sabato 14 novembre 2009

Agli imbrattamenti seguono le minacce

L’avevamo accolta con ironia e senza allarmismo l’azione di imbrattamento della scorsa notte.
Salvo svegliarci ieri mattina e scoprire che in città erano stati “avvistati” alcuni manifestini, gli stessi che abbiamo trovato affissi alla nostra porta.
Se la forma linguistica è piuttosto sgrammaticata, il messaggio però risulta essere abbastanza chiaro.
Con questo comunicato intendiamo rivolgerci a tutte le compagne ed i compagni, alle associazioni, ai comitati, alle tante persone che abbiamo incrociato in questi anni e con le quali abbiamo collaborato per “costruire un futuro migliore”, ma anche alla cittadinanza tutta, non credendo che possa essere un motivo di festeggiamento la nostra “fine”.
Lo spazio che occupiamo è la struttura del Parco Cartella, a Gallico (costata all’epoca circa 1,7 miliardi delle vecchie lire) che più di 7 anni fa abbiamo sottratto all’incuria e al degrado in cui era stato abbandonato, e trasformandolo in luogo di aggregazione e di propulsione per battaglie di libertà e dignità, oltre che di promozione artistica e culturale.
Da allora, nonostante appetiti speculativi politico-mafiosi abbiano spesso cercato di mettere le mani su questa struttura, i diversi attentati ed episodi di intimidazione, noi proseguiamo nel nostro impegno.
Ci appare una strana coincidenza che questa serie di intimidazioni segua il lancio della manifestazione contro l’apertura dei cantieri del Ponte, ideata proprio in una partecipata assemblea da noi promossa. Sarà per questo che qualcuno ci vorrebbe morti?
Non certo per celebrare la nostra “fine” ma per ragionare insieme sulla progressiva restrizione degli spazi di agibilità politica, nonché a rafforzare in nostri sforzi in vista della manifestazione del 19 dicembre
invitiamo tutte e tutti a partecipare
all’assemblea pubblica
martedì 17 novembre alle ore 19,00
Via Quarnaro I - Gallico

Schierati al fianco del Cartella!

Prime Adesioni:
G.A.S. Felce & Mirtillo, Collettivo UniRC, TerritoRioT, Comitato Ambiente Costa dei Gelsomini, Ass. "Compresi gli Ultimi" (VV)


venerdì 13 novembre 2009

Presentazione del libro "Gli africani salveranno Rosarno.E probabilmente anche l'Italia" alla Casamatta della sinistra

Il termine clandestini confonde migranti e profughi, esprime diffidenza e condensa luoghi comuni su un'umanità senza volto, senza voce. Disprezzati, ma necessari. Aggrediti e vilipesi. Il caso-esempio di Rosarno svela il volto dell'emigrazione dopo Lampedusa che i telegiornali non raccontano e che i politici preferiscono ignorare. Migliaia di immigrati arrivano nella piana di Gioia Tauro, fin dal 1992, ogni inverno, per lavorare nella raccolta delle arance. Vivono nelle condizioni drammatiche denunciate dai media di tutto il mondo. Vogliono solo lavorare, ma la legge glielo impedisce.
Martedì 17 novembre ore 18.00

Casamatta della sinistra

Via S. Paolo dei disciplinanti, 21
Messina

Partecipa alla presentazione del libro il curatore Antonello Mangano.

giovedì 12 novembre 2009

Grandi affari armati sulla rotta Italia - Emirati Arabi Uniti

di Antonio Mazzeo

Lo sceicco Hamed Al Hamed, membro influente della famiglia reale di Abu Dhabi, è il nuovo proprietario del complesso alberghiero La Perla Jonica di Acireale, una delle più prestigiose infrastrutture turistiche della Sicilia e sicuramente la più imponente (trentamila metri quadrati coperti, 460 stanze, numerose ville, un centro congressi, impianti sportivi, ecc.). Dopo essere appartenuto al costruttore Carmelo Costanzo, uno dei quattro cosiddetti “cavalieri dell’apocalisse mafiosa” di Catania, scomparso da una quindicina d’anni, il centro turistico era sottoposto ad amministrazione controllata. Per tre volte se ne era tentata inutilmente la vendita all’asta. Poi al quarto tentativo si è fatta avanti una misteriosa società con sede a Catania e di cui lo sceicco è il maggiore azionista: ha offerto 46 milioni e 350 mila euro, 30 milioni in meno di quanto erano stati stimati gli immobili, e l’affare si è concluso.

Un mega-albergo al centro di numerose cronache giudiziarie quello de “La Perla Jonica”: fu, ad esempio, il rifugio dorato di uno dei più sanguinari boss mafiosi, Benedetto “Nitto” Santapaola, rappresentante di Cosa Nostra a Catania e storico alleato dei “Corleonesi”, ricercato per efferati delitti compiuti in tutta l’isola. Prima di lui, vi si era nascosto l’anziano padrino Giuseppe Calderone, su cui pendeva la condanna a morte decretata dall’emergente Santapaola. Fu proprio quest’ultimo a chiamarlo il 9 settembre del 1978 per dargli appuntamento nella vicina Aci Castello e vedere di risolvere i problemi sorti all’interno della famiglia etnea. Era un tranello; Calderone fu assassinato da un sicario inviato da don Nitto.

Per riportare agli antichi splendori l’infrastruttura di Acireale, la società in mano allo sceicco di Abu Dhabi prevede di spendere una quarantina di milioni di euro. E circola pure la voce che gli arabi stiano per rilevare il vicino complesso termale, puntando al suo rilancio economico ed occupazionale. Solo una voce, è vero, come una voce è quella che circola da quasi un anno nel mondo calcistico sull’offerta di 500 milioni di euro da parte dell’Abu Dhabi United Group for the Development and Investment (ADGDI) per rilevare il 40% del pacchetto azionario del Milan Calcio. Dietro l’operazione ci sarebbe uno stretto congiunto di Hamed Al Hamed, lo sceicco Mansour Bin Zayed Al Nayhan, proprietario della squadra del Manchester City. Comunque vada, gli Emirati Arabi Uniti rappresentano già la mecca della finanza italiana. Stando ai dati forniti dalla Farnesina, il valore delle esportazioni italiane negli E.A.U. è stato nel 2008 di oltre 5,2 miliardi di euro, a fronte di un import di 455 milioni, permettendo così un attivo della bilancia commerciale di 4,7 miliardi di euro. Ci sono poi le cointeressenze societarie con i maggiori gruppi italiani, famiglia Berlusconi in testa. Dal 10 agosto 2007, l’Abu Dhabi Investment Authority, il principale fondo degli emirati, possiede infatti il 2,04% del capitale di Mediaset, ma secondo gli analisti economici, punterebbe a rastrellare un altro 3% delle azioni della cassaforte delle società del presidente del Consiglio.

Attivissima tra emiri e sceicchi è pure la società leader nazionale del settore costruzioni, l’Impregilo di Sesto San Giovanni, che due mesi fa si è aggiudicata la gara internazionale promossa dall’“Abu Dhabi Sewerage Services Company” per la realizzazione del primo lotto di un tunnel idraulico lungo 40 chilometri che raccoglierà le acque reflue di Abu Dhabi per convogliarle alla stazione di trattamento situata ad Al Wathba. Valore della commessa, 243 milioni di dollari. In gara a Dubai per lavori ancora più imponenti (2,7 miliardi di dollari) c’è Fisia Italimpianti, società controllata dal gruppo Impregilo. Si tratta di un megaprogetto integrato che spazia dal trattamento e la desalinizzazione delle acque alla produzione energetica, interamente finanziato dalla “Dubai Electricity and Water Authority (Dewa)”. Tra le agguerrite competitrici di Fisia, una società coreana, una spagnola e l’italiana Saipem del gruppo ENI. La controllata d’Impregilo parte tuttavia in pole position. Essa è presente negli Emirati Arabi Uniti sin dal lontano 1987 e solo ad Abu Dhabi ha già realizzato sette dissalatori. Lo scorso anno Fisia Italimpianti ha pure sottoscritto con l’emirato un contratto per la costruzione di un nuovo dissalatore della capacità di cento milioni di galloni al giorno ed una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico.

L’infrastruttura più prestigiosa realizzata dal gruppo di costruzioni italiano resta comunque la moschea di Abu Dhabi, 500 mila metri quadrati di superficie, la più grande al mondo, dedicata allo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, padre dell’odierno capo di stato dell’emirato. Un personaggio pericolosamente legato alle organizzazioni dell’estremismo religioso islamico, lo sceicco Kalifa bin Zayed. Negli anni ’60 divenne grande amico e socio dell’uomo d’affari pachistano Agha Hassan Abedi, il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International che è stata il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico internazionale e l’istituto più utilizzato dalla CIA per finanziare le operazioni clandestine della Contra in Nicaragua e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Era da alcune società controllate direttamente dall’emiro che il gruppo di faccendieri internazionali vicini al boss mafioso italo-canadese Vito Rizzuto, sperava di recuperare un credito di un miliardo e 700 milioni di dollari per alcuni lavori effettuati ad Abu Dhabi, da reinvestire poi per la progettazione e l’esecuzione del Ponte sullo Stretto di Messina. L’operazione naufragò proprio alla vigilia della gara d’appalto, quando finirono tutti agli arresti su ordine della Procura di Roma per reati che andavano dal riciclaggio di denaro alla turbativa d’asta. E il consorzio internazionale con capofila l’onnipresente Impregilo ebbe il via libera per aggiudicarsi l’appalto dell’opera più controversa della storia d’Italia.

È tuttavia il business delle armi da guerra il vero eldorado dell’Italia-E.A.U. connection. E non potrebbe essere diversamente. Secondo l’ultimo report del Servizio Ricerche della Library del Congresso USA, nel 2008 gli Emirati Arabi si sono classificati al primo posto tra gli acquirenti di armamenti a livello mondiale, spendendo più di 9,7 miliardi di dollari e superando perfino i cugini dell’Arabia Saudita (8,7 miliardi). Il secondo posto tra i mercanti di morte è stato occupato invece dall’Italia che ha trasferito nello stesso anno sistemi di guerra per un importo totale di 3,7 miliardi di dollari, certamente molto meno degli Stati Uniti d’America (37,8 miliardi), ma un po’ più di una superpotenza militare-industriale come la Russia (3,5 miliardi). Il più recente luogo d’incontro tra domanda e offerta l’International Defence Exhibition and Conference - IDEC, tenutasi in febbraio ad Abu Dhabi. Qui il gruppo Finmeccanica ha operato come grande star. Alla presenza di generali, ammiragli, ministri e sottosegretari di Stato, la controllata Agusta Westland ha firmato un contratto di circa 26 milioni di dollari per la vendita alle forze aeree E.A.U. di due elicotteri AW139, mentre la SELEX Sistemi Integrati, attraverso la joint venture “Abu Dhabi System Integration (ADSI)”, si è aggiudicata la fornitura dei sistemi di comando, controllo e sorveglianza che equipaggeranno i nuovi pattugliatori veloci ordinati dalla Marina militare emiratina (valore 70 milioni di euro).

Un altro gioiello di casa Finmeccanica, Alenia Aermacchi, si è accaparrata una commessa di 2 miliardi di dollari per 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’addestramento avanzato dei piloti degli emirati, in vista dell’arrivo dei cacciabombardieri di nuova generazione Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”. Nel programma M-346 sono pure coinvolte altre aziende del gruppo Finmeccanica come Selex Galileo, Alenia SIA, Sirio Panel e Selex Communications.

La selezione degli M-346 di Alenia Aermacchi da parte del Governo degli Emirati Arabi Uniti - ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica - si inserisce nell’ambito di un più ampio accordo di collaborazione industriale recentemente siglato da Finmeccanica e Mubadala Development Company che prevede, tra l’altro, la realizzazione di aerostrutture in materiali compositi per il settore civile presso lo stabilimento che verrà costruito entro il 2010 ad Abu Dhabi. Mubadala è la società di investimento e sviluppo commerciale con sede ad Abu Dhabi, interamente controllata dalle autorità dell’emirato. Nota per aver acquistato nel 2005 il 5% del pacchetto azionario della casa automobilistica Ferrari, Mubadala è oggi uno dei maggiori partner internazioni del colosso dell’industria bellica statunitense Lockheed Martin; inoltre controlla il 35% del capitale della Piaggio Aereo Industry, altro storico gruppo italiano produttore di mezzi civili e militari, produttore di parti del motore del nuovo caccia strategico F-35.

Da parte sua, il responsabile operativo della company araba, Waleed Al Mokarrab Al Muhairi, ha spiegato che “la strategia commerciale di Mubadala è finalizzata a far crescere l’industria aerospaziale dell’emirato per farne uno dei principali attori a livello globale e Finmeccanica contribuisce a questo progetto con le proprie capacità tecnologiche altamente innovative”. Una partnership che potrebbe trasformarsi in un vero e proprio matrimonio: i manager di Finmeccanica hanno infatti prospettato la possibilità dell’ingresso degli investitori di Abu Dhabi direttamente nel capitale Finmeccanica attraverso il fondo nazionale “Adia”.

Il Parlamento italiano, con voto unanime di centrodestra e centrosinistra, ha assicurato un idoneo quadro normativo per facilitare e blindare tutti i presenti e futuri accordi di cooperazione militare con gli Emirati Arabi Uniti. Dopo il voto al Senato del 24 giugno 2009, il 28 ottobre la Camera ha approvato nel più assoluto disinteresse dei mass media il disegno di legge che ratifica l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni fa dall’allora ministro della difesa Antonio Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli E.A.U., sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum. Un accordo di portata storica, non fosse altro per le aberrazioni giuridiche che compaiono nel suo testo. I due paesi affidano ad un “comitato misto” la gestione di tutte le questioni inerenti alle politiche di difesa comuni come ad esempio “le attività addestrative e le manovre militari, l’esportazione e l’importazione di armamenti, l’industria della difesa, la ricerca scientifica, la sanità e lo sport militare, le operazioni umanitarie e di peace-keeping, gli scambi di visite a navi, aerei e unità militari delle due Parti, ecc.”. L’obiettivo chiave dell’accordo resta però l’“esemplificazione delle procedure di trasferimento di armamenti”, la cui dettagliata lista comprende aerei, elicotteri, carri armati e altre componenti terrestri, munizionamenti, bombe, mine, missili, esplosivi e propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica. Tali scambi – si legge in particolare - potranno avvenire per opera delle due Amministrazioni statuali, o anche di aziende private debitamente autorizzate e, in deroga alla legge che regolamenta l’export di armi italiane, sulla base di intese tra le parti sarà possibile il trasferimento dei materiali acquisiti a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedenti.

Nell’ordine del giorno approvato da 488 deputati sui 502 presenti al voto (14 astenuti) si legge che l’accordo Italia-E.A.U. è uno strumento fondamentale per rafforzare la cooperazione con un Paese che ha acquisito una crescente importanza per il mantenimento degli equilibri geo-strategici nell’area del Golfo... Gli Emirati Arabi Uniti costituiscono un partner di primaria importanza per le missioni di pace che vedono impegnata l’Italia nelle aree circonvicine; a tal fine hanno concesso l’uso della base aerea di Al Bateen, da cui partono i voli italiani indispensabili per approvvigionare le nostre missioni in Afghanistan. Nessuno, però, se l’è sentita di ricordare le gravi violazioni dei diritti umani e le discriminazioni di genere, politiche, sociali e razziali che caratterizzano le società emirocratiche. Eppure nel maggio 2009 i cittadini USA erano rimasti profondamente indignati per le immagini trasmesse dalla rete televisiva Abc che mostravano il fratello del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Issa bin Zayed al-Nahyan, torturare un uomo per circa 45 minuti. Un crimine ignobile che ha costretto il Dipartimento di giustizia di Abu Dhabi ad aprire un’inchiesta di cui sino ad oggi sono ignoti i risultati.

Questione tutt’altro che secondaria, poi, la permanenza della pena di morte nel sistema giuridico penale degli emirati. Eppure l’articolo 7 dell’accordo di cooperazione Italia-E.A.U., relativamente alle competenze giurisdizionali sul personale, prevede che per le violazioni della disciplina militare, previo esame congiunto dei vari casi, le infrazioni commesse da personale della Parte inviante verranno punite da quest’ultimo Paese, in base alla propria legislazione. Ossia, nel caso dei militari arabi, anche con la pena capitale.

Come rilevato dall’on. Matteo Mecacci (Pd) nel corso del dibattito parlamentare di ratifica del Trattato, il nostro Paese rinuncia alla giurisdizione nei confronti del personale militare degli Emirati Arabi Uniti, secondo delle modalità che non hanno precedenti nell’ambito della nostra legislazione, se non quelli previsti nel Trattato istitutivo della NATO... Non si comprende perché nelle relazioni con questo Paese si prevedano dei privilegi che non sono previsti per tanti altri Paesi nell’ambito dei rapporti bilaterali e nella collaborazione in materia di difesa. Con grande dote di cinismo i deputati hanno pensato di metterci una pezza, votando un odg che “impegna il Governo a porre in essere, una volta espletate le procedure di ratifica ed entrato in vigore il presente Accordo, l’avvio di un’azione negoziale nei confronti della parte emiratina, protesa ad adattare il testo in materia di applicabilità delle rispettive legislazioni nel panorama giuridico nazionale e internazionale”. I principi sono principi, certo, ma gli affari, si sa, sono affari…

mercoledì 11 novembre 2009

MANIFESTAZIONE 1 DICEMBRE ORE 18.00 MESSINA TorreFaro - Via Circuito (davanti Campeggio dello Stretto)

I SOLDI DEL PONTE PER LA SICUREZZA DEI TERRITORI

La rete Noponte da anni si oppone, in tutte le sedi e con i più vari mezzi (documentazione scientifica, dibattiti, campeggi, volantinaggi, manifestazioni sempre più partecipate) alla progettazione e realizzazione del cosiddetto manufatto stabile sullo stretto, per l’ingentissimo spreco di risorse che ha già inutilmente sperperato e ancor più sperpererà, per la devastazione ambientale e il dissesto idrogeologico che provocherà, per la sua inutilità sostanziale in un contesto trasportistico da quarto mondo . La Rete Noponte si oppone a una delle tante scelte calate dall’alto grazie alla famigerata legge obiettivo che ignora i bisogni e i diritti dei territori per privilegiare opere faraoniche e grandi imprese come lmpregilo, nota ormai più per l'abilità finanziaria e le disavventure giudiziarie con i cantieri dell’alta velocità, la casa dello studente all’Aquila e i megainceneritori campani che per la celerità e la correttezza dei lavori. Da sempre il movimento no-ponte si batte perché si investa sulle cosiddette opere di prossimità, il risanamento delle colline delle coste e dei torrenti, il consolidamento antisismico del patrimonio edilizio esistente evitando nuove aggressioni speculative a un territorio gia compromesso, il potenziamento e il rilancio del trasporto marittimo nello stretto. Oggi, dopo il tragico e annunciato disastro dell’ 1 ottobre e il rischio che possa di nuovo accadere anche in altre parti del nostro territorio, occorre invertire decisamente la rotta e porre con forza la necessità di realizzare con gradualità ma con determinazione quello che ha detto, a caldo, anche il presidente Napolitano: non sprechiamo soldi per il ponte ma investiamoli per il risanamento del territorio. Senza questa scelta netta continuerà il balbettio confuso sulle responsabilità, sulle scelte da fare, sui soldi da trovare, su dove e se ricostruire, aggravando la sofferenza e il disagio degli sfollati che hanno il sacrosanto diritto di tornare, presto e in sicurezza, dove hanno sempre vissuto. Il governo invece persevera imperterrito: proprio in questi giorni ha stanziato 1,3 miliardi di euro per la progettazione esecutiva e le cosiddette opere collaterali e compensative e la Regione Sicilia ha dichiarato che investirà 100 milioni di euro per la costruzione dell’opera. Una delle opere compensative, la variante ferroviaria di Cannitello, sarà inaugurata in pompa magna il 23 dicembre e gabellata come inizio dei lavori del Ponte. La rete siciliana e calabrese risponderà con una grande manifestazione nazionale a Villa San Giovanni il 19 dicembre e con altre iniziative sul territorio. La rete Noponte messinese indice pertanto a Torre Faro, a due mesi dall’alluvione, in un luogo simbolo minacciato dal megapilone del Ponte e lì dove oggi trovano accoglienza in strutture alberghiere buona parte degli abitanti delle zone alluvionate, una MANIFESTAZIONE MARTEDI’ 1 DICEMBRE ore 18.00 con concentramento in Via Circuito (davanti Campeggio dello Stretto) per chiedere l’utilizzo del miliardo e trecento milioni di euro stanziato per il Ponte per la messa in sicurezza dei nostri territori e, prioritariamente, per le aree alluvionate.

Rete No Ponte

martedì 10 novembre 2009

19 DICEMBRE – VILLA SAN GIOVANNI – MANIFESTAZIONE NAZIONALE

FERMIAMO I CANTIERI DEL PONTE
LOTTIAMO PER LE VERE PRIORITA’
Mai come in questi ultimi tempi la Calabria e la Sicilia sono state oggetto di attenzione dei media, e non solo a causa delle organizzazioni criminali che continuano a imperversare, grazie anche alle connivenze con le istituzioni locali e nazionali: ad attirare l’interesse dell’informazione, nazionale ed internazionale, è la tremenda serie di disastri "ambientali" provocati da scelte dissennate, imposte a territori fragili geologicamente ed economicamente.Così a Giampilieri e a Scaletta Zanclea le forti precipitazioni hanno causato devastazioni e morti che si sarebbero potuti evitare se solo si fosse dato ascolto a chi da anni lancia l’allarme riguardo al rischio idrogeologico.In Calabria finalmente è evidente e manifesto quanto abbiamo sempre detto: che nei mari e nelle montagne calabresi la 'ndrangheta ha seppellito rifiuti tossici e nucleari per lucrare sullo smaltimento delle scorie scomode.Ad Amantea il 24 ottobre si è visto come i calabresi abbiano acquisito la consapevolezza di vivere su terreni avvelenati. E non basta il maldestro tentativo della Prestigiacomo, che nega la presenza di navi con rifiuti tossici lungo le coste calabresi per convincerci: troppi tumori anomali, troppe morti di cancro inammissibili.Tutto questo si inserisce in un panorama politico in cui la messa in sicurezza del territorio non è nelle agende istituzionali, in cui l’A3 SA-RC continua ad essere un cantiere da decenni, i collegamenti su rotaie e via mare sempre più disagiati.I beni comuni e l'interesse collettivo sono oggetto, per le istituzioni, di affari illeciti e trasversali. Così l'acqua, la viabilità, la qualità della vita.In nome della crisi, da una parte si privatizza e si taglia, aumentando i disagi per i cittadini ed ingrossando le fila di precari e disoccupati, dall’altra si elargiscono a piene mani fondi pubblici agli istituti di credito e si investe in opere che poco hanno d’ interesse pubblico.Il Governo nazionale continua a riproporre il Ponte sullo Stretto come priorità, annunciando addirittura la posa della prima pietra di un'opera di cui non esiste neanche il progetto definitivo.La Regione Calabria, contraddicendo le pur deboli posizioni contro quest'opera inutile e dannosa, continua a finanziare la Stretto di Messina SpA, che è ormai chiaro a tutti come sia un carrozzone mangia-soldi che ridistribuisce risorse pubbliche sottoforma di consulenze, sponsorizzazioni e spese parassitarie per alimentare le ben oleate clientele del sistema di potere locale e nazionale.Il movimento calabrese e siciliano contro la costruzione del ponte sullo Stretto, che in questi anni è confluito nella Rete NO PONTE, ha ribadito più volte, negli anni di contrapposizione e di denuncia contro questo affare, che il ponte non serve ai territori e ai cittadini calabresi e siciliani.E' indispensabile, per questi territori e per chi ci abita, che i fondi che sia lo Stato sia le Regioni Calabria e Sicilia destinano al ponte siano invece impiegati per le opere di messa in sicurezza, riparando alle devastazioni “umane” dell’ambiente che sono la causa dei dissesti idrogeologici, ripulendo il mare e i territori in cui le organizzazioni criminali hanno occultato le scorie tossiche e radioattive. E' indispensabile anche dotare queste aree di collegamenti, via terra con strade e ferrovie, e via mare con collegamenti efficienti. E' fondamentale soprattutto, oltre assicurare il diritto alla vita della popolazione, che venga garantito il bisogno di ognuno di pensare e progettare un futuro, individuale e collettivo. E che questo futuro sia supportato da progettualità compatibili con le reali vocazioni delle comunità, per le quali il lavoro sia principalmente orientato alla, al recupero ed alla valorizzazione delle risorse del bene comune territorio.Questo documento nasce dalla necessità di rendere partecipi le realtà politiche e associative calabresi e siciliane del lavoro e delle attività svolti dal movimento sulle due sponde regionali, e dell'elaborazione politica che ha prodotto, confrontandosi con movimenti di lotta e con le popolazioni di altri territori nazionali ed europei, accomunati tra loro dalla stessa mobilitazione e resistenza a politiche calate dall'alto e devastanti per i territori, in cui gli unici soggetti garantiti sono le lobbies economiche e finanziarie e i poteri trasversali forti.La Rete NO PONTE sta quindi preparando, per il 19 dicembre, una manifestazione nazionale a Villa San Giovanni, per la quale ha già raccolto l'interesse e le adesioni di movimenti di resistenza di altri territori. L’organizzazione di questo evento è un percorso, con più tappe di sensibilizzazione e di coinvolgimento delle popolazioni direttamente interessate, con numerosi momenti di confronto e di informazione a tutti i livelli.Nel futuro che noi sogniamo non è previsto il ponte! Dobbiamo fermare i cantieri e lottare affinché vengano affrontate le vere emergenze di questi territori!Facciamo appello a tutte le forze sociali, ai movimenti, alle comunità resistenti, ai comitati ed alle realtà di base, alle reti nazionali, all’associazionismo, al mondo del lavoro, ai precari, ai disoccupati, al mondo studentesco, a tutte e tutti, di rafforzare questa battaglia di dignità e costruire insieme questa mobilitazione.

RETE NO PONTE


Il sito ufficiale della manifestazione del 19 dicembre 2009 a Villa San Giovanni è: http://www.retenoponte.it/

lunedì 9 novembre 2009

Garamond 12 - Il giornalismo ambientale



Il laboratorio inizia il 14 novembre 2009 e finisce il 15 novembre 2009.

Si terrà al Centro Sociale Cartella Via Prima Quarnaro, Reggio Calabria.

Quali sono le specificità del giornalismo ambientale? Come si realizza un'inchiesta? Come usare le nuove tecnologie?
Il laboratorio sul giornalismo ambientale "Garamond 12 - L'officina dello scrittore" fornirà le conoscenze di base ed avanzate per realizzare reportage, articoli e contenuti multimediali sia per la carta stampata che per i new media.
All'interno del laboratorio, frequenti esercitazioni e discussioni interattive. Sarà presente come esperto Andrea Palladino, giornalista de "il manifesto", autore delle inchieste sulle
navi dei veleni.
Contributo video di Riccardo Bocca (l'Espresso). In videoconferenza, Raffaele Lupoli (direttore de lanuovaecologia.it).
Programma

Sabato, dalle 16 alle 20
Le tecniche del giornalismo ambientale (60 minuti)
Impostare un'inchiesta
Ricerca, controllo e confronto incrociato delle fonti
Strutturare e condurre un'intervista
Acquisire conoscenze di tipo tecnico
Glossario minimo dei temi ambientali (es.: VIA, Cip6, termovalorizzatore/inceneritore)
Prima esercitazione (50 minuti)
Simulazione di un'intervista
Definire le domande
Trascrivere il testo
Cosa è importante? Scelta del virgolettato
Contributi video (20 minuti)
Riccardo Bocca (
l'Espresso): metodologia del lavoro d'inchiesta
Videoconferenza: Raffaele Lupoli (direttore
lanuovaecologia.it): come impostare un''intervista
Seconda esercitazione (50 minuti)
Scrittura di un articolo: il Ponte sullo Stretto
Focalizzare l'argomento
Attacco: come iniziare?
Il corpo del testo
Titolo, occhiello, sommario
Scelta della fotografia
Tag e parole chiave
Discussione sui risultati degli esercizi

Domenica, dalle 11 alle 14
Incontro con Andrea Palladino, giornalista de "il manifesto", autore delle
inchieste sulle "navi dei veleni"
Ore 14 - Pausa pranzo. Buffet vegetariano per i corsisti
Domenica, dalle 15 alle 18
Come la tecnologia cambia l'attività del giornalista (60 minuti)
Blog e autopubblicazione
Uso di Skype per registrare le interviste (anche internazionali)
Organizzare ed informatizzare l'archivio
Uso di Google Maps per organizzare le informazioni in forma visiva
Infografica multimediale: creare contenuti per il web
Esercitazione finale (60 minuti)
Discussione con Andrea Palladino sull'esercitazione finale (60 minuti)

I formatori
Oltre che da Andrea Palladino, in qualità di esperto, i corsisti saranno affiancati dai formatori Tiziana Barillà (giornalista), Antonello Mangano (editore, curatore del libro "Gli africani salveranno Rosarno"), Francesca Tortorella (giornalista Calabria Ora e Mag).


Logistica
Per arrivare al "Cartella"
in auto, uscita A3 Gallico - Reggio Calabria
in treno, treni regionali stazione Gallico
in autobus, dal centro di Reggio linee ATAM 101,102,103,105,108
Info: corsi@terrelibere.org 339 66 016 30; stampa@terrelibere.org 320 26 335 63


Note
Il corso prevede il rilascio di un attestato con valutazione finale. Pranzo di domenica incluso nella quota.
Su richiesta, è possibile usufruire di una convenzione per il pernottamento in B&B.

Le forze armate USA tornano ad occupare le basi di Panama

di Antonio Mazzeo




Procede senza sosta la controffensiva del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in America latina. Dopo aver firmato un accordo con il governo colombiano per l’utilizzo di sette basi aeree, Washington ha ottenuto dalle autorità panamensi l’autorizzazione a reinstallare proprie unità militari in quattro stazioni navali di fondamentale importanza per il controllo del Canale di Panama e dei Carabi. Lo ha denunciato il diplomatico Julio Yao, presidente del Servicio de Paz y Justicia, durante il discorso ufficiale pronunciato il 3 novembre scorso in occasione dell’annuale festa di commemorazione del “padre dell’indipendenza” panamense, Manuel Amador Guerrero. Alla presenza del presidente Ricardo Martinelli e delle maggiori autorità civili e militari del paese, Julio Yao ha lanciato parole durissime nei confronti del governo, stigmatizzando la decisione che “viola apertamente la sovranità nazionale”. “Le basi aereonavali e della polizia panamensi messe segretamente a disposizione degli Stati Uniti per lanciare possibili operazioni in tutta la regione – ha dichiarato il diplomatico - accentuano la militarizzazione di un ampio spazio territoriale e sono una franca cospirazione contro la pacifica convivenza tra i popoli e la soluzione pacifica dei conflitti”.
La cessione di infrastrutture militari alle forze armate USA era trapelata già a fine settembre, dopo la visita a Panama della Segretaria di Stato, Hillary Clinton. Allora, il ministro alla Giustizia, Jose Raúl Mulino, aveva però ammesso solo la firma di un accordo di cooperazione bilaterale per rafforzare la presenza delle forze di sicurezza panamensi in due basi navali, a Bahía de Piña nella provincia del Darién, al confine con la Colombia, e a Punta Coca (Veraguas), nella parte sud-occidentale del paese. “Si tratterà esclusivamente di stazioni interforze panamensi, a disposizione dei Servizi di Frontiera e Aeronavali e della Polizia Nazionale, per rispondere all’esigenza di maggiori controlli delle coste panamensi contro il traffico di stupefacenti”, dichiarava il rappresentante dell’esecutivo. Un mese dopo le basi militari sono divenute quattro e il loro uso è stato concesso alle forze armate statunitensi. “Si sono pure moltiplicate le finalità di queste installazioni militari”, commenta Marco Gandásegui, docente dell’Università di Panama e ricercatore del Centro di Studi Latinoamericani (CELA) “Justo Arosemena”. “Accanto alla “lotta al traffico di droga”, compare il riferimento all’obiettivo di “frenare il traffico di persone illegali” e il “terrorismo”, eufemismo che i funzionari nordamericani possono interpretare come vogliono”. Oltre alle due basi navali di Bahía de Piña e Punta Coca, le forze armate USA potranno contare sull’utilizzo di un’infrastruttura aeronavale che sorge nell’isola di Chapera, nell’arcipelago de “Las Perlas”, e della base di Rambala, nella provincia di Bocas del Toro.
Con l’accordo sottoscritto con il governo panamense, le forze armate statunitensi tornano ad assumere il controllo di Panama, dieci anni dopo aver abbandonato le 14 basi e stazioni radar che detenevano nel paese da tempo immemorabile. L’articolo V del Trattato di Neutralità firmato nel 1977 dagli allora presidenti Omar Torrijos (Panama) e Jimmy Carter (USA) aveva stabilito che Panama avrebbe riacquisito il pieno controllo del Canale a partire dell’1 gennaio 2000 e che solo le autorità di questo paese avrebbero potuto mantenere forze e installazioni militari di difesa all’interno del territorio nazionale. Nel 2002, però, un accordo tra il governo di Panama e l’ambasciatore James Becker, aveva disposto che i porti e gli aeroporti del paese centroamericano potessero essere utilizzati dalle forze armate statunitensi per esercitazioni militari o trasferimenti transitori di truppe e armamenti. “Un accordo senza alcun fondamento costituzionale che consente pure agli Stati Uniti d’America d’invitare paesi terzi a fare ingresso nel nostro territorio con il proposito di cooperare nella guerra contro il terrorismo, il narcotraffico e altri delitti internazionali”, spiega il diplomatico Julio Yao. “Secondo questo accordo, Panama è pure costretta a non poter esercitare alcuna giurisdizione sui funzionari civili e militari USA accusati di crimini di guerra, né può sottometterli a giudizio del Tribunale Penale Internazionale”.
Nell’ultimo triennio, la presenza di unità navali USA si è fatta sempre più frequente nelle acque territoriali e nei porti panamensi, in particolare quello di Vasco Nuñez de Balboa, all’interno del Canale, confinante con una (ex) stazione di trasmissione dell’US Navy utilizzata per le comunicazioni con i sottomarini in transito negli oceani. Panama, in particolare, è sede fissa delle operazioni della IV Flotta USA e della “Southern Partnership Station”, la missione navale attivata periodicamente nei Carabi e in America latina dall’US Southern Command (il Comando Sud delle forze armate USA) con finalità di addestramento e cooperazione militare per la “sicurezza di teatro” e l’interdizione del narcotraffico e delle migrazioni. Dall’11 al 22 settembre scorso, il Canale di Panama ha ospitato una delle più grandi esercitazioni aeree e navali mai realizzate a livello internazionale, Panamax 2009, a cui hanno partecipato 4,500 militari, 30 navi da guerra e decine di cacciabombardieri di 20 nazioni straniere. “Con l’esercitazione sono state sperimentate tutta una serie di risposte alla richiesta di protezione e assicurazione della libertà di transito attraverso il Canale”, si legge in una nota diffusa dall’US Southern Command, che ha pure enfatizzato l’importanza strategica di questo corridoio interoceanico per l’economia e il commercio USA e mondiale.
Gli Stai Uniti rappresentano oggi il maggior partner economico di Panama; si tratta però di un rapporto fortemente sbilanciato a favore di Washington. Nel 2008 il surplus degli scambi con il paese centroamericano è stato infatti di 4,3 miliardi di dollari, l’ottavo in ordine di grandezza a livello mondiale degli Stati Uniti. La concessione delle quattro basi panamensi alle forze armate USA viene considerata proprio in funzione del rafforzamento del controllo economico di Washington sul paese e sul Canale. Parallelamente al nuovo patto militare, la nuova amministrazione Obama e il governo di Panama hanno concluso un importante accordo di libero commercio (Free Trade agreement - FTA). “Il nuovo trattato di libero commercio incoraggerà l’espansione e la diversificazione del commercio USA con Panama eliminando le barriere doganali e facilitando la movimentazione di beni e servizi a favore delle imprese statunitensi”, ha commentato James M. Roberts, ricercatore in “Libertà economiche e Sviluppo” del Centro per il Commercio Internazionale della ultraconservatrice Heritage Foundation. “L’FTA USA-Panama offrirà un insieme di regole chiare e vincolanti che favoriranno stabilità e prevedibilità. Le regole dell’accordo di libero commercio per servizi, attività, investimenti, commesse governative, diritti di proprietà intellettuale e risoluzione di dispute saranno maggiori di quelle previste dagli standard dell’Organizzazione per il Commercio Mondiale. L’FTA garantisce un trattamento non discriminatorio per i capitali stranieri e legittima la preparazione di ulteriori trasferimenti di tecnologie e migliori pratiche tra i paesi partner”.
Sempre secondo il ricercatore dell’Heritage Foundation, il nuovo accordo di libero commercio dovrebbe permettere alle imprese USA di recuperare lo “svantaggio competitivo” nella gestione del traffico attraverso il Canale, dopo che “la società cinese con sede a Hong Kong, Hutchison Whampoa, Ltd., ha firmato accordi di affitto a lungo termine con il governo panamense per operare nei porti commerciali strategici di Cristobal sull’Atlantico e Balboa sul Pacifico”. Washington punta inoltre a spostare a proprio favore l’esito negativo della gara per i lavori di ampliamento del Canale di Panama (costo stimato 5,25 miliardi di dollari), gara appena aggiudicata ad un consorzio europeo che vede capofila l’italiana Impregilo. “Assicurato l’FTA, le compagnie USA potrebbero posizionarsi meglio per i lucrativi appalti di costruzione”, scrive ancora James M. Roberts. “La maggior parte delle attrezzature che saranno utilizzate per costruire il nuovo sistema di chiuse, ad esempio, potrebbero essere prodotte negli Stati Uniti”.
Immancabili, infine, le considerazioni di ordine geo-strategico, finalizzate all’isolamento e alla sconfitta dei nuovi “nemici” di Washington negli scenari latinoamericani. “L’accordo di libero commercio con Panama – conclude il ricercatore – aiuterà a contrarrestare la crescente corrente rappresentata dal Chavismo che ha fortemente circondato la Colombia e provocato l’odierna crisi in Honduras, e che minaccia di minare gli interessi emisferici USA”.