di Maria La Calce
«Quella del ponte non è una questione che riguarda solo il meridione, ma tutto il Paese».
Con queste parole, Luigi Sturniolo, della Rete no ponte, introduce il delicato problema della costruzione della più grande opera pubblica mai realizzata in Italia.
Il dibattito intorno al ponte resta vivo, soprattutto al sud e tra fautori e detrattori, con la fine del 2009 e l'avvento del nuovo anno sembra realmente essersi innescata, così come del resto si prospettava da tempo, la "macchina ponte".
«Risale, infatti, al 23 dicembre l'apertura del primo cantiere targato ponte, si è trattato, -come ci spiega Sturniolo- di poche decine di migliaia di euro per lo spostamento di alcuni chilometri di ferrovia nella contrada calabrese di Cannitello.
Sembrava un bluff ma secondo alcuni esperti, tra cui le associazioni ambientaliste, se i lavori non dovessero rispettare i tempi previsti, il governo dovrebbe pagare ad Impregilo una penale di 400 mila euro, un po' troppo salata per essere un bluff.
Che le cose comincino a muoversi, è evidente del resto anche nel fatto che il Comune di Messsina
abbia approvato la delibera per espropri sul proprio territorio.
Il dodici febbraio poi si è tenuta nella città peloritana la presentazione del Ponte alla quale hanno preso parte il Ministro Altero Matteoli , il sindaco Giuseppe Buzzanca e il presidente della società Stretto di Messina Pietro Ciucci.
Non essendoci ancora un progetto è stata presentata la squadra che si occuperà della realizzazione dell'opera con Impregilo capofila ed è stato assicurato che entro il 2017 ci sarà il progetto definitivo».
«A parte la costruzione del ponte, spiega Sturniolo, la vera partita saranno le opere collaterali che verranno realizzate con fondi pubblici.
I fondi pubblici, che ammonterebbero ad un miliardo e tre, corrispondono a quelli FAS europei destinati ad aree sotto utilizzate per rilanciarne l'economia, verrebbero usati per opere collaterali di accesso come strade, svincoli, la stazione ferroviaria di Gazzi e opere compensative per risarcire il territorio
La progettazione, affidata ad una società danese, verrà fatta con i soldi della ricapitalizzazione: Anas 82%, RFI, Regione Sicilia e probabilmente Regione Calabria, che sebbene avesse chiesto di uscire, ora sicuramente chiederà di rientrare.
Per l'attraversamento le risorse verranno reperite sul mercato tramite obbligazioni e mutui.
Le spese del resto non potranno essere coperte dai pedaggi.
Il calcolo della remuneratività dei transiti era stato fatto in un'ottica di crescita economica, ma tale calcolo si è rivelato non realistico ed anche dalla Corte dei Conti, il 15gennaio, sono arrivati inviti a riconsiderare la validità dell'investimento.
Nel Convegno nazionale Legge obbiettivo e valutazione dei progetti. Analisi costi benefici del progetto del ponte sullo Stretto, Marco Brambilla del Politecnico di Milano aveva calcolato che perché le spese potessero rientrare si sarebbe dovuta allungare la concessione per la riscossione dei pedaggi da trenta a cinquanta anni e si sarebbero dovuti ridurre drasticamente i passaggi delle navi traghetto nello Stretto.
Si andrà incontro ad un crac finanziario ed i titoli non saranno che carta straccia se non sarà lo Stato a coprirli. Sarà un'operazione di tipo speculativo che impiega risorse pubbliche».
«Anche interessanti sono a mio avviso,- incalza Sturniolo- le considerazioni fatte da Remo Calzona, ex capo progettista della Società Stretto di Messina e autore del progetto preliminare, che nel libro "La ricerca non ha fine" del 2009, spiega che il ponte avrà grossi rischi di non reggere per la sua campata unica di 3 Km e 200 metri, messo a dura prova da flutter (crollerebbe infatti per il suo stesso peso) e galopping (il manto stradale si deformerebbe a causa del vento).
La campata unica, infatti, rende fragile la struttura, dovrebbe essere di due chilometri ed i pilastri dovrebbero sorgere in mezzo al mare, questo accorgimento ridurrebbe l'impatto ambientale sulla costa sicula. I geologi, inoltre, sostengono che là dove dovrebbe sorgere il pilastro in Calabria c'è la faglia 50, andrebbe dunque spostato di 500 metri. Tali affermazioni si devono a fautori del ponte.
Punto caldo della presentazione di Ciucci del 12 febbraio è stata poi la questione posti di lavoro.
La società Stretto di Messina che all'inizio ne presentava 40.000, davanti all'assurdità di tale affermazione, che implicherebbe in 6 anni una spesa di 6 miliardi solo per pagare i salari ai dipendenti, nel corso stesso del convegno ha dovuto rettificare tale dato ed il rappresentante Eurolink è stato costretto poi a parlare di 3500 posti di lavoro più 5000 nell'indotto».
«Si tratterebbe, spiega Sturniolo di personale altamente qualificato, ed il ritorno in termini di lavoro sullo Stretto sarebbe dunque scarso nonostante proprio su questo argomento si tenti di far leva su di un territorio fortemente depresso che accetterebbe comunque di far arrivare risorse sebbene contraddistinte dall'etichetta ponte».
«Il problema,- conclude Sturniolo-, è infatti soprattutto politico, la battaglia deve essere condotta sulle risorse, la gente in assenza di una valida alternativa è portata ad accontentarsi».
Fonte: http://www.nuovasocieta.it/interviste/5262-quel-ponte-non-sha-da-fare.html
martedì 13 aprile 2010
venerdì 9 aprile 2010
Continuare a tessere la rete per non cascarci dentro!
di Luigi Sturniolo
Il 1. luglio 2002 aveva inizio il 1. Campeggio contro il Ponte. Finiva il tempo del movimento d’opinione ed iniziava quello del movimento di lotta. Da allora la misura delle nostre ragioni è stata verificata oltre che nella loro ragionevolezza anche nella loro capacità di mobilitazione. La piazza, si sa, è impietosa. Se non cresci arretri, e te lo fanno notare. Il movimento da allora è cresciuto ad ogni passaggio. Benché ogni passaggio sia stato vissuto col patema d’animo della verifica.
Dal 2002 al 2004 è stato il tempo dei campeggi. E’ stato intorno alla loro capacità aggregativa che si è costruito il “peso” del movimento. E’ attraverso essi che abbiamo acquistato visibilità e siamo diventati credibili.
Nel 2005 è iniziato il periodo della Rete No Ponte. Nata come consorzio temporaneo di organizzazioni ha provato a farsi stabile fino ad arrivare all’evento più importante dal punto di vista numerico, la manifestazione dei 20000 del 22 gennaio 2006. Un percorso, questo, che ha modificato gli equilibri del centrosinistra intorno a questo tema, determinando l’esclusione del Ponte sullo Stretto dalle opere prioritarie durante il Governo Prodi.
Nella sua ri-partenza, dopo il periodo del Governo di centrosinistra e il rilancio dell’operazione Ponte da parte di Berlusconi, la Rete No Ponte ha riavviato il lavoro di costruzione dell’opposizione al Ponte a partire dai presupposti del Patto di Mutuo Soccorso. Si è deciso, cioè, di abbandonare la dimensione di coordinamento tra strutture, e quindi anche la liturgia dei rappresentanti, dei veti, delle mediazioni, delle risse, per dare vita ad una esperienza che avesse le caratteristiche di strumento di mobilitazione, rete di attivisti, organizzazione non rappresentativa, non di sintesi. Partito da Messina, il modello è stato assunto, con la manifestazione del 19 dicembre, anche dalla sponda calabrese. La Rete è diventata, così, open source, non proprietaria.
La presentazione della “squadra che costruirà il Ponte sullo Stretto”, così l’ha definita Ciucci, svoltasi il 12 febbraio a Messina ha aperto una nuova fase di tutta la vicenda. L’elemento più significativo di questa nuova fase è stato il messaggio che è stato mandato al territorio. “Stiamo facendo sul serio” è stato detto alla politica, all’università, agli ordini professionali, ai sindacati. Frane o non frane, i soldi (quelli che arriveranno) passeranno per il Ponte. Non che sia ancora scontato il metter mano realmente al manufatto d’attraversamento (lo stesso Rubegni, A.D. di Impregilo, pochi giorni fa dichiarava di non sapere ancora se il Governo voglia davvero fare il Ponte o fermarsi alle opere preliminari). Ecco, questa è la partita, al momento: le opere preliminari (collaterali e compensative). Per queste sono stati annunciati 1.3 miliardi (da prendere dai fondi FAS). Con la ricapitalizzazione (altri soldi pubblici) hanno annunciato di voler fare la progettazione. I soldi per la costruzione del Ponte dovrebbero essere recuperati attraverso il mercato (banche). Ed è una incognita assoluta.
A Cannitello hanno già aperto quello che qualcuno ha definito un cantiere fantasma, ma che qualcun altro ha detto garantire il pagamento della penale ad Impregilo in caso di interruzione dei lavori. A Messina pare si aggirino già strani individui incaricati di iniziare l’opera di monitoraggio ambientale (alla quale partecipano, tra gli altri, i “compagni” della Nautilus di Vibo Valentia). Il progetto definitivo è stato annunciato per fine anno. Insomma, sembrerebbe che siamo alle grandi manovre. Contro le grandi manovre abbisognerebbe una Rete No Ponte grande. O, almeno, una grande Rete No Ponte. E così non è. Negli anni abbiamo assistito all’estinguersi di varie esperienze nate all’interno del movimento, le caratteristiche del territorio non esprimono elementi comunitari come quelli della Val di Susa, né a facile costruire la dimensione territoriale del No Dal Molin (possibile anche attraverso la disponibilità di un congruo numero di attivisti), le reti di movimento vivono (e la sinistra in genere vive) una fase di arretramento.
Nel momento di massima esposizione, in un momento che si preannuncia cruciale, la Rete è al suo minimo di potenza.
Che fare? Di certo, non pensare di riprodurre esperienze mutuate da altri territori, per quanto detto prima. Sulla piazza messinese, ad esempio, le mobilitazioni si sono sempre date secondo caratteristiche di tipo metropolitano (Messina è pur sempre una città di 250000 abitanti ed ha una provincia molto estesa): ristretti nuclei di attivisti con una accettabile partecipazioni, dal punto di vista numerico, alle manifestazioni. Difficile, quindi proporre i comitati popolari, così come si danno in Val di Susa, per il semplice fatto che non c’è quel tipo di popolo, non c’è la valle, non si dà il superamento delle soggettività pre-esistenti. Difficile anche proporre il modello veneto perché non c’è quella disponibilità militante ed anche la difesa del territorio in termini quasi-conservativi è improponibile in un’area già ampiamente compromessa come la nostra.
Assolutamente, però, non si può conservare la Rete così com’è, soggetto che rischia di diventare sigla tra le altre, usata e usabile.
Bisogna riprendere a tessere la rete, capire che una battaglia così grossa come quella contro il ponte la si vince solo con una grande alleanza sociale che imponga un utilizzo diverso delle risorse (un solo no per tanti sì), prendere coscienza del fatto che i singoli nodi della rete non sono a diretto contatto con tutti gli altri ma che la trama definisce la forza complessiva. Un movimento complessivo a geometria variabile in cui abbiano diritto di cittadinanza singoli, comitati, associazioni, sindacati, partiti con ampi margini di autonomia. Un movimento dentro il quale la rete abbia la funzione di connettere e di dar vita ai grandi eventi. Per confrontarsi su questo e definire le prossime tappe dovremo darci un appuntamento assembleare a carattere extra-territoriale. Fino a quando una nuova onda non si darà, però, senso di responsabilità vuole che si continui a tenere botta con gli strumenti a disposizione.
08.04.10
Il 1. luglio 2002 aveva inizio il 1. Campeggio contro il Ponte. Finiva il tempo del movimento d’opinione ed iniziava quello del movimento di lotta. Da allora la misura delle nostre ragioni è stata verificata oltre che nella loro ragionevolezza anche nella loro capacità di mobilitazione. La piazza, si sa, è impietosa. Se non cresci arretri, e te lo fanno notare. Il movimento da allora è cresciuto ad ogni passaggio. Benché ogni passaggio sia stato vissuto col patema d’animo della verifica.
Dal 2002 al 2004 è stato il tempo dei campeggi. E’ stato intorno alla loro capacità aggregativa che si è costruito il “peso” del movimento. E’ attraverso essi che abbiamo acquistato visibilità e siamo diventati credibili.
Nel 2005 è iniziato il periodo della Rete No Ponte. Nata come consorzio temporaneo di organizzazioni ha provato a farsi stabile fino ad arrivare all’evento più importante dal punto di vista numerico, la manifestazione dei 20000 del 22 gennaio 2006. Un percorso, questo, che ha modificato gli equilibri del centrosinistra intorno a questo tema, determinando l’esclusione del Ponte sullo Stretto dalle opere prioritarie durante il Governo Prodi.
Nella sua ri-partenza, dopo il periodo del Governo di centrosinistra e il rilancio dell’operazione Ponte da parte di Berlusconi, la Rete No Ponte ha riavviato il lavoro di costruzione dell’opposizione al Ponte a partire dai presupposti del Patto di Mutuo Soccorso. Si è deciso, cioè, di abbandonare la dimensione di coordinamento tra strutture, e quindi anche la liturgia dei rappresentanti, dei veti, delle mediazioni, delle risse, per dare vita ad una esperienza che avesse le caratteristiche di strumento di mobilitazione, rete di attivisti, organizzazione non rappresentativa, non di sintesi. Partito da Messina, il modello è stato assunto, con la manifestazione del 19 dicembre, anche dalla sponda calabrese. La Rete è diventata, così, open source, non proprietaria.
La presentazione della “squadra che costruirà il Ponte sullo Stretto”, così l’ha definita Ciucci, svoltasi il 12 febbraio a Messina ha aperto una nuova fase di tutta la vicenda. L’elemento più significativo di questa nuova fase è stato il messaggio che è stato mandato al territorio. “Stiamo facendo sul serio” è stato detto alla politica, all’università, agli ordini professionali, ai sindacati. Frane o non frane, i soldi (quelli che arriveranno) passeranno per il Ponte. Non che sia ancora scontato il metter mano realmente al manufatto d’attraversamento (lo stesso Rubegni, A.D. di Impregilo, pochi giorni fa dichiarava di non sapere ancora se il Governo voglia davvero fare il Ponte o fermarsi alle opere preliminari). Ecco, questa è la partita, al momento: le opere preliminari (collaterali e compensative). Per queste sono stati annunciati 1.3 miliardi (da prendere dai fondi FAS). Con la ricapitalizzazione (altri soldi pubblici) hanno annunciato di voler fare la progettazione. I soldi per la costruzione del Ponte dovrebbero essere recuperati attraverso il mercato (banche). Ed è una incognita assoluta.
A Cannitello hanno già aperto quello che qualcuno ha definito un cantiere fantasma, ma che qualcun altro ha detto garantire il pagamento della penale ad Impregilo in caso di interruzione dei lavori. A Messina pare si aggirino già strani individui incaricati di iniziare l’opera di monitoraggio ambientale (alla quale partecipano, tra gli altri, i “compagni” della Nautilus di Vibo Valentia). Il progetto definitivo è stato annunciato per fine anno. Insomma, sembrerebbe che siamo alle grandi manovre. Contro le grandi manovre abbisognerebbe una Rete No Ponte grande. O, almeno, una grande Rete No Ponte. E così non è. Negli anni abbiamo assistito all’estinguersi di varie esperienze nate all’interno del movimento, le caratteristiche del territorio non esprimono elementi comunitari come quelli della Val di Susa, né a facile costruire la dimensione territoriale del No Dal Molin (possibile anche attraverso la disponibilità di un congruo numero di attivisti), le reti di movimento vivono (e la sinistra in genere vive) una fase di arretramento.
Nel momento di massima esposizione, in un momento che si preannuncia cruciale, la Rete è al suo minimo di potenza.
Che fare? Di certo, non pensare di riprodurre esperienze mutuate da altri territori, per quanto detto prima. Sulla piazza messinese, ad esempio, le mobilitazioni si sono sempre date secondo caratteristiche di tipo metropolitano (Messina è pur sempre una città di 250000 abitanti ed ha una provincia molto estesa): ristretti nuclei di attivisti con una accettabile partecipazioni, dal punto di vista numerico, alle manifestazioni. Difficile, quindi proporre i comitati popolari, così come si danno in Val di Susa, per il semplice fatto che non c’è quel tipo di popolo, non c’è la valle, non si dà il superamento delle soggettività pre-esistenti. Difficile anche proporre il modello veneto perché non c’è quella disponibilità militante ed anche la difesa del territorio in termini quasi-conservativi è improponibile in un’area già ampiamente compromessa come la nostra.
Assolutamente, però, non si può conservare la Rete così com’è, soggetto che rischia di diventare sigla tra le altre, usata e usabile.
Bisogna riprendere a tessere la rete, capire che una battaglia così grossa come quella contro il ponte la si vince solo con una grande alleanza sociale che imponga un utilizzo diverso delle risorse (un solo no per tanti sì), prendere coscienza del fatto che i singoli nodi della rete non sono a diretto contatto con tutti gli altri ma che la trama definisce la forza complessiva. Un movimento complessivo a geometria variabile in cui abbiano diritto di cittadinanza singoli, comitati, associazioni, sindacati, partiti con ampi margini di autonomia. Un movimento dentro il quale la rete abbia la funzione di connettere e di dar vita ai grandi eventi. Per confrontarsi su questo e definire le prossime tappe dovremo darci un appuntamento assembleare a carattere extra-territoriale. Fino a quando una nuova onda non si darà, però, senso di responsabilità vuole che si continui a tenere botta con gli strumenti a disposizione.
08.04.10
sabato 20 marzo 2010
sabato 13 marzo 2010
PONTE SULLO STRETTO: IL MITO DELLA GRANDE OPERA E LA TUTELA DEL TERRITORIO
Quella del ponte sullo stretto è diventata ormai un’epopea. Sono passati decenni in proclami, discussioni e ribaltoni politici. In questi mesi, però, il nostro governo pare aver annunciato l’epilogo di questa saga. Dopo aver sbloccato l’appalto da quasi 5 miliardi di euro, vinto da Impregilo (consorzio già “costruttore” del tristemente noto ospedale dell’Aquila), e dopo aver da ultimo rifinanziato la Stretto di Messina s.p.a. con uno stanziamento di 400 milioni di euro nella legge finanziaria 2010, il governo Berlusconi sembra seriamente intenzionato a far partire i lavori.
Nonostante questo stato di fatto, la tematica del ponte sullo stretto rimane una vertenza di primaria importanza. Come sostenuto dalla rete No-Ponte, a fronte di tale progetto si oppone “un solo no, ma tanti si”. Dietro questo slogan sono presenti critiche forti e fondate, nonché stimoli di riflessione che oltrepassano il “limitato” orizzonte del ponte. Quale sarà l’impatto ambientale dell’eventuale costruzione della Grande Opera? Esiste realmente un progetto ingegneristico definitivo, che tenga conto delle peculiarità geofisiche dell’area dello stretto? Quali sono i rischi di infiltrazione mafiosa nell’indotto che il ponte potrebbe generare? Ci saranno davvero benefici durevoli sul tessuto socio-economico locale (crescita occupazionale, miglioramento dei trasporti)?
Soprattutto, siamo sicuri che l’area dello stretto di Messina abbia realmente bisogno del ponte? Noi riteniamo che altre siano le priorità, sia per lo sviluppo sostenibile e armonico del territorio (ambiente, infrastrutture), sia per le prospettive socio-economiche delle collettività coinvolte. Riteniamo, inoltre, che il ponte si possa considerare come una “metafora”, un esempio di come troppo spesso nel nostro Paese si affrontino le questioni relative alla promozione del territorio. Sviscerando la vertenza cui abbiamo accennato, vogliamo tentare di capire cosa, e con quali strumenti, il diritto, la tecnologia e le realtà territoriali possono fare per la tutela e lo sviluppo del territorio. Nello stretto di Messina, così come in tutta Italia.
INTERVERRANNO COME RELATORI:
- Alfredo Fioritto, prof. associato in diritto amministrativo all’università di Pisa
- Luigi Sturniolo, membro della rete no-ponte e curatore della pubblicazione “Ponte sullo stretto e mucche da mungere”
- Nuccio Barillà, direttivo nazionale di Legambiente
23 marzo 2010, ore 15:00 aula 5 palazzo della sapienza
mercoledì 10 marzo 2010
Sembra un film già visto
Mi sembra che tutto assomigli al primo ottobre. Esco per vedere cosa succede. Alla fine di Ali la vigilessa mi ferma, non si passa. Ci sono delle frane al Capo Ali, ma dopo è anche peggio. Passo davanti al campo da tennis in terra rossa che vedo, da un anno, tutte le mattine dal finestrino del treno. E' ridotto ormai ad un'aiuola. Pare che il sindaco avesse i soldi per fare il campo ma non gli spogliatoi e quindi non possa essere utilizzato. Soldi buttati. Giro l'angolo. Il campo su cui giocano da generazioni i ragazzi di Ali è sul greto del fiume. E' uno dei pochi spazi di socializzazione, ma occupa quasi per intero l'alveo del fiume e lascia allo scorrimento delle acque un lume di non più di mezzo metro. Dimenticavo la statale è chiusa all'uscita di Ali, ma in realtà dal 1. ottobre due cartelli, uno ben visibile appena usciti dal casello di Roccalumera ed uno dopo Giampilieri marina annunciano il transito interrotto lungo la statale. C'è il rischio che se t'ammazzi con la macchina la tua famiglia non prenda neanche i soldi dell'assicurazione perchè stai transitando abusivamente su una strada sulla quale vige il divieto di transito.
Da mesi chiediamo che i soldi del ponte vengano utilizzati per la sicurezza dei territori. Ma questo, in realtà, non basta. C'è il rischio che nell'emergenza le risorse vengano utilizzate, senza controlli, come avviene in regime d'emergenza, dagli stessi sindaci che hanno ridotto e/o consentito che le città, i paesi si riducessero a questo stato di degrado.
Oggi, davvero, bisogna esser rivoluzionari per migliorare almeno un pò le cose.
Da mesi chiediamo che i soldi del ponte vengano utilizzati per la sicurezza dei territori. Ma questo, in realtà, non basta. C'è il rischio che nell'emergenza le risorse vengano utilizzate, senza controlli, come avviene in regime d'emergenza, dagli stessi sindaci che hanno ridotto e/o consentito che le città, i paesi si riducessero a questo stato di degrado.
Oggi, davvero, bisogna esser rivoluzionari per migliorare almeno un pò le cose.
domenica 28 febbraio 2010
RESISTERE ALL’EMERGENZA PER DIFENDERE LA DEMOCRAZIA
di Luigi Sturniolo
(intervento al convegno del 20 febbraio di Sinistra Ecologia e Libertà sul Dissesto idrogeologico nella provincia di Messina)
Il dissesto idrogeologico del territorio, l’inchiesta di Firenze sulle emergenze e la presentazione del Ponte sullo Stretto di Messina svoltasi il 12 febbraio a Messina sono parti di una narrazione che va colta nella sua dimensione unitaria.
La politica dei disastri e delle grandi opere sono una risposta delle elite politiche ed economiche alla crisi e si configurano come modalità attraverso la quale risorse pubbliche diventano fonte d’arricchimento per pochi piuttosto che occasione di redistribuzione della ricchezza.
L’accaduto o il progetto, dentro questa prospettiva, non hanno niente a che vedere con i bisogni della società. Sono solo occasione per far guadagni
Dentro una dimensione da basso impero, corruzione e crisi economica finiscono per camminare insieme.
Non è, quindi, forse, un caso se la Corte dei Conti ha, in questo scorcio d’inizio 2010, relazionato su 3 criticità quali gli aspetti finanziari del progetto del Ponte sullo Stretto, la cartolarizzazione dei debiti sanitari, la corruzione. Si tratta di tre casi nei quali il piano economico viene giocato per intero a carico della società nel suo insieme aumentando la dimensione debitoria di tutti, mentre i vantaggi finiscono nelle mani di pochi contractor, di qualche amministratore corrotto e dei circuiti finanziari.
Quando abbiamo ripreso l’iniziativa no ponte in risposta agli annunci di Berlusconi di voler rimettere l’opera al centro del proprio programma politico-mediatico abbiamo posto la messa in sicurezza sismica ed idrogeologica del territorio, insieme al rilancio del trasporto pubblico, come punti principali di una strategia vertenziale territoriale. “I soldi del ponte per la sicurezza dei territori” è diventato il nostro slogan. Lo abbiamo fatto prima e dopo il primo ottobre, prima e dopo i morti per le frane.
Ed è proprio dal primo ottobre e dai giorni ad esso successivi che abbiamo verificato la natura della politica delle emergenze. In quei giorni abbiamo assistito sul campo alla strategia comunicativa e alle modalità di gestione di una pratica amministrativa che ha fatto dello straordinario l’ordinario e dell’ordinario lo straordinario. Insomma, c’è sembrato di verificare sul campo come il Ponte sullo Stretto sia parte di una strategia che comprende grandi opere, eventi ed emergenze che seguono procedure di verticalizzazione delle scelte, di concentramento delle risorse, di drenaggio di risorse pubbliche, di coinvolgimento di parti pubbliche e private, di limitazione dell’informazione, di messa in discussione delle stesse agibilità democratiche e che si configurano come un modello permeabile a vere e proprie politiche spartitorie.
E’ questo il motivo per cui a chi ci accusava di voler politicizzare il movimento no ponte opponendoci ad una dimensione trasversalista (indifferente, cioè, alla natura profonda del problema) rispondevamo che la discriminante non è la natura partitica dell’enunciato ma i contenuti che vengono espressi e che l’opposizione alla grande opera ci risultava ingestibile fuori da una contestualizzazione della stessa. Non si tratta più, in altre parole, di disputare sull’utilità o meno di un’opera. Si tratta di battersi per affermare un’altra idea di rapporto con il territorio e un’altra idea di utilizzo delle risorse pubbliche. E su questo va costruito conflitto.
La questione del ponte non è più una tra le tante da affrontare. Sarà la chiave di lettura di questo territorio. Sarà il punto di vista attraverso il quale verrà traguardato il futuro. Che il Ponte si faccia o no, sarà così. Almeno fino a quando sarà in vigore l’attuale equilibrio politico nazionale.
Contro il Ponte va costruito conflitto. Consenso e conflitto, come si diceva una volta. E non ci si può limitare alla partecipazione alle manifestazioni o all’adesione formale. Non si sarebbe compresa la posta in gioco. Davvero non mi pare ci siano molte cose più importanti da fare. Davvero, oltre tutto, non mi sembra ci siano molte altre cose nelle quali registriamo una tale internità.
(intervento al convegno del 20 febbraio di Sinistra Ecologia e Libertà sul Dissesto idrogeologico nella provincia di Messina)
Il dissesto idrogeologico del territorio, l’inchiesta di Firenze sulle emergenze e la presentazione del Ponte sullo Stretto di Messina svoltasi il 12 febbraio a Messina sono parti di una narrazione che va colta nella sua dimensione unitaria.
La politica dei disastri e delle grandi opere sono una risposta delle elite politiche ed economiche alla crisi e si configurano come modalità attraverso la quale risorse pubbliche diventano fonte d’arricchimento per pochi piuttosto che occasione di redistribuzione della ricchezza.
L’accaduto o il progetto, dentro questa prospettiva, non hanno niente a che vedere con i bisogni della società. Sono solo occasione per far guadagni
Dentro una dimensione da basso impero, corruzione e crisi economica finiscono per camminare insieme.
Non è, quindi, forse, un caso se la Corte dei Conti ha, in questo scorcio d’inizio 2010, relazionato su 3 criticità quali gli aspetti finanziari del progetto del Ponte sullo Stretto, la cartolarizzazione dei debiti sanitari, la corruzione. Si tratta di tre casi nei quali il piano economico viene giocato per intero a carico della società nel suo insieme aumentando la dimensione debitoria di tutti, mentre i vantaggi finiscono nelle mani di pochi contractor, di qualche amministratore corrotto e dei circuiti finanziari.
Quando abbiamo ripreso l’iniziativa no ponte in risposta agli annunci di Berlusconi di voler rimettere l’opera al centro del proprio programma politico-mediatico abbiamo posto la messa in sicurezza sismica ed idrogeologica del territorio, insieme al rilancio del trasporto pubblico, come punti principali di una strategia vertenziale territoriale. “I soldi del ponte per la sicurezza dei territori” è diventato il nostro slogan. Lo abbiamo fatto prima e dopo il primo ottobre, prima e dopo i morti per le frane.
Ed è proprio dal primo ottobre e dai giorni ad esso successivi che abbiamo verificato la natura della politica delle emergenze. In quei giorni abbiamo assistito sul campo alla strategia comunicativa e alle modalità di gestione di una pratica amministrativa che ha fatto dello straordinario l’ordinario e dell’ordinario lo straordinario. Insomma, c’è sembrato di verificare sul campo come il Ponte sullo Stretto sia parte di una strategia che comprende grandi opere, eventi ed emergenze che seguono procedure di verticalizzazione delle scelte, di concentramento delle risorse, di drenaggio di risorse pubbliche, di coinvolgimento di parti pubbliche e private, di limitazione dell’informazione, di messa in discussione delle stesse agibilità democratiche e che si configurano come un modello permeabile a vere e proprie politiche spartitorie.
E’ questo il motivo per cui a chi ci accusava di voler politicizzare il movimento no ponte opponendoci ad una dimensione trasversalista (indifferente, cioè, alla natura profonda del problema) rispondevamo che la discriminante non è la natura partitica dell’enunciato ma i contenuti che vengono espressi e che l’opposizione alla grande opera ci risultava ingestibile fuori da una contestualizzazione della stessa. Non si tratta più, in altre parole, di disputare sull’utilità o meno di un’opera. Si tratta di battersi per affermare un’altra idea di rapporto con il territorio e un’altra idea di utilizzo delle risorse pubbliche. E su questo va costruito conflitto.
La questione del ponte non è più una tra le tante da affrontare. Sarà la chiave di lettura di questo territorio. Sarà il punto di vista attraverso il quale verrà traguardato il futuro. Che il Ponte si faccia o no, sarà così. Almeno fino a quando sarà in vigore l’attuale equilibrio politico nazionale.
Contro il Ponte va costruito conflitto. Consenso e conflitto, come si diceva una volta. E non ci si può limitare alla partecipazione alle manifestazioni o all’adesione formale. Non si sarebbe compresa la posta in gioco. Davvero non mi pare ci siano molte cose più importanti da fare. Davvero, oltre tutto, non mi sembra ci siano molte altre cose nelle quali registriamo una tale internità.
mercoledì 10 febbraio 2010
Contro il progetto del Ponte, risorse pubbliche per i cittadini
di Luigi Sturniolo
Venerdì 12 febbraio il Ministro Altero Matteoli sarà a Messina per presentare ufficialmente, insieme al sindaco Giuseppe Buzzanca e all'amministratore delegato della società Stretto di Messina Pietro Ciucci, il progetto del Ponte sullo Stretto. Non si tratta, a questo punto della storia, di disputare sulla gravità dell’impatto ambientale dell’opera, che pure sarebbe enorme, ma di decidere sull’utilizzo di risorse pubbliche.
Le frane e gli smottamenti di questi giorni dimostrano ancora una volta quanto fragile sia il territorio della nostra provincia e quanto necessiti di interventi volti alla sua messa in sicurezza. Ne va della vita delle persone. E’ indispensabile per scongiurare un altro primo ottobre.
La presentazione del progetto (che non c’è) del Ponte sullo Stretto di venerdì 12 febbraio, con la presenza di Ciucci e Matteoli, appare, da questo punto di vista, evento ancora più fuori luogo e fuori contesto. Non si tratta, a questo punto della storia, di disputare sulla gravità dell’impatto ambientale dell’opera, che pure sarebbe enorme, ma di decidere sull’utilizzo di risorse pubbliche.
D’altronde lo stesso Ministro delle infrastrutture, rispondendo alle interrogazioni parlamentari nel corso del question time, ha chiarito che il manufatto d’attraversamento verrà realizzato ricorrendo al mercato ed attraverso il project finance (e questa è una partita tutta da giocare, in quanto bisognerà vedere quali saranno le contropartite per una impresa economica evidentemente deficitaria), mentre progetto ed opere preliminari verranno realizzati con soldi pubblici (sostanzialmente, ricapitalizzazione e FAS).
Ecco l’oggetto del contendere. Le risorse pubbliche devono essere destinate, come ritiene il Governo, ad attività finalizzate ad un’opera che difficilmente vedrà la luce, che avrebbe, comunque, un impatto devastante sul territorio, che non incide significativamente sul miglioramento infrastrutturale del Sud (perché è almeno questo il livello al quale bisogna guardare) e che avvantaggerebbe solo pochi grossi contractor e qualche grosso studio di progettazione, che renderebbe, attraverso l’intricato e devastante intreccio di accessi, cementificazioni, discariche, strade, ancora più fragili le nostre colline?
Oppure le risorse pubbliche andrebbero destinate, come dice chi si oppone all’operazione-Ponte, per la sicurezza dei cittadini, mettendoli in tutela dal rischio sismico ed idrogeologico, per il rilancio del trasporto pubblico per infrastrutture di prossimità che siano davvero utili al miglioramento dei collegamenti nel nostro territorio?
Il Ministro Matteoli in Parlamento ha detto che il Governo è intenzionato a fare il Ponte ma, comunque, le opere propedeutiche saranno, in ogni caso, utili al territorio. C’è della furbizia politica in questo. Si strizza l’occhio a chi, pur non credendo o, addirittura, essendo contrario al Ponte, potrebbe pensare di approfittare del flusso finanziario promesso (che di certo sarà in gran parte dirottato nelle tasche dei tecnici delle imprese legate al General Contractor).
La frase del Ministro tradisce, però, una chiara incertezza politica in quanto confessa la non certezza della bancabilità (salvo arditi meccanismi a carattere speculativo o che rimandino sulle generazioni future il debito accumulato) dell’opera e il rischio di dilapidare risorse di tutti.
Venerdì 12 febbraio il Ministro Altero Matteoli sarà a Messina per presentare ufficialmente, insieme al sindaco Giuseppe Buzzanca e all'amministratore delegato della società Stretto di Messina Pietro Ciucci, il progetto del Ponte sullo Stretto. Non si tratta, a questo punto della storia, di disputare sulla gravità dell’impatto ambientale dell’opera, che pure sarebbe enorme, ma di decidere sull’utilizzo di risorse pubbliche.
Le frane e gli smottamenti di questi giorni dimostrano ancora una volta quanto fragile sia il territorio della nostra provincia e quanto necessiti di interventi volti alla sua messa in sicurezza. Ne va della vita delle persone. E’ indispensabile per scongiurare un altro primo ottobre.
La presentazione del progetto (che non c’è) del Ponte sullo Stretto di venerdì 12 febbraio, con la presenza di Ciucci e Matteoli, appare, da questo punto di vista, evento ancora più fuori luogo e fuori contesto. Non si tratta, a questo punto della storia, di disputare sulla gravità dell’impatto ambientale dell’opera, che pure sarebbe enorme, ma di decidere sull’utilizzo di risorse pubbliche.
D’altronde lo stesso Ministro delle infrastrutture, rispondendo alle interrogazioni parlamentari nel corso del question time, ha chiarito che il manufatto d’attraversamento verrà realizzato ricorrendo al mercato ed attraverso il project finance (e questa è una partita tutta da giocare, in quanto bisognerà vedere quali saranno le contropartite per una impresa economica evidentemente deficitaria), mentre progetto ed opere preliminari verranno realizzati con soldi pubblici (sostanzialmente, ricapitalizzazione e FAS).
Ecco l’oggetto del contendere. Le risorse pubbliche devono essere destinate, come ritiene il Governo, ad attività finalizzate ad un’opera che difficilmente vedrà la luce, che avrebbe, comunque, un impatto devastante sul territorio, che non incide significativamente sul miglioramento infrastrutturale del Sud (perché è almeno questo il livello al quale bisogna guardare) e che avvantaggerebbe solo pochi grossi contractor e qualche grosso studio di progettazione, che renderebbe, attraverso l’intricato e devastante intreccio di accessi, cementificazioni, discariche, strade, ancora più fragili le nostre colline?
Oppure le risorse pubbliche andrebbero destinate, come dice chi si oppone all’operazione-Ponte, per la sicurezza dei cittadini, mettendoli in tutela dal rischio sismico ed idrogeologico, per il rilancio del trasporto pubblico per infrastrutture di prossimità che siano davvero utili al miglioramento dei collegamenti nel nostro territorio?
Il Ministro Matteoli in Parlamento ha detto che il Governo è intenzionato a fare il Ponte ma, comunque, le opere propedeutiche saranno, in ogni caso, utili al territorio. C’è della furbizia politica in questo. Si strizza l’occhio a chi, pur non credendo o, addirittura, essendo contrario al Ponte, potrebbe pensare di approfittare del flusso finanziario promesso (che di certo sarà in gran parte dirottato nelle tasche dei tecnici delle imprese legate al General Contractor).
La frase del Ministro tradisce, però, una chiara incertezza politica in quanto confessa la non certezza della bancabilità (salvo arditi meccanismi a carattere speculativo o che rimandino sulle generazioni future il debito accumulato) dell’opera e il rischio di dilapidare risorse di tutti.
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