E’ uno strano destino quello del
rapporto dell’attivista di movimento con le istituzioni. Quando, in tutta
onestà, fa quanto lo statuto di attivista prescrive, cioè agisce nella società
senza porsi il problema della rappresentanza, quanto, al contrario, quello
dell’approfondimento e dell’estensione dei luoghi e delle ragioni del
conflitto, in tanti (quelli più saggi, spesso) gli vanno a dire che “va bene il
movimento, ma se non ti radichi nelle istituzioni non riuscirai a cambiare nulla”.
Quando l’ingenuo attivista, ormai convinto da tanta insistenza e anche da in
certo grado di frustrazione figlia delle tante battaglie perse, decide che “sì,
è arrivato il momento di attraversare le istituzioni” gli stessi di prima gli
dicono che “una cosa è fare movimento, una amministrare o governare”, “i
vincoli burocratici non consentono di fare quello che si vuole”, “bisogna
rispettare le regole”.domenica 29 marzo 2015
Io non sono anarchico
E’ uno strano destino quello del
rapporto dell’attivista di movimento con le istituzioni. Quando, in tutta
onestà, fa quanto lo statuto di attivista prescrive, cioè agisce nella società
senza porsi il problema della rappresentanza, quanto, al contrario, quello
dell’approfondimento e dell’estensione dei luoghi e delle ragioni del
conflitto, in tanti (quelli più saggi, spesso) gli vanno a dire che “va bene il
movimento, ma se non ti radichi nelle istituzioni non riuscirai a cambiare nulla”.
Quando l’ingenuo attivista, ormai convinto da tanta insistenza e anche da in
certo grado di frustrazione figlia delle tante battaglie perse, decide che “sì,
è arrivato il momento di attraversare le istituzioni” gli stessi di prima gli
dicono che “una cosa è fare movimento, una amministrare o governare”, “i
vincoli burocratici non consentono di fare quello che si vuole”, “bisogna
rispettare le regole”.domenica 15 marzo 2015
LA POLITICA DELLE GRANDI OPERE E’ UN FALSO IDEOLOGICO
Di certo tutti ci ricordiamo del
Berlusconi che a “Porta a Porta” disegnava sullo Stivale le linee delle Grandi Opere
infrastrutturali che avrebbero innervato il paese e consentito a merci e
persone di correre più veloci della luce. Era il tempo dell’approvazione della
Legge Obiettivo, quella che avrebbe, bypassando le lungaggini amministrative
determinate dai controlli degli enti locali (adesso non gli basta più, nelle
riforme costituzionali a farne le spese sono le Regioni che vedono trasferite
le proprie competenze allo Stato in materia di infrastrutture), consentito una
rapida e corretta realizzazione dei manufatti.
lunedì 3 dicembre 2012
Per un Manifesto dell'Alternativa comune
di Daniele David e Luigi Sturniolo
1) Il nostro tempo è il tempo della crisi, che affonda le radici nelle speculazioni finanziarie e in una profonda disuguaglianza sociale, frutto di un colossale trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. La narrazione che ne viene offerta la avvolge in una nube di indeterminatezza, una sorta di destino malvagio al quale tutti dobbiamo corrispondere attraverso un regime di austerità. Cause e colpe vengono snocciolate fino a coinvolgere l’intero tessuto sociale, per poi trasformarsi in una sorta di colpevolizzazione collettiva.
Alla fine, le responsabilità vere si nebulizzano, mentre le vittime reali rimangono sul terreno, travolte dall’impoverimento generalizzato e dall’assenza di futuro. Ciò che mai viene detto è che la crisi si presenta oggi come manifestazione di un limite strutturale del sistema economico. Non si è certamente persa la capacità di produrre beni, è saltato il sistema di misura degli stessi, la loro monetizzazione.
E’ fallita una organizzazione sociale che si reggeva sulla centralità di un luogo per natura antidemocratico, qual è quello dell’impresa. Un luogo governato da forme di potere di stampo proprietario e autoritario, distruttive della ricchezza sociale che i territori pagano sotto forma di privatizzazione di servizi, aumenti delle tariffe e disoccupazione di massa.
2) La crisi è anche ecologica e della democrazia. La manifestazione del limite ecologico strutturale, con le città usate per accrescere le ricchezze private, è data dal "caso Taranto", dove lo stato interviene a sostegno di un privato che ha realizzato immensi profitti mentre migliaia di persone morivano di tumore.
L’impresa, nella contraddizione produzione/inquinamento, esercita un potere, quello del denaro e del profitto, in grado di inchiodare i lavoratori all’opzione disoccupazione/morte. In termini meno cruenti, la stessa logica ha retto la politica delle grandi opere, che ha messo i territori di fronte all’alternativa tra devastazione e desertificazione produttiva.
Su questo determinato rapporto di potere, incompatibile con gli interessi collettivi, si struttura l’attuale modello di “governance” neoliberista: estromissione dei parlamenti con conseguente autonomizzazione dalla volontà popolare, decretazione di urgenza, verticalizzazione, espropriazione dell’autogoverno dei territori.
La crisi della rappresentanza politica non si risolve attraverso alchimie istituzionali o riforme elettorali. Di più: le attuali forme di rappresentanza istituzionale – frutto della corruzione del discorso politico, ormai degradato al livello di “opinione” - non possono non promuovere e legittimare altri e ben più prosaici terreni di corruzione, essenziali al controllo sociale.
3) La crisi è accompagnata dalla frantumazione e dall’addomesticazione sociale ed è agita, tramite l’austerità, contro i luoghi in cui conflitto aveva provato ad aprire spazi di democrazia: i luoghi di lavoro, le università, i territori.
Ed è lì che – contro questa crisi – potranno darsi pratiche democratiche nuove, partecipate, radicali, dal basso. L’obiettivo deve essere quello di impedire il perdurare della distruzione della ricchezza sociale operata per mezzo dei dispositivi proprietari e restituire quel prodotto liberato alle comunità.
Non si tratta solo di attivare tutti quegli istituti di controllo fin da subito utilizzabili, ad esempio lo strumento referendario su base locale o la massima trasparenza delle procedure amministrative.
Si tratta di riconoscere le forme di autogestione e di autogoverno che le comunità locali si danno, rivendicando un potere decisionale sul modo in cui le città e i territori sono costruiti e ricostruiti, sul piano materiale e immateriale.
4) La ricchezza sociale viene distrutta con la cementificazione selvaggia, con la privatizzazione dei servizi, con la scomparsa degli spazi pubblici. Liberare la ricchezza sociale significa – anche attraverso interventi fiscali - immettere l’immenso patrimonio immobiliare inutilizzato (fatto di almeno 6 mila alloggi per Messina, concentrato nelle mani di poche famiglie e società private) nel mercato degli affitti, calmierandone i costi e difendendo pezzi importanti di salario.
Pensiamo al tema della mobilità: da diritto e opportunità strategica per lo sviluppo di questo territorio è, invece, simbolo di inquinamento, di un impressionante spreco di reddito (l’acquisto e l’uso dell’automobile costano circa 400 euro al mese a famiglia) e dell’imbarbarimento di periferie isolate. Liberare la ricchezza sociale significa cambiare radicalmente viabilità e mentalità (dalla cultura del possesso a quella dell’accesso), investendo sul trasporto pubblico, puntando all’abbandono del mezzo privato e mutuando soluzioni praticate dai paese europei ormai da decenni.
5) Liberare la ricchezza sociale possibile significa opporre una resistenza alla grande opera (a cui i governi che si sono succeduti hanno consegnato già 500 mln) e a tutte le forme di svendita del territorio per progetti devastanti e speculativi che qui ci consegna un bagaglio di esperienze per la trasformazione sociale. La resistenza al Ponte, ai depositi per rifiuti militari, a nuove discariche significa voler dare una nuova forma a questa città, secondo un modello diverso imposto dal potere di gruppi finanziari, imprese, cosche mafiose ed apparati dello stato mossi da interessi privati.
La cura dei luoghi, che è stato il riferimento di questa resistenza alle varie forme di espropriazione su cui poggia l’accumulazione della ricchezza, deve diventare risorsa per il futuro, per praticare il diritto a cambiare il mondo e la vita, per reinventare la città in modo più conforme ai più intimi desideri collettivi. Oggi molti parlano di rivoluzione per indicare la necessità di un cambiamento radicale. Lo fanno anche coloro che hanno i piedi ben piantati nel sistema di potere esistente. Noi diciamo che bisogna diffidare dei trasformisti e che il cambiamento sarà radicale se interesserà nel profondo le condizioni materiali di vita degli abitanti dei territori. Perché, in questi tempi la rivoluzione o sarà urbana o non sarà.
6) Cogliere le vocazioni del territorio, cartografarne le opportunità, può servire a progettare una città (un territorio) dell’accoglienza sostenibile, una città (un territorio) dell’immateriale, una città (un territorio) della cultura, dello sport, della convivialità pensando innanzitutto agli oppressi e ai poveri di questa città del sud in mezzo a tempi disperati e senza la speranza di poter influenzare quanto li circonda.
L’alternativa comune non può che essere pratica delle lotte. Rifiutare il ruolo di esattori di ultima istanza per la riparazione del debito è fondamentale per i territori.
Così come è fondamentale abolire la modifica costituzionale che introduce il pareggio di bilancio e strozza ogni politica di redistribuzione. La lotta contro le privatizzazioni è, dunque, prioritaria. L’obiettivo della pubblicità dei servizi, dell’istruzione, dell’acqua non va intesa come appropriazione del potere amministrativo, ma come pratica del bene comune, nella forma dell’accessibilità e della partecipazione collettiva alle scelte. Da questo punto di vista, la rivolta popolare contro le caste va acquisita come elemento ruvido, ma positivo se dentro un discorso politico fatto di coalizioni sociali che strutturano la loro identità dentro i quartieri (attraverso i momenti assembleari) e dentro i momenti amministrativi (attraverso i bilanci partecipati)
7) Qualsiasi progetto futuro ha bisogno di risorse. Queste vanno reperite attraverso una razionalizzazione della spesa che elimini tutte le uscite derivanti dal parassitismo della politica. L’attacco alla corruzione e alla clientela è obiettivo prioritario per la gestione dei servizi pubblici e per avviare investimenti nel campo della cura dei luoghi e nella riqualificazione urbana a partire dai quartieri.
Ma una fonte fondamentale per il reperimento delle risorse è la tassazione dei patrimoni e delle rendite e, insieme, combattere l’evasione fiscale, il lavoro nero (altro momento di distruzione della ricchezza collettiva) e la corruzione. Per quanto possibile ai territori, è necessario colpire la speculazione edilizia e tassare i patrimoni immobiliari e finanziari, pratica che, oltre a reperire risorse, disincentiva il consumo di suolo e salvaguarda dal dissesto idrogeologico.
8) Le risorse a disposizione - raccolte sul territorio e attraverso una vertenzialità con i poteri centrali affinché si abbandonino i progetti devastanti delle grandi opere e si investa nelle infrastrutture di prossimità - devono essere utilizzate per questa inversione di senso nel pensiero del territorio, per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica, per la valorizzazione e riqualificazione delle aree urbane, per la ricerca, per le produzioni sostenibili, per il recupero delle aree agricole, per la cultura, per lo sport. Il mutualismo, le forme di auto-aiuto, l’autogestione degli spazi e dei servizi, l’autogoverno del territorio, le banche del tempo, i gruppi d’acquisto solidale, tutte le pratiche del comune, cioè di tutte le forme di gestione diretta che non prevedono appropriazione né pubblica né privata, devono essere sostenute ed agevolate.
Le biblioteche di quartiere, i centri sociali, i teatri autogestiti sono espressioni costitutive di nuova socialità e democrazia dal basso che alludono ad un esercizio comune dei servizi.
9) L’alternativa comune è un nuovo pensiero della politica, che mette in critica il suo essere mestiere e il suo darsi come sinonimo di corruzione. La politica è felicità, è piacere di costruire il presente con gli altri, è gioia nel progettare un futuro per i figli. La politica è dunque, direttamente, pratica della democrazia dal basso, partecipazione, assunzione di responsabilità. Chi si assume compiti delegati deve essere considerato un attivatore delle iniziative, non un decisore ultimo.
I luoghi della discussione collettiva non devono avere il carattere del “pour parler” o dello sfogatoio, ma essere direttamente momenti di decisionalità popolare. Perché questo avvenga la pratica politica deve perdere i propri vantaggi. E’ necessario, quindi, disincentivare chi la persegue per fare carriera e guadagni.
10) Il tempo che viene è il tempo dell’impoverimento o il tempo di una nuova opportunità. Di certo è il tempo di una nuova utopia piantata sul comune che è il lascito di coloro che hanno attraversato il pianeta prima di noi. Costruire l’Alternativa significa costruire nuove forme di militanza, di azione e di riflessione collettiva sul proprio agire, tenendo insieme la rivendicazione dei diritti e la soddisfazione di bisogni, ricostruendo le trame, riannodando i fili, contaminando le relazioni.
Sta a noi giocarcela o lasciare che i dispositivi dei mercati finanziari ci stritolino e ci trascinino in una deriva senza fine. Battiamoci perché il tempo che viene sia il tempo della cura dei luoghi.
martedì 29 maggio 2012
Autorganizzazione
di Luigi Sturniolo
Qualcuno ha
detto che l’autorganizzazione si dà nelle situazioni-limite. E’ vero. Laddove
le risposte pre-coordinate non soddisfano più le domande che insistono nel
contesto pezzi di questo cercano nuove strade. Si ridefiniscono. Per questo
l’autorganizzazione è imprevedibile. L’indeterminatezza è il suo statuto. Per
questo l’autorganizzazione è produttiva. Perché è un’eccedenza.
L’autorganizzazione è creativa. Solo l’autorganizzazione è creativa. Sembrano
corrispondere a questo le tesi di Ilya Prigogine secondo il quale “in condizioni di lontananza dall’equilibrio
possono aver luogo vari tipi di processi di auto-organizzazione … Abbiamo
visto che la condizione periodica per la
comparsa di simili fenomeni è l’esistenza di effetti catalitici”. Fenomeni
che venivano definiti come rumore, turbolenza, caos assumono, quindi, per
Prigogine carattere creativo. E’ significativo che egli individui, poi, nella
presenza di un fattore catalizzante una condizione necessaria per il
costituirsi di un nuova forma di organizzazione. Certo, è davvero forzoso
traslare teorie relative a sistemi molecolari sul terreno dell’organizzazione
sociale o dei movimenti politici, ma lo è ancora di più pensare, come
normalmente si fa, di imporre alle relazioni umane convenzioni morali,
volontaristiche, innaturali.
venerdì 5 agosto 2011
La salute è un bene comune? Le scelte di Vendola e il caso Taranto
di Luigi Sturniolo
Negli ultimi venti anni abbiamo subito un’offensiva straordinaria sul piano politico, culturale, economico in favore del privato contro il pubblico. Il refrain di tale offensiva recitava: pubblico uguale corruzione e malcostume, privato uguale efficienza. Abbiamo, quindi, dovuto assistere ad uno straordinario percorso di privatizzazioni che è giunto fino a colonizzare quanto di più naturalmente comune ci fosse: l’acqua. Dopo tanti anni di ideologia aziendalista ci si è resi conto che dietro le politiche neoliberiste si nascondeva la necessità delle elite politiche ed economiche di auto-replicarsi attraverso la recinzione degli spazi comuni ed il furto economico ai danni della collettività, attraverso il drenaggio delle risorse pubbliche, la compressione dei salari, la riduzione dei diritti. In realtà, i processi di privatizzazione e aziendalizzazione, nella sanità come nell’istruzione, nei servizi come nei trasporti hanno peggiorato la qualità dell’offerta piuttosto che migliorarla. In più, chi aveva comandato su una società sostanzialmente statale ha continuato a comandare su una società privatizzata.
Uno degli aspetti più significativi e spinosi del processo di privatizzazione e aziendalizzazione riguarda le partnership tra pubblico e privato. Mantenendo funzione e proprietà pubblica dei servizi, esse hanno rappresentato una grande occasione di guadagno per gruppi economici e finanziari che, da soli, non riuscivano a stare sul mercato. In sostanza, è stato prodotto un modello in campi come sanità, smaltimento dei rifiuti, militare, grandi opere, emergenze che ancora oggi continua a proporsi nonostante gravi ormai evidentemente sulla crisi del debito pubblico (ed infatti sono in atto tentativi di riconversione del modello verso una dimensione più finanziarizzata).
La vittoria sorprendente dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua e contro il nucleare, la resistenza del popolo della Val Susa contro le speculazioni legate all’Alta Velocità, le mobilitazioni in difesa dell’istruzione pubblica, le vittorie di Pisapia e De Magistris sono espressione di un vento del cambiamento che spira nella direzione ostinata e contraria a quel modello. Questo, nonostante i partiti e i media della sinistra abbiano cercato, in questi mesi, di appropriarsi, in termini di rappresentanza, dei soggetti in movimento senza riconoscerne le argomentazioni e gli obbiettivi.
L’irruzione del fenomeno Vendola sulla scena politico-istituzionale italiana è senz’altro il fatto politico più significativo degli ultimi anni. La produzione di un linguaggio, di una “narrazione”, eccentrica rispetto alle convenzioni semantiche alle quali siamo abituati ha di certo spiazzato e prodotto una ri-territorializzazione del dibattito politico cui non eravamo stati abituati. Non c’è alcun dubbio che le vittorie ripetute in Puglia, contro il centrodestra e il centrosinistra, abbiano rappresentato una esplicitazione della crisi del sistema della rappresentanza politica in Italia e aperto la strade ad imprese politiche (come appunto quelle di Pisapia e De Magistris) che sembravano impensabili. Ma se, ai tempi, la barca dell’amore s’è spezzata, la zattera salentina ha bisogno di chiarimenti. Non tanto per rispondere a chi, quotidianamente, fa le pulci per dimostrare l’impossibilità di un’irruzione sul piano dei nessi amministrativi di esperienze altre o per mera concorrenza politica, quanto per mettere a verifica e certificare l’esistenza di un’esperienza davvero diversa (sostanziata, cioè, dalla produzione di una pratica politica e amministrativa davvero alternativa). Il discorso politico che ruota intorno al progetto del San Raffaele del Mediterraneo di Taranto può essere occasione di chiarimento.
La motivazione, più volte addotta da Vendola, per giustificare la necessità dell’intrapresa pubblico-privata del nosocomio pugliese è data dalle seguenti argomentazioni: “nel 2005 Taranto era una città agonizzante, con una classe dirigente impresentabile, con apparati burocratici spesso corrotti e incompetenti, con sistemi di potere diffusamente infiltrati dalla malavita. Il Comune, la Asl, lo Iacp (Istituto autonomo case popolari) erano autentici “buchi neri” e non solo dei rispettivi bilanci. Il più inquinato capoluogo del Sud era passato dalle gesta populiste di Giancarlo Cito alla finta modernità aziendale di Rossana Di Bello. Un disastro che porta Taranto al record del più importante dissesto finanziario dell’intera storia italiana. Sullo sfondo di queste miserie altre miserie, la povertà esplosiva di periferie in totale abbandono, l’ingorgo di ciminiere industriali mai monitorate e, per aria e nel mare, tonnellate di inquinanti di ogni tipo. Ecco Taranto. Una città appesa alle millanterie della peggiore destra italiana, ma anche una città malata, oppressa dai veleni e dalla paura, prigioniera della propria disperazione … I due ospedali tarantini, il Santissima Annunziata e il Moscati, sono due strutture vetuste ed obsolete, del tutto inadeguate ad attrarre una domanda di ricovero e cura che è in costante fuga verso il nord e verso il circuito privato. Ricordo a me stesso che la mobilità passiva (e cioè i ricoveri fuori provincia) della sola Asl di Taranto costa alla Puglia circa 120/130 milioni di euro all’anno: come se ogni anno la mia regione regalasse un nuovo ospedale alla Lombardia.”
Messa così assomiglia tanto ad argomentazioni tipiche da “shock economy”. Un problema viene esaltato al punto da giustificare interventi straordinari. Chi si attarda in critiche non può che essere tacciato di assumere posizioni ideologiche e contrarie agli interessi della popolazione. Questo schema ha nascosto, negli ultimi anni, tante occasioni di decisioni a danno dei territori e delle risorse pubbliche. L’uscita dall’ordinario ha determinato, negli ultimi anni, una verticalizzazione delle decisioni e, quindi, una sempre minore partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardavano. L’emergenza è stata, poi, luogo d’elezione per la formazione di caste e corruzione.
“L’ospedale è un’azienda” è un’altra argomentazione a supporto di una decisione in direzione del privato. Eppure un ospedale non è un’azienda. Un ospedale è un luogo nel quale vengono curate delle persone. Un ospedale è un’azienda in una società che ha reso mercantile ogni aspetto della vita. Dal fatto che un ospedale sia un’azienda segue che la cura sia una merce e che i malati siano degli acquirenti. C’è in questo uno scivolamento verso una narrazione contabile dei momenti più fragili della vita. Non c’è alcun dubbio che tale scivolamento sia una resa, un’ammissione d’impotenza, un giudizio di velleitarismo per tutti quei movimenti che hanno assunto la difesa dei beni comuni come un architrave politico.
“Se io dessi 200 milioni ad una autorità pubblica a Taranto non avrei nessuna certezza di inaugurare un cantiere”, altro pronunciamento del governatore pugliese, risponde poi ad una sorta di superiorità ontologica del privato sul pubblico. Se, come dice Vendola la Asl tarantina va sotto di 120 milioni l’anno è pur vero che l’ecalation dei debiti della Fondazione San Raffaele dal 2008 ad oggi non è da meno e le inchieste in atto forse spiegheranno se le perdite sono dovute a elementi corruttivi, di cattiva gestione o investimenti andati a male in uno dei tanti campi d’intervento dell’apparato finanziario-imprenditoriale donverzeano.
Non è tanto in discussione la partnership con un soggetto economico in affari con la famiglia Berlusconi quanto la decisione di scegliere una gestione privata (e padronale-personale-carismatica come capita negli IRCCS) al salvataggio di ospedali pubblici da strappare alle consorterie politico-affaristiche attraverso il coinvolgimento dei soggetti direttamente interessati: lavoratori, assistiti, famiglie, ricercatori. La produzione della salute come bene comune, insomma, uno spazio pubblico intessuto di partecipazione. E’ Questa è posta in gioco del futuro prossimo così come indicato dal vento del cambiamento che, seppur assomigli ancora solo ad un refolo, ha iniziato a spirare nelle mobilitazioni della stagione appena conclusa.
lunedì 18 luglio 2011
...e la chiamano "Estate": il capitalismo e la sua "fine"?

di Giuseppe Sottile
Ma veniamo al piatto forte. E' come se nel consentirci previsioni potessimo fare a meno di dati quantitativi, talmente foriera di informazioni (e sentimenti) è la realtà sociale nei suoi aspetti qualitativi. Anche se repubblicani e democratici dovessero accordarsi per il due di agosto, una cosa chiaramente ne consegue: che lo stato dei conti pubblici negli USA (in specie) non consentirà più alcun salvataggio al prossimo stress finanziario. Non si potrà più ricorrere al Tesoro come fatto due anni fa (e causa anche dell'attuale situazione debitoria del governo federale.). Si potrà solo ricorrere alla emissione di nuovi bond a tassi di interesse elevatissimi, ossia portando gli USA allo stato in cui rischiano di trovarsi ora: il default, che comporta proprio l'impossibilità di emettere nuovi bond. Insomma, messa così è finita. Il default degli USA al prossimo stress finanziario sarà la catastrofe: ritiro dagli asset finanziari degli investitori in USA (prima la Cina), crollo del commercio internazionale etc. (Obama non parla forse di "apocalisse" se...). Si rammenti tuttavia che il default degli USA non rappresenterà la causa, esso è solo la più evidente espressione d'una fragilità sistemica del capitalismo nella sua fase finanziario speculativa, quella stessa fragilità che fa sì che la Grecia possa "tenere per le palle" l'Europa etc. Sono solo le gocce che fanno traboccare il vaso. E' il "sistema" che è andato.
In Italia la presente finanziaria ci fotte una mensilità. Non "basterà"! A breve ne sforneranno un altra, per un'altra mensilità (saremo dipendenti pubblici o privati con 11 menssilità invece che 13). Gli "esperti" vi fottono da 25 anni con le loro "politiche del rigore" e l'"opinione pubblica" dovrebbe cominciare a riconoscere dove ci hanno portato. Dovrebbe riconoscere che quattro anni fa non si parlava di Islanda, Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia... e che fino ad una settimana fa non si parlava del default degli USA. Di che si parlerà tra qualche mese, alla fine dell'estate?
mercoledì 8 giugno 2011
Le combine pubblico-private all’assalto del cambiamento
Le vittorie di Pisapia e De Magistris sono figlie della volontà di cambiamento. Leggerle come capacità del centrosinistra di rappresentare un’alternativa reale al berlusconismo sarebbe un errore. Semmai hanno giocato (in particolare nelle grandi città) le personalità dei candidati, la loro eccentricità rispetto all’establishment del centrosinistra. Hanno più a che fare con la vittoria di Vendola in Puglia che con quelle di Prodi. Sono vittorie figlie di un’adozione, quella delle forme politiche e organizzative eccedenti i partiti.
Sull’onda dei ballottaggi, è probabile che anche i referendum riescano a superare la soglia del quorum. Sarebbe un risultato straordinario. Segno tangibile della prevalenza dei movimenti sulle forme della politica tradizionali. Non che anche partiti non ci siano stati nel percorso che ha portato prima alla raccolta di un milione e quattrocento mila firme ed ora al voto, ma si tratta pur sempre di un’incidenza relativa. Non c’è dubbio, infatti, che in questa occasione i movimenti, le associazioni, i comitati hanno innescato un meccanismo di trascinamento che, soprattutto negli ultimi giorni, ha travolto i partiti (anche di governo) e i media.
Amministrative e referendum sono, quindi, manifestazioni evidenti di una domanda di cambiamento esplicita. Se è vero che in alcune occasioni questa domanda ha trovato delle risposte all’interno stesso della compagine in moto (soprattutto nel caso di Napoli), è pure vero che le dinamiche istituzionali si esplicitano ancora secondo un’offerta politica data dalle tradizionali espressioni della rappresentanza politica: il centrodestra e il centrosinistra. Che le altre (il polo di centro e la sinistra radicale) non sembrano, al momento, in grado di giocare un ruolo autonomo. Saranno, cioè, costrette a offrire la propria dotazione di suffragi (che potrà anche risultare decisiva) in virtù di uno scambio politico.
C’è, però, uno iato profondo tra domanda di cambiamento e offerta politica. Tralasciando il campo del centrodestra, laddove dal corpo sociale provengono richieste dalla chiara impronta razzista e securitaria (tanto estreme da non poter essere ricevute dalla rappresentanza politica), è nel centrosinistra che si evidenzia la maggiore distanza. Se è vero, cioè, che la lunga marcia referendaria e l’espressione di voto nelle amministrative hanno la stessa origine è vero anche che il tema posto dai referendum (il bene comune e la lotta alla privatizzazione) non trova riscontro significativo nel centrosinistra.
E’ singolare, ad esempio, che alcuni argomenti sostenuti dai contrari al referendum per l’acqua pubblica siano replicati da attivisti per il Sì laddove servano a difendere scelte di collaborazione con i privati sul terreno dei beni comuni in amministrazioni a guida di centrosinistra. In particolare, viene affermato che il privato sia portatore di maggiori competenze, risorse economiche, migliore capacità gestionale. E’ una debacle, un alzare bandiera bianca, l’affermazione che quando si governa (e non si sta solo a far casino) senso di responsabilità vuole che si abbandonino i sogni e si faccia voto di realismo. E’ l’affermazione della distanza tra pensiero e vita. E’ l’ammissione che le nostre idee non sono efficaci e vivono solo come auspicio, un po’ idealista, senza alcun legame con gli interessi materiali delle persone.
Questo pensiero non tiene conto che negli ultimi anni l’ambito delle imprese pubblico-private si è affermato come risposta alla crisi e, senza mai dare grandi manifestazioni di efficienza, si è tradotto in un mero trasferimento di risorse pubbliche nelle tasche di multinazionali e gruppi finanziari che vivono dell’appalto pubblico. Senza contare che all’ombra di operazioni di questo tipo si sia spesso organizzata una vera e propria cricca/shock economy. Abbiamo, cioè, assistito al formarsi di un modello (sostanziato dalla costruzione di un apparato normativo di favore: privatizzazione del pubblico impiego, legge obbiettivo, riforma della Protezione civile …) che ha e sta succhiando quello che resta delle risorse pubbliche a disposizione, distruggendo di fatto il welfare. Perché questa è la posta in gioco ed è di questo che andrebbero investite le esperienze amministrative e politiche che si candidano a rappresentare il vento del cambiamento: welfare o partnership pubblico-privato, comune o enclosures.
Al tempo dell’esplosione dei debiti sovrani, laddove, stante così le cose, l’Italia si appresta a varare finanziarie da 40 miliardi di euro (paragonabili al salasso subito dai cittadini con i governi Amato, Ciampi, Dini), questa alternativa è drammaticamente all’ordine del giorno. La cessione del welfare alla gestione combinata pubblico-privato sancirà il prosciugamento dei beni comuni e l’azzeramento dei diritti. Il tutto per opere che non necessariamente giungono alla fine, ma che replicandosi sui mercati finanziari, hanno come unico fine lo step successivo che consenta di poter dichiarare attivo il percorso. In realtà, i privati non hanno nulla da offrire. Spesso sono baracconi pieni di debiti, il più delle volte gestioni di fondi che saltano da un’occasione all’altra alla ricerca di un rendimento accettabile. Non c’è alcuna intelligenza che le guida se non l’istinto barbaro della resa finanziaria. Offrire loro la nostra salute, l’acqua, l’aria, l’istruzione è come lasciare in custodia i nostri figlia a una band di trafficanti di organi.
Il vento che cambia può essere un’opportunità a patto che abbia il carattere della sperimentazione, che si traduca in un reale coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. Perché questo possa avvenire è necessario che tutti coloro che hanno animato i movimenti, i comitati referendari, la società civile che ha travolto il centrodestra nei ballottaggi mettano i piedi nel piatto e non consegnino il tutto ai professionisti dei partiti.
1. [continua]
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