi, serotini comuni, istrici, gatti selvatici). La riserva è popolata inoltre da ricci, mustioli, crocidure sicule, conigli selvatici, lepri, topi quercini, arvicole del Savi, moscardini, volpi, donnole, martore.
Ma non sono solo i lavori d’installazione delle grandi antenne del MUOS a mettere fortemente a rischio la vita di queste importanti specie vegetali e animali. Su di esse incombe infatti il pericolo delle intense radiazioni elettromagnetiche che saranno emesse quando gli impianti di teletrasmissione entreranno in funzione.
“Gli studi pregressi sulle emissioni elettromagnetiche prefigurano un quadro allarmante sulle possibili ricadute negative delle antenne sulla fauna del SIC”, avvertono gli estensori della relazione tecnica. “Gli studi sugli effetti delle onde utilizzate in telefonia (equiparabili alle microonde del MUOS, nda) hanno dimostrato inequivocabilmente gli effetti negativi”. Con riferimento alla flora e alla fauna, in particolare, in una sua recente review sugli effetti della meno intensa “radiofrequency radiation from wireless telecommunications”, il direttore generale per l’Ambiente della Junta de Castilla y León (Spagna), Alfonso Balmori, afferma che “le microonde e l’inquinamento da radiofrequenze rappresentano una possibile causa del declino della popolazione animale e del deterioramento dello stato di salute delle piante che vivono nei pressi delle torri telefoniche”. Per lo studioso iberico, le radiazioni provenienti dagli impianti della telefonia cellulare possono produrre effetti sui sistemi nervoso, cardiovascolare, immunitario e riproduttivo. “Esse danneggiano il sistema nervoso alterando l’elettroencefalogramma, modificando la risposta dei neuroni o la cosiddetta “blood-brain barrier”, la barriera che separa il sangue dal fluido cerebrospinale. Alterano i ritmi circadiani (sleep-wake), interferiscono sulla ghiandola pineale e sbilanciano la produzione ormonale. Modificano il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna. Interferiscono negativamente sulla salute e sul sistema immunitario, causando abulia, stanchezza, deterioramento del piumaggio e problemi di accrescimento. Causano difficoltà nella costruzione dei nidi o diminuzione della fertilità, del numero delle uova, dello sviluppo degli embrioni, della percentuale di cova o di sopravvivenza dei pulcini. Generano problemi genetici, locomotori, parziale albinismo e melanismo e promuovono l’insorgenza di tumori”. “Per questa ragione – conclude Alfonso Balmori – dovrebbero essere assunte misure in via precauzionale, e accertate la gravità degli effetti ambientali di queste infrastrutture, se ne deve vietare l’installazione in aree naturali protette ed in luoghi dove sono presenti specie in pericolo”. A Niscemi, però, i lavori di costruzione delle infrastrutture che ospiteranno il MUOS sono iniziati, segretamente, il 19 febbraio 2008 (ben prima dunque dello studio d’incidenza ambientale dell’US Navy) e oggi procedono speditamente anche all’interno dell’area sottoposta a riserva.
“Assai grave mi sembra il particolare che, prima ancora di iniziare i lavori, aree escluse dagli elaborati risultino già occupate, il che fa pensare a un impatto dei cantieri e delle opere accessorie certamente maggiore rispetto a quello prospettato”, dichiara l’ambientalista siciliano Giuseppe Palermo. “Se le risultanze di questa relazione dovessero essere confermate al termine della valutazione d’incidenza, secondo la direttiva CEE 92/43 (“Habitat”) e alla luce del principio di precauzione, la sola eventualità degli effetti negativi di cui si parla nel testo dovrebbe portare a respingere il progetto. L’articolo 6 di questa direttiva è esplicito: le autorità nazionali competenti possono dare il loro assenso “soltanto dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l’integrità del sito in causa”. Qualora poi un progetto debba essere realizzato per motivi “imperativi” di rilevante interesse pubblico - nonostante le conclusioni negative della valutazione d’incidenza e in mancanza di soluzioni alternative - le autorità dovranno comunque adottare le misure compensative necessarie a tutelare la coerenza globale di Natura 2000”. “Nel caso di un sito in cui si trovano un tipo di habitat naturale e/o una specie prioritari, come nel caso del SIC di Niscemi”, precisa però Giuseppe Palermo, “possono essere addotte solo considerazioni connesse con la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica o di primaria importanza per l’ambiente o, previo parere della Commissione europea, altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”.
Anche senza il MUOS, le emissioni elettromagnetiche generate dalle antenne della base di telecomunicazione dell’US Navy esistente in contrada Ulmo a Niscemi, hanno raggiunto livelli pericolosissimi per la salute della popolazione. Il monitoraggio effettuato dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, in un periodo compreso tra il 10 dicembre 2008 e il 9 marzo 2009 (quando erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base) ha evidenziato valori superiori ai “limiti di attenzione” fissati dalle normative in materia per l’esposizione ai campi elettromagnetici. In Italia, il decreto n. 381 del 10 settembre 1998 e il DPCM dell’8 luglio 2003, relativamente all’intensità della componente elettrica delle emissioni, la cui unità di misura è il volt per metro (V/m), stabiliscono un limite massimo di esposizione di 6 V/m. Ebbene, in contrada Ulmo, una centralina ha registrato una “media di esposizione di circa 6 V/mt con dei picchi settimanali di superamento”; la seconda centralina, sita sempre nei paraggi dell’installazione militare statunitense, ha registrato i “valori medi di 4 V/mt con picchi di superamento occasionali”, che in un caso (il 20 dicembre 2008), hanno raggiunto i 9 V/m. Le altre due centraline hanno invece registrato dei “valori medi di 1-2 V/mt con picchi preoccupanti”, specie in contrada Martelluzzo, dove nella giornata del 10 gennaio 2009 si è sfiorata l’intensità soglia dei 6 volt per metro. A Niscemi, dunque, siamo già oltre i valori di rischio e le emissioni elettromagnetiche sono notevolmente superiori a quanto si registra normalmente nei pressi dei più potenti ripetitori televisivi o delle stazioni di trasmissione della telefonia cellulare GSM (le più simili ai sistemi satellitari del tipo MUOS), dove l’intensità oscilla tra i 0,3 e i 10 volt per metro.
Nella stazione di telecomunicazione dell’US Navy di Niscemi si sono registrati inoltre diversi gravi incidenti ambientali rigorosamente tenuti segreti agli amministratori e alle popolazioni locali. Dal sito internet del “The OK Design Group” di Roma, la società che ha progettato la realizzazione dell’impianto MUOS nel SIC di Niscemi, si apprende che nel 2004 essa fu chiamata dalla Marina USA per effettuare un’“ispezione delle condizioni esistenti della rete di media e bassa tensione della stazione di telecomunicazione militare”, onde “misurare e registrare le anomalie dei parametri elettrici della rete” e “analizzare i rimedi necessari”. Qualche tempo dopo l’azienda catanese Lageco (oggi impegnata nei lavori d’installazione del MUOS accanto alla Gemmo Spa di Vicenza), eseguiva nella base USA di contrada Ulmo, “lavori di bonifica ambientale del terreno contaminato a causa di un versamento di gasolio sullo stesso”.

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