giovedì 26 maggio 2011

Che fine hanno fatto i capitalisti?

La Bormioli Rocco fa bicchieri, barattoli di vetro, frigoverre. Sono prodotti giornalieri, li trovi nei supermercati; anche in quei posti tipo: “tutto per la casa”. Il rapporto qualità/prezzo è buono. Chi non ha in casa i barattoli Bormioli con dentro vari tipi di pasta? Sono così diffusi che se ne vendono anche i coperchi a parte.
Dal sito del Gruppo si scopre che l’azienda nasce come vetreria a Parma nel 1825, ha oggi 3000 dipendenti e opera in 100 paesi. La Bormioli Rocco ha chiuso il 2010 con 531 milioni di euro di fatturato e sembra che molto presto verrà quotata in borsa. Dal 2000 la famiglia Bormioli ha perso la maggioranza azionaria dell’azienda.
E’ di pochi giorni fa la notizia che la Bormioli ha cambiato proprietario. Il Banco Popolare, infatti, che ne deteneva il 94,5% attraverso le controllate Efibanca Spa (14,3%) e Partecipazioni Italiane Spa (81,1%), ha ceduto il proprio pacchetto azionario al fondo di private equity Vision Capital. L’azionariato del Banco Popolare è piuttosto parcellizzato. L’azionista di maggioranza attualmente è il Fondo BlackRock, seguito da Ubs e Norges Bank con partecipazioni rispettivamente al 3,5%, 2,15%, 2,10% (dati ottobre 2010). Il resto (oltre il 90%) è costituito da flottante. Vision Capital gestisce sette fondi d’investimento e ha un portafoglio molto diversificato (dall’elettronica alla gestione dei rifiuti radioattivi, al vetro appunto).
Insomma, dove sono finiti i capitalisti? In questo caso un’attività industriale è totalmente in mano a strutture finanziarie a capitale diffuso. Qualcuno lo chiama “comunismo del capitale”. Di certo vanno riviste alcune categorie fino ad oggi utilizzate. Tra queste la contrapposizione presunta tra economia produttiva ed economia speculativa.

lunedì 14 febbraio 2011

La Rete No Ponte interviene alla Maratona dei Beni comuni

Il 26 febbraio l'assemblea pubblica No Ponte


SABATO 26 FEBBRAIO ORE 10.00

AULA AUTOGESTISTA EX-CHIMICA (UNIV. DI MESSINA)

ASSEMBLEA PUBBLICA NO PONTE

Oltre 400 milioni di euro spesi, secondo recenti pubblicazioni, precedentemente alla redazione del progetto definitivo. 110 milioni di euro spesi, a detta dell’A.D. della Stretto di Messina S.P.A. Pietro Ciucci, nell’ultimo anno per il progetto. Questi, all’oggi, i conti economici del Ponte sullo Stretto. Di questo fiume di denaro le popolazioni dell’area dello Stretto non si sono neanche resi conto. Tale è stata l’insignificanza di questa spesa per il territorio. Questo è il Ponte: un prolungato meccanismo di sperpero di denaro pubblico.

L’ansia disattesa con la quale gli amministratori locali tentano di giocare un ruolo nell’iter della costruzione del Ponte, provando a ricavare qualche scampolo di opera compensativa in cambio della devastazione del territorio, è l’esplicitazione più chiara del massacro di democrazia contenuto nei meccanismi previsti dalla politica delle grandi opere (che sono poi uguali a quelli per le emergenze e i grandi eventi). La verticalizzazione delle scelte è ormai assoluta. Le rappresentanze politiche non contano più nulla. Men che meno le popolazioni locali.
Il movimento no ponte ha in questi anni contrastato la prospettiva del Ponte producendo mobilitazioni, approfondimenti e  informazione. Lo ha fatto a partire da risorse molto scarse ma con grande generosità e  passione. Il risultato è stato una crescita del movimento e dell’opinione no ponte. Il risultato più consistente di questo percorso fu la manifestazione del 22 gennaio 2006 che contribuì a fermare (purtroppo solo temporaneamente) l’iter del Ponte.

I prossimi mesi saranno molto importanti perché sono attesi una serie di passaggi vincolanti nella prosecuzione di questo iter: l’acquisizione del Progetto definitivo (redatto da EurolinK) da parte della Stretto di Messina S.P.A., l’autorizzazione del Cipe, la ricerca delle risorse private sui mercati, la redazione del Progetto esecutivo, l’avvio dei cantieri. E’ molto importante, quindi, mobilitarsi oggi per bloccare questo processo, evitare che vada avanti. Non si tratta più tanto di discutere sulle ragioni del Sì e le ragioni del No. Quello è possibile farlo a bocce ferme. Oggi bisogna fermare l’iter, consapevoli del fatto che ogni euro speso per il Ponte sarà un euro strappato alla protezione del territorio, ai servizi pubblici, all’istruzione, al welfare.

Sarà, quindi, necessario produrre mobilitazioni estese da parte dei territori interessati e dei movimenti che si battono contro le devastazioni ambientali e per la difesa dei beni comuni. Sarà necessario mettere a disposizione del movimento i percorsi fin qui attivati e dare vita a esperienze più allargate. Sarà necessario costruire consenso intorno a pratiche e contenuti piuttosto che intorno a sigle e meccanismi identitari.

Proponiamo a tutti e a tutte di parlarne in una assemblea aperta del movimento no ponte nella quale decidere in maniera condivisa tempi e modi delle prossime iniziative. Per parte nostra riteniamo che un passaggio ineludibile sia la preparazione di  una grande manifestazione a Messina in primavera.

Rete No Ponte

domenica 11 luglio 2010

La grande beffa delI’Incubatore del Ponte

di Antonio Mazzeo

All’inaugurazione della nuova sede delle società chiamate a realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina, mercoledì 14 luglio, ci sarà anche il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli. Il quartier generale di Eurolink (il consorzio general contractor per la progettazione e i lavori) e dei soggetti impegnati nel monitoraggio ambientale e nel “project management”, sarà ospitato all’interno del Polo “Papardo” dell’Università degli Studi di Messina, a pochi chilometri dall’area dove dovrebbe sorgere uno dei due piloni della mega-opera. I locali sono quelli dell’Incubatore d’Imprese finanziato con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse». La struttura non è mai entrata in funzione; avrebbe dovuto ospitare, a regime, sino a 46 aziende di giovani e ricercatori provenienti dall’Ateneo. In cambio di un canone il cui importo è ancora segreto, Sviluppo Italia Sicilia, che l’aveva ricevuta in concessione dall’Università, l’ha sub-affittata a tempo indeterminato alle grandi aziende del Nord che partecipano al miliardario banchetto del Ponte. Una di esse, Impregilo, capofila della cordata general contractor, il Polo universitario lo conosce bene, avendo eseguito i lavori di realizzazione della Facoltà d’Ingegneria, 144 miliardi di vecchie lire per tre edifici di 35 mila metri quadrati di superficie. La consegna dei locali del “Papardo” risale al giugno 2004, con un «leggero» ritardo sui tempi previsti, giustificato dall’allora Preside d’Ingegneria con il «passaggio dalla Bocoge, la stessa ditta che ha costruito la nuova sede di Lettere all’Annunziata, alla Impregilo». Valutazione assai discutibile dato che la società di costruzioni leader in Italia aveva rilevato il 40% del capitale azionario di Bocoge nell’ottobre del 1997, tre anni prima cioè che l’azienda ottenesse dall’Ateneo l’appalto per la nuova Facoltà. E nel 2002, sempre Impregilo, aveva poi acquistato dalla famiglia Bonifati un altro 40% del capitale “Bocoge”.

Una transazione, quella Università - Sviluppo Italia – Società Ponte, duramente stigmatizzata da attivisti e militanti in lotta contro la realizzazione del “Mostro sullo Stretto”. La Rete No Ponte ha manifestato in occasione dell’ultima riunione del Senato Accademico, chiedendo inutilmente, tre volte, di potersi sedere con il rettore e discutere di una scelta che fa dell’Università l’head office di Impregilo & Partner. La risposta del Senato è giunta poi attraverso una nota telegrafica. «La concessione dell’immobile a Sviluppo Italia Sicilia – si legge - è stata deliberata nel 2002 e, sulla scorta di essa, il concessionario può destinare locali a imprese senza preventive autorizzazioni dell’Università, com’è avvenuto nel caso specifico». Un’affermazione che non convince per nulla il professore Guido Signorino, ordinario di Economia applicata nella facoltà di Scienze Politiche e delegato del rettore per il Liaison Office Università-impresa al tempo della concessione dell’incubatore a Sviluppo Italia. «Nel 2002 venne siglata non la concessione, ma il suo precedente procedurale: un “protocollo di intesa” in base al quale si avviarono i negoziati per definire i termini con cui si sarebbe costituito l’incubatore nell’Università», spiega Signorino. «Su questa base Sviluppo Italia mosse i suoi passi per ottenere dal Ministero delle Attività Produttive il finanziamento della ristrutturazione dei locali di Papardo. L’atto di concessione venne sottoscritto invece nel marzo 2004».

L’economista sottolinea poi che la concessione trasferisce sì la responsabilità di gestione della struttura a Sviluppo Italia, ma ne vincola la finalità a quella di “incubatore di imprese”, facendo esplicito riferimento al suo ruolo di «centro di servizi per le imprese nascenti» e di «accompagnatore al mercato delle imprese incubate da parte del gestore». «L’utilizzo di spazi per finalità non previste dall’atto ne rappresenta una violazione», afferma Signorino. «È ovvio che Eurolink e società collegate non possono essere considerate “imprese nascenti” e non abbisognano di alcun “accompagnamento al mercato” da chicchessia. Inoltre, la durata dell’utilizzo dei locali non appare commisurata ai limiti indicati nell’atto di concessione. La permanenza nell’incubatore era definito in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative. I lavori per il Ponte avranno invece una durata minima di sei anni».

Il professore Signorino ricorda che l’atto di concessione conferiva all’Università l’obbligo di vigilare che la struttura venisse gestita nel pieno rispetto delle sue finalità. Nel caso in cui il gestore avesse disposto dell’immobile in maniera non conforme, la concessione doveva essere revocata. «Si prevedeva inoltre la costituzione di un “comitato paritetico di indirizzo e di controllo”, composto da un ugual numero di rappresentanti dell’Università e di Sviluppo Italia. Il comitato avrebbe dovuto fornire indicazioni sulle attività produttive da privilegiare nell’uso della struttura ed esprimere pareri sulle imprese da insediarvi. Non è quindi corretto lasciare intendere che l’Università non abbia strumenti di indirizzo gestionale e che l’assegnazione degli spazi abbia luogo senza un suo preventivo controllo. Resta da capire se il “comitato paritetico” sia o meno stato insediato. Ne dubito, visto che l’incubatore non è ancora completato. Ma ciò non giustifica che, prima ancora che esso sia consegnato e che gli organi previsti per la sua gestione siano istituiti, ne vengano decise utilizzazioni che derogano alle finalità ed ai vincoli istituzionali».

Signorino non ritiene credibile che la locazione dell’incubatore sia stata fatta in totale autonomia da Sviluppo Italia e che l’Università di Messina è stata solamente informata a cose fatte. «Si direbbe quasi il contrario, ossia che l'Università abbia deciso di caldeggiare questa assegnazione, facendo pressioni su Sviluppo Italia perchè ciò avvenisse», dichiara il docente. Un pressing a tutto campo confermato direttamente dall’agenzia di sviluppo. Sentiti il 25 giugno dal settimanale Centonove, i responsabili di Sviluppo Italia hanno dichiarato che «è stato il massimo rappresentante dell’ateneo a chiedere con lettera di mettere a disposizione di Eurolink e delle altre società l’edificio».

Dubbi e perplessità non risparmiano comunque la S.p.A. pubblica nata per promuovere le imprese e non certo per incrementare le sue rendite con l’affitto di locali ottenuti in concessione. Il capitale sociale di Sviluppo Italia Sicilia (6.816.066,92 euro), è controllato al 100% dalla Regione Siciliana che, a sua volta, è pure azionista di minoranza della Stretto di Messina S.p.A, la società concessionaria pubblica che ha assegnato ad Eurolink la progettazione, realizzazione e gestione post-opera del Ponte tra Scilla e Cariddi. «Con la stipula di un contratto di locazione degli immobili di contrada Papardo, Sviluppo Italia Sicilia, cioè la Regione, si trova a dover esercitare il proprio controllo sulle attività attribuite ad Eurolink, mentre contemporaneamente riceve dalla stessa associazione temporanea d’imprese, i canoni mensili per l’affitto del core business del Ponte sullo Stretto», denuncia Luigi Sturniolo, rappresentante della Rete No Ponte di Messina. «Siamo di fronte ad una doppia speculazione a danno delle strutture pubbliche: da un lato, la “rendita” che Sviluppo Italia si assicura dagli affitti e, dall’altro, il privilegio offerto al general contractor di poter insediare il suo centro direzionale a prezzi fuori mercato. Questo è il corollario del Ponte: operazioni basate sulla sottrazione di spazi pubblici, sulla negazione di vere prospettive occupazionali alle giovani generazioni in nome dei profitti e degli interessi privati».

A provare come la riconversione dell’incubatore universitario in officina generale dei Padrini del Ponte è l’ultima grande beffa a danno delle popolazioni locali, un articolato documento della Rete No Ponte. «Secondo la definizione formulata dalla National Business Incubators Association (NBIA), un “Incubatore” è uno “strumento di sviluppo economico progettato allo scopo di accelerare la crescita ed il successo di iniziative imprenditoriali mediante un insieme strutturato di risorse e servizi», scrivono i ricercatori della Rete. «La finalità di un incubatore è dunque “quello di generare aziende di successo, in grado di uscire dal programma di supporto avendo raggiunto autonomia e solidità finanziaria”. Tra gli obiettivi strategici, la creazione di posti di lavoro; il sostegno all’economia locale; il trasferimento tecnologico e la valorizzazione dei risultati della ricerca; la rivitalizzazione di aree depresse; la diversificazione produttiva; la promozione di specifici settori industriali e di specifici gruppi sociali. Nulla di questo ha a che fare con la costruzione del Ponte».

La Rete ricorda che gli incubatori sorti in ambito accademico dovrebbero rispondere all’esigenza delle Università «d’intensificare il trasferimento tecnologico e le relazioni industriali, favorendo i propri studenti, ricercatori, docenti e laboratori di ricerca, sviluppando la collaborazione con le aziende e partecipando attivamente allo sviluppo locale». Nello specifico dell’incubatore dell’Università di Messina, le finalità dichiarate nella concessione puntavano al «rinvigorimento dell’economia locale» e all’«offerta di spazi ai giovani per esprimere la propria capacità d'impresa in una città poco competitiva». «L’incubatore di contrada Papardo – ricorda la Rete No Ponte - doveva essere destinato all’ospitalità, con durata limitata, di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica. Il consorzio Eurolink non presenta invece alcuna caratteristica idonea a consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della struttura. Non è una impresa “nuova”, risultando dalla costituzione in consorzio dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general contractor del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006. Nessuna delle società di costruzioni che compongono l’ATI ha sedi o filiali nell’area dello Stretto (alcune sono, anzi, straniere) e sono tutte di antica formazione e nella titolarità di corporation e gruppi azionari di rilevanza nazionale (famiglie Benetton, Gavio e Ligresti per Impregilo)».

Quanto sia costato allo Stato l’“Incubatore del Ponte” è un mistero. Nel 2002 l’Università di Messina presentò un piano finanziario per 4 milioni di euro, ma ad oggi non è stato specificato il reale ammontare dei fondi ottenuti per l’implementazione della struttura. Cifre discordanti persino sull’estensione dell’area ad essa destinata. Nei documenti si fa riferimento una volta ad un «complesso» di 4.400 metri quadrati, un’altra volta a 4.355, una terza a “soli” 3.500. Comunque sia, le aziende del Ponte non potevano trovare di meglio. Tra qualche giorno il taglio del nastro e l’insediamento. Per presentare il progetto definitivo e iniziare i lavori avranno ancora tutto il tempo che vogliono.

martedì 15 giugno 2010

100 piazze no ponte

L'avvio delle trivellazioni a Faro rappresenta, di fatto, l'inizio dei cantieri del Ponte sullo Stretto. Da anni ormai ci battiamo contro una mega-opera inutile e dannosa che ha già dilapidato centinaia di milioni di euro senza apportare alcun vantaggio alle popolazioni locali e molti altri si accinge a trasferire nelle tasche di pochi grossi gruppi imprenfitoriali (Impregilo, in testa). Ci batteremo sul campo per contrastare i cantieri, ma dovremo, allo stesso tempo, continuare a tessere quella rete di relazioni sociali e territoriali che sola può consentire una efficace mobilitazione. Per questi motivi la Rete No Ponte ha avviato la campagna "100 piazze no ponte", una serie di eventi a carattere comunicativo basati sulla diffusione di materiale informativo, sull'esposizione di una mostra che, attraverso dei poster tematici, illustra le nostre argomentazioni in un linguaggio molto semplice e sulla distribuzione di pubblicazioni specifiche.

Iniziative già svolte:

27 maggio a Patti (presentazione del libro di Antonio Mazzeo "I padrini del Ponte"), a cura dell'associazione "9 maggio"

30 maggio a Forte Petrazza - Messina (presentazione dell'e-book "La politica dei disastri" di Antonello Mangano e Luigi Sturniolo)

3 giugno Palermo - Circolo Arci Malaussene (presentazione del libro di Antonio Mazzeo "I padrini del Ponte") 13 giugno Faro (presidio no-ponte contro l'inizio delle trivellazioni)

Prossimi appuntamenti previsti:

15 giugno Catania - Libreria Tertulia (presentazione del libro di Antonio Mazzeo "I padrini del Ponte")

27 giugno San Filippo del Mela (presentazione del libro di Antonio Mazzeo "I padrini del Ponte"), a cura dei Giovani Democratici

Agosto Tusa (nell'ambito della Festa di Liberazione).

lunedì 14 giugno 2010

Presidio no-ponte davanti alla trivella. Occupato il cantiere


Centinaia di cittadini hanno partecipato all’iniziativa di informazione e sensibilizzazione indetta dalla Rete No Ponte per contestare l’inizio delle trivellazioni in via Circuito a Faro finalizzate a completare gli studi necessari per il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. I sondaggi, che si protrarranno per tutta l’estate e che procureranno non poche difficoltà nella viabilità nella zona di Faro-Ganzirri, sono stati giustificati nei giorni scorsi come opere necessarie a ridurre l’impatto che il Ponte sullo Stretto avrebbe sul nostro territorio. Il movimento no ponte ha chiarito più volte che non c’è nulla da mitigare, che il Ponte non va realizzato, che i cantieri non debbono avere inizio. In questa prospettiva sono state ripetutamente elencate le alternative che, invece, andrebbero percorse e per le quali andrebbero investite le risorse pubbliche riservate alla mega-opera.

Molto meglio sarebbe pensare alla messa in sicurezza sismica ed idrogeologica, al potenziamento del trasporto pubblico nello Stretto, all’ammodernamento della rete stradale e ferroviaria, ad un piano di edilizia scolastica.

Nel corso dell’iniziativa il presidio ha, poi, dato vita all’occupazione pacifica del cantiere (peraltro privo delle necessarie segnalazioni), indicando, attraverso la posa delle bandiere no-ponte, la volontà di impedire la devastazione del territorio e la dilapidazione di risorse pubbliche a vantaggio di poche imprese estranee al tessuto locale.

Dall’assemblea spontanea svoltasi a fianco della trivella è stata lanciata la prossima manifestazione che si svolgerà lunedì 21 giugno a partire dalle ore 14.30 in prossimità dei cantieri.


Rete No Ponte

mercoledì 9 giugno 2010

Passaggio per la Grecia (il punto di non ritorno)

di Giuseppe Sottile


Se non fosse tutto vero, apparirebbe uno spettacolo. In realtà, è uno spettacolo del tutto vero, del tipo tragico e dove gli attori sono autentici criminali.

Giorni fa è stato approvato il pacchettone (circa metà del Pil italiano) di crediti a garanzia di tutti i futuri (e presenti) indebitamenti degli Stati dell’Unione Europea e gli indici di borsa sono rimbalzati dal precedente tonfo, ma il giorno dopo l’euforia era già passata.

In realtà il modo presente di “gestire” le risorse è paragonabile ad un incubo senza fine di cui non ci si accorge solo perché se ne è perennemente ubriachi, una ubriacatura che, diversamente da quella ventilata da Schopenhauer come occasione d’essere felici, produce solo un indefinito imbarbarimento.

La Grecia

Il Pil greco al 2008 era stimato a poco più di € 276 miliardi. Il ventilato prestito triennale equivale a circa il 39% di tale cifra. Come pensate la Grecia lo possa ripagare? Semplicemente attraverso “una condanna di morte a vita“.[1] Tanto varrebbe disconoscere tutti i debiti, ritirarsi dalla moneta unica e, male che va, non sarà tanto grave quanto la prima “soluzione”. Ma un governo di sinistra, come sempre più realista del re, chiama a corte un popolo di cui ideologicamente si è sempre fatto il porta bandiera nel secolo appena trascorso, affinché si facciano i dovuti sacrifici.

Come fa un Paese che nel 2008 a prezzi correnti contava per lo 0,8 % del Pil OCSE (in dollari) a destare tanto timore da parte dei membri importanti dell’Unione? Evidentemente la questione non è la Grecia.

Sempre secondo le fonti ufficiali, la Grecia aveva un tasso di crescita medio percentuale del tutto invidiabile, del 4%, tra il 1998 e il 2008 (Italia 1,2 e Germania 1,5, per es.). Tuttavia, tra il 2007 ed il 2008 notiamo un brusco rallentamento nel GFCF (formazione di capitale fisso lordo residenziale e non), - 11,5 % - durante la crisi -, in linea con altri Paesi, ma più consistente (peggio solo l’Islanda). Al 2007 il tasso di disoccupazione ufficiale poi era relativamente elevato, arrivando all’8,1 %, il che comporta minori entrate e maggiori spese (per l’Islanda, tuttavia, era assi basso, pari al 2,3 %, cosa che non le ha evitato di fallire).

Veniamo alle finanze pubbliche al 2008. A fronte di entrate pari a quasi il 40% del Pil, le spese corrispondevano al 44,9%, in linea con molti paesi d’Europa. Tuttavia la situazione finanziaria del governo al 2006 era fortemente deficitaria, con assets per un 29,78% del Pil a fronte di passività per un 106,5%. Al 2008, il debito pubblico oggetto di contrattazione su mercato dei titoli equivaleva al 101,2% del Pil.[2]

La voragine del debito (pubblico)

Insomma, la situazione non era del tutto rosea, eppure numerosi altri Paesi potevano destare le stesse preoccupazioni e la Grecia, come detto, contava per un misero 0,8% del Pil OCSE.

Circa due anni or sono, è esplosa l’ennesima crisi economica-finanziaria[3], che ora si esprime manifestamente nella forma d’una crescente crisi debitoria degli Stati.

Un recente documento della Bank for International Settlements mostra come l’indebitamento pubblico lordo (media ponderata) cresca ininterrottamente dagli anni ‘70 per un largo numero di Paesi industrializzati (è essenziale aggiungere come conseguenza d‘una riduzione relativa del gettito fiscale), con una previsione per il 2011 che va dal 40 a più del 100% del Pil[4]. Ovviamente, gli estensori di questo studio mettono il luce come questo indebitamento, notevolmente cresciuto negli ultimi due anni a seguito della crisi, crescerà esponenzialmente se non si metteranno in atto dei forti correttivi. Essi fanno tre proiezioni per i prossimi dieci e venti anni, delle quali solo una sarebbe in grado di impedire un crescente indebitamento e dunque l’inevitabile default degli Stati. Si tratterebbe in sostanza per questi noti signori di adottare un “politically treacherous task”, come essi lo definiscono. Oltre agli ovvi continui strumenti di austerità fiscale, costoro insistono sulla necessità di congelare la spesa pensionistica al livello del 2011. Come si suole dire, una domanda sorge spontanea: che razza di società sono quelle che non riescono a garantire livelli decenti di reddito per individui che hanno superato, secondo gli standard, l’età lavorativa? Delle due l’una: o ciò si spiega con il presupposto (mai dimostrato) di tutta l’economia politica convenzionale, ossia sulla base d’una oggettiva assoluta scarsità di risorse, oppure occorre modificare radicalmente il modo in cui le risorse vengono gestite dal nostro comatoso e mostruoso sistema economico e quell’“assoluto” si trasforma in qualcosa di “relativo“ al nostro modo di produrre e gestire risorse. Alcune considerazioni a favore dell’invalidità della prima ipotesi potrebbero essere date, per es., dal fatto che sul nostro pianeta v’è una notevole quantità di risorse umane inutilizzate, che gli investimenti lordi nel settore manifatturiero nelle aree industrializzate sono da tempo stagnanti, etc. e che dunque il capitalismo risulta essere un sistema assai inefficiente.

Inoltre, gli autori del testo improntato alle ennesime politiche di lacrime e sangue non prendono in considerazione alcuni aspetti che pur caratterizzano ancora il sistema sociale rispetto al quale forniscono le terapie. Per esempio, non tengono conto che il tasso di disoccupazione nei paesi da essi considerati è notevolmente cresciuto (nelle stime ufficiali e non ufficiali), che una quantità crescente di persone non vengono più conteggiate tra i disoccupati - poiché i criteri statistici adottati nell’ultimo quindicennio consentono di ridurre il loro numero effettivo -, che l’evasione contributiva legale (vedi USA) e non è fortemente cresciuta negli ultimi quindici anni, riducendo il tutto la mole di risorse in forma monetaria necessarie a sostenere qualunque tipo di regime pensionistico.

Gli autori poi ammettono che il tutto dovrebbe essere accompagnato da una forte crescita economica, ma come per molte raccomandazioni a riguardo la faccenda resta lì, ossia si accompagna alle implicite solite ricette sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, la maggiore competitività delle imprese, il taglio delle tasse sui redditi da impresa, le privatizzazioni and so on, di cui si sente parlare da trent'anni e che hanno provocato, sotto la veste di “soluzioni”, solo un crescente immiserimento diretto ed indiretto dei salariati.[5]

1) A neverending rescue package

Il pacchetto di salvataggio per la Grecia ed il “pacchettone” previsto per far fronte all’eventuale default di altri Paesi vengono giustificati ufficialmente da una situazione debitoria pubblica assai preoccupante.

Le diverse centinaia di miliardi di euro e dollari impiegati per il “salvataggio” del sistema finanziario dal 2008 si sono riversati in parte sullo stato dei conti pubblici. Secondo le stime, nel rapporto debito/Pil, gli Usa passerebbero dal 70,7 al 94,4 % , il Regno Unito dal 52 all’80,3%, l'euro-zona dal 68 al 84%, il Giappone dal 173 al 198%, con un incremento complessivo del debito tra il 2009 e 2010 di quasi 4 trilioni di euro (si evidenzia come il Pil della sola Germania sia di € 2,39 trilioni).[6]

Alla Grecia vengono chiesti enormi sacrifici poiché le necessità degli stanziamenti previsti per i prossimi tre anni ammonterebbero a € 150 miliardi, tra finanziamento del deficit previsto e debiti in scadenza. Il tutto nella previsione che Atene rispetti gli obblighi di politica fiscale, abbia una ripresa economica sostenuta e possa contare sul ricorso al mercato privato dei capitale per le sue necessità di finanziamento. Tutti elementi assai improbabili per differenti ragioni.

In realtà sono gli investitori europei e non (attraverso le banche) ad essere salvati, non certo la Grecia, espressione che se non possedesse una natura ideologica sarebbe del tutto priva si significato.[7]

Si è quindi aggiunto il “pacchettone” (in tutto quasi un trilione di euro, contando quelli destinati alla Grecia), che per quanto se ne sa rappresenta un meccanismo “a garanzia” delle future esigenze di prestito da parte di quegli Stati europei in difficoltà nel reperire finanziamenti per il loro debito in scadenza.[8]

Siamo ad un passo ulteriore rispetto all’affaire Grecia, poiché s’è improntato un piano di soccorso rivolto a tutti e nel contempo si sono messe in atto manovre fiscali pubbliche volte, per es., alla riduzione o congelamento degli stipendi dei pubblici dipendenti ed interventi pesanti sulle pensioni e sul welfare

Il piano di soccorso sui debiti sovrani dovrebbe essere in parte finanziato dall’Ecofin attraverso l’emissione di bonds garantiti dalla BCE, attraverso prestiti bilaterali da parte di membri dell’Unione europea, fondi del FMI (dunque in buona parte provenienti dalla stessa UE visto che ne è una dei principali contribuenti, per più del 30%) e dulcis in fundo con l’accettazione da parte della BCE di bonds greci e di altri paesi in difficoltà nel reperire capitali anche se considerati titoli spazzatura.

In sostanza, da una parte gli investitori verrebbero “garantiti” dalla disponibilità del pacchettone, dall’altra in un certo senso potranno ricorrere direttamente a questo, soprattutto per la parte che potrebbe giocare la BCE nell’accettare come collaterale titoli declassati[9], una situazione analoga e anomala [10]a quella in cui si è trovata la Fed, che accettando nel piano di salvataggio finanziario titoli spazzatura ha consentito de facto un incremento della base monetaria onde riattivare la dinamica speculativa, ossia riattivare la crescita del valore nominale dei titoli sul mercato secondario[11]. In analogia, la Bce rischia di incrementare la base monetaria al fine di sostenere i costi onerosi del debito pubblico onde evitare i default.

Il meccanismo così fa intravvedere come tutti i Paesi dell'area euro saranno vieppiù assorbiti dalla voragine di un debito che verrebbe a crescere su se stesso.

Tra gli obiettivi del pacchettone vi sarebbe poi quello di impedire la speculazione sui default degli stati attraverso i CDS[12] che gli investitori utilizzano per assicurarsi contro l’insolvenza, ma ciò è assai improbabile che avvenga a fronte di una crescita del debito causata dalla necessità di soddisfare quello in scadenza.

In sostanza, poiché quote crescenti del debito non servono a finanziare spese in conto corrente e investimenti ma debito in scadenza ed interessi, esse sono (con il default che le accompagna) oramai una semplice propaggine della dinamica speculativa..[13]

Quantità crescenti di reddito, impiegate in questi decenni nel settore finanziario allo scopo di incrementare il valore nominale dei titoli ivi trattati, sono state sottratte a quella che ideologicamente viene chiamata “economia reale”, ed è estremamente fuorviante vedere nelle attività speculative un semplice bubbone non derivato e causato da quella. La cosiddetta economia reale va intesa come il luogo in cui si produce il prodotto netto (profitti più salari lordi) che è andato a sostenere lo speculative capital quando la redditività nel normale processo di accumulazione è venuta declinando[14]. Il secondo sottrae a quella reddito e non ne produce, altrimenti ora saremmo in presenza di “montagne d’oro” invece che di debito. Il debito non è altro che la normale fisiologia, il normale funzionamento attraverso cui si producono attività speculative: si sottrae reddito dalla economia reale e ciò che si prende non torna indietro, se esce deve avere un controvalore nominale in ciò che entra e se non esce a causa di un crasch è irrimediabilmente perduto.

In ragione del debito complessivo dei Paesi dell’area euro, si stima che il pacchettone basterebbe appena a coprire gli interesse passivi per i prossimi due anni.

L’unico modo per impedire questa voragine di debito consisterebbe delle possibili seguenti misure: a) determinare una iperinflazione – possibile attraverso il ruolo giocato dalla Fed e ora dalla Bce - onde ridurre il valore assoluto del debito; b) auspicare una poderosa crescita economica che, come nel secondo dopoguerra, ne determinerebbe una riduzione relativa (nel rapporto debito/Pil), in quanto tra l’altro produrrebbe dei surplus di bilancio[15]; c) provvedere, sempre allo scopo di ottenere surplus di bilancio, a ingenti tagli alla spesa pubblica ed al welfare.

E’ fuori di dubbio che verrà intrapresa quest’ultima strada, in continuità con quanto accaduto negli ultimi decenni, ma in forma più poderosa, a meno che il fattore Grecia non faccia capolino un po’ dappertutto attraverso reazioni consistenti dei lavoratori onde impedire ch’essi si trovino a pagare più tasse e contributi in cambio di nulla, ossia a sostenere con i redditi monetari prodotti dal loro lavoro (profitti più salari) la montagna del debito.

La De-integrazione

In realtà quanto accadrà in Grecia (e altrove), nel caso le manovre economiche si realizzassero, rappresenterà un caso estremo di quanto noi abbiamo definito “de-integrazione”[16], espressione che sta ad indicare quanto accade in tutti i Paesi capitalisticamente avanzati a partire dalla fine degli anni ’70. Questa espressione viene utilizzata allo scopo di indicare un fenomeno contrario a quello compiutosi specie a partire dal secondo dopoguerra e da taluni definito appropriatamente di “integrazione” dei lavoratori.[17]

In sostanza nei decenni seguiti alla II Guerra Mondiale, attraverso la crescita dei salari lordi dei lavoratori, in una fase di forte crescita economica, si è venuto a creare un sistema di welfare, di garanzie e tutele per i salariati che a partire dalla fine degli anni ’70, ma in maniera più consistente dalla seconda metà degli anni ’80, sono andati scemando ove più ove meno per via di una fase di declino dell’accumulazione.

Il fenomeno della de-integrazione è ciò che essenzialmente caratterizza lo stato del lavoro salariato oggi nel quadro della struttura sociale di cui esso è parte integrante e raccoglie una serie di aspetti solitamente ideologicamente attribuiti all’emergenza di nuovi modelli sociali interni al capitalismo e in differenti maniere riferiti non al suo declino ma alla sua “modernità”. La de-integrazione si è manifestata e manifesterà in una serie di aspetti quali il progressivo peggioramento delle condizioni contrattuali di lavoro, l’indebolimento delle tutele e delle strutture sindacali, la precarizzazione delle condizioni di lavoro, la riduzione dei salari reali, l’incremento delle ore di lavoro (tutti aspetti riconducibili all’incremento del tasso di concorrenza tra i lavoratori causato a sua volta dal rallentamento della crescita economica capitalistica) e sul piano indiretto la riduzione dei benefici del welfare (sanità, pensioni, sostegno all’occupazione etc). Su di un piano più generale, l’incremento nella disuguaglianza nella distribuzione del reddito tra profitti e salari, l’indebitamento progressivo delle famiglie, l’incremento del tasso di disoccupazione, le privatizzazioni di funzioni un tempo pubbliche, etc. In sostanza, i lavoratori usufruiscono di servizi pubblici sempre più carenti, sono costretti a doverseli pagare con esborsi diretti oltre che con le imposte e sul piano delle condizioni di lavoro esse si presentano con la stimmate della precarietà, ciò che spiega una serie praticamente infinita di atteggiamenti collettivi che poi gli apparati ideologici di turno strombazzano come segno dei nuovi tempi e della volontà del popolo.

Per quanto riguarda l’oggetto del presente articolo, in sostanza lo Stato non riesce più a garantire come un tempo determinate prestazioni[18], poiché non erano come ovvio elargite gratuitamente, a causa dello stato attuale e futuro delle finanze pubbliche da noi indicato. Se l’apparato statale ed il ceto politico hanno potuto usufruire della crescita economica sicché tutti i partiti de facto attuavano riforme a vantaggio dei lavoratori, adesso qualunque funzione di mediazione politica tra essi ed il sistema economico viene e verrà meno. In sostanza siamo di fronte ad un keynesismo al contrario, questo sì vero: sono i lavoratori adesso a sostenere per intero il fallimento economico di un sistema che non riesce a riprodursi.

I salariati si trovano e si troveranno di fronte un sistema economico comatoso senza alcuna intermediazione politica e sindacale e forse si troveranno nella necessità di cambiare radicalmente lo stato delle cose lasciandosi alle spalle le forme politiche e le ideologie che fin'ora li hanno rappresentati. In fondo, cosa avranno da perdere? [19]



[1] Si vedano in proposito tra le altre le stime in The Wall Street Journal, Greece's Costs Seen Exceeding EU-IMF Help , di Charles Forelle.

[2] OECD in Figures, 2009.

[3] La frequenza è assai elevata, se ne contano oramai a partire dal 1971 nove tra recessioni e debacle finanziarie, un segno evidente della fase di instabilità sistemica in cui siamo entrati. Quest’ultima pertanto non è la solita crisi, come s’usa propagandare, ma l’apice forse d’un declino di lungo periodo.

[4] Bank for International Settlements, The future of public debt: prospects and implications, Stephen G Cecchetti, M S Mohanty, Fabrizio Zampolli, n° 300, marzo 2010

[5] Qui non consideriamo il fatto che “da un punto di vista marxiano” la contabilità relativa al dare ed avere (entrate ed uscite correnti) viene considerata in tutt’altra maniera, ossia sotto “il punto di vista” di quanto i salariati forniscono in forma di tasse e contributi e quanto ricevono in forma di servizi. Gli studi a riguardo per il passato (figuriamoci ora) hanno messo in luce come nel migliore dei casi i salariati hanno ricevuto quanto dato. La tendenza al federalismo fiscale (presente un po’ ovunque da molto tempo in Occidente) esprime il punto di vista dominante, ossia di carattere ideologico, giacché portando l’attenzione su quanto una regione (ma poi una qualsiasi realtà locale) fornisce sotto forma di gettito allo stato centrale e quanto riceve pone in competizione i lavoratori delle diverse realtà territoriali locali più di quanto già lo siano ed è emblematico della disintegrazione sociale in corso.

[6] Andamento e previsioni del debito sono riassunte in Geab http://www.leap2020.eu/, specie n° 44-45, maggio 2010. Il debito pubblico complessivo dei Paesi dell’area euro è stimato a più di €10 trilioni. Tuttavia altre stime prevedono che il rapporto debito/Pil sarà ancora più alto.

[7] Come osserva per es. Paul Seabright: “... chi sono i creditori della Grecia? Secondo un rapporto di Barclays Capital del 28 aprile, nel bilancio degli istituti finanziari tedeschi ci sono più o meno 28 miliardi di euro del debito greco. La metà spetta a banche possedute o controllate dal governo tedesco. Solo la Hypo Real Estate Holding ne detiene circa il 30%. Dopo il suo salvataggio nel 2009, il proprietario della Hypo è il contribuente tedesco, che sarebbe stato colpito direttamente da un fallimento greco, senza neppure pretendere che i greci si sacrificassero in nome della solidarietà europea” e “Lo stesso rapporto di Barclays Capital ci dice che le istituzioni finanziarie francesi avrebbero a bilancio la bellezza di 50 miliardi di euro del debito greco”, Paul Seabright, Ecole d'économie de Toulouse, «Le Monde», 18 maggio 2010. Anche la HSBC, per es., il più grande gruppo bancario mondiale con sede a Londra, possiede titoli del debito greco pari a 1,5 miliardi di euro, mentre The Royal Bank of Scotland ne possiede per 1,5 miliardi di sterline.

[8] Qui sono ancora le banche europee quelle maggiormente esposte, specie quelle tedesche e francesi, coinvolte per circa 500 miliardi di dollari in asset relativi al solo debito complessivo della Spagna, vedi The Wall Street Journal, Exposure to Greece Weighs on French, German Banks, V. Fuhrmans, S. Moffett, 17 febbraio 2010.

[9] Si potrebbe estendere alla situazione europea quanto opportunamente rilevato per la Grecia nell’articolo citato del Wall Street Journal: “Greece could sell short-term debt to local banks, which could then turn around and place it with the ECB, no matter what the country's credit rating. In effect, ‘you could be in a situation where private financing becomes irrelevant,’ says Daniel Gros of the Centre for European Policy Studies in Brussels, ‘and Greece is financed by the ECB’ “.

[10] La Banca Centrale accetta di norma solo titoli di Stato onde incrementare i depositi delle banche e non strumenti finanziari d'altro genere come collaterale.

[11] Tuttavia la Fed rappresenta il sistema finanziario americano poiché Wall Street e gli istituti finanziari sono i principali creditori dello Stato e detengono così il controllo del Ministero del Tesoro, della Fed e del Congresso. Dunque qualunque politica monetaria deve essere loro funzionale e il piano in questione è servito solo a riattivare la dinamica speculativa attraverso l’incremento della base monetaria e l’utilizzo, per questo scopo, della spesa pubblica. Si veda in proposito il mio “Quel che resta del giorno”, in www.countdownnet.info, sezione “Interventi”.

[12] I derivati rappresentano semplici scommesse il cui impiego, aspetto non considerato, comporta un innalzamento del grado di indebitamento complessivo e quindi del rischio di insolvenza nel volume del debito.

[13] Per una analisi di alcuni aspetti della dinamica speculativa si veda il breve saggio di A. Pagliarone, Mad Max Economy, Sedizioni, 2009.

[14] Sullo stato e le ragioni della stagnazione non è il caso qui di soffermarsi. D’altronde l’economia politica ufficiale non ne sa nulla e non trova di meglio che tirare fuori a riguardo squilibri nei conti pubblici, rigidità del mercato del lavoro, crescita dell’età media della popolazione o presunti “untori” nella veste degli speculatori, una sorta di bubbone appunto che nulla avrebbe a che fare con la parte buona, sana e santa dell’economia. Dal lato keynesiano, si sa occorre in qualche modo incrementare il lato della domanda. In realtà nessuno specula e tutti lo fanno, persino come è ovvio e per la loro parte i salariati. Un quadro statistico generale di parte marxista sullo stato delle cose viene fornito in www.countdownnet.info/archivio/dati -statistici/590.7z.

[15] Per esempio, il documento citato della Bank for International Settlements stima che per portare il debito ai livelli pre-crisi 2007 occorrerebbe in media un surplus di bilancio pari a più del 7% sui cinque anni e di più del 4% sui dieci anni per i Paesi industrializzati ivi considerati, senza tener conto dell’andamento dei tassi di interesse sul debito.

[17] Ad esempio Paul Mattick in I limiti dell’integrazione e I limiti delle riforme (quest’ultimo reperibile in italiano in www.countdownnet.info).

[18] In realtà già parecchi Paesi ai nostri confini non sono più in grado affatto di garantirli, ma essi fanno parte di realtà storiche differenti a quelle dell’Europa occidentale e sulle quali non ci si può qui soffermare. Ci riferiamo a titolo d’esempio alla Romania, Bulgaria, Lettonia, Ucraina, etc.

[19] A nostro parere, il capitalismo ha raggiunto i suoi limiti storici, non tanto per via della famigerata contraddizione tra dimensione tecnica e sociale, che suppone l'esistenza di forze produttive non modellate dai rapporti di produzione esistenti (è come se le capacità umane di trasformare l'ambiente non avessero assunto la forma del lavoro salariato), ma per via del fatto che lo stadio a cui è giunto il capitalismo sta consumando le risorse tecniche ed umane da esso generate senza riprodurle.